A Minneapolis nelle strade in rivolta: “È stata una esecuzione a sangue freddo”
dal nostro inviato Paolo MastrolilliMINNEAPOLIS – Croci e fiori nella neve, all’angolo tra Portland Avenue e la 34esima strada di Minneapolis. Qui mercoledì l’agente federale Jonathan Ross ha ammazzato Renee Nicole Good che lo stava guardando arrestare immigrati illegali. Lacrimogeni, spray urticanti e proiettili di gomma intorno al Bishop Henry Whipple Federal Building, dove i manifestanti si sono radunati per protestare contro la violenza del governo contro i cittadini. Laura Matson si inginocchia e sussurra: «Chi ci difenderà ora? Fino a dove si spingeranno per attaccarci? Che fine farà la nostra democrazia?». »È stata una esecuzione a sangue freddo», aggiunge Jordan Coffer.
La mente corre al 2020, quando Minneapolis era diventata un campo di battaglia per le proteste scoppiate dopo l’uccisione di George Floyd. Ora la rivolta ribolle di nuovo, con la rabbia della gente che soffia sul fuoco, anche perché l’amministrazione Tr…
MINNEAPOLIS – Croci e fiori nella neve, all’angolo tra Portland Avenue e la 34esima strada di Minneapolis. Qui mercoledì l’agente federale Jonathan Ross ha ammazzato Renee Nicole Good che lo stava guardando arrestare immigrati illegali. Lacrimogeni, spray urticanti e proiettili di gomma intorno al Bishop Henry Whipple Federal Building, dove i manifestanti si sono radunati per protestare contro la violenza del governo contro i cittadini. Laura Matson si inginocchia e sussurra: «Chi ci difenderà ora? Fino a dove si spingeranno per attaccarci? Che fine farà la nostra democrazia?». »È stata una esecuzione a sangue freddo», aggiunge Jordan Coffer.
La mente corre al 2020, quando Minneapolis era diventata un campo di battaglia per le proteste scoppiate dopo l’uccisione di George Floyd. Ora la rivolta ribolle di nuovo, con la rabbia della gente che soffia sul fuoco, anche perché l’amministrazione Trump ha già emesso il suo verdetto, prima ancora di conoscere i fatti. Renee era una «terrorista» che voleva attaccare gli agenti, punto. Prima ancora di cominciare l’inchiesta, che nel frattempo l’Fbi si è arrogata in esclusiva, per impedire alle forze dell’ordine locali di partecipare, non sia mai scoprissero che l’agente ha sparato senza motivo. L’amministrazione Trump ha deciso di dipingere la vittima come una delinquente, un’agitatrice di professione, un’attivista impegnata a provocare e minacciare i diligenti esecutori della legge. Perché altrimenti l’intero castello delle forzature, se non bugie, su cui si regge l’offensiva contro l’immigrazione rischia di crollare. Col pericolo di portarsi dietro anche il risveglio e il risentimento degli elettori, in vista delle elezioni midterm di novembre, che a questo punto sono diventate l’unico argine possibile alla presidenza senza limiti di Donald Trump, ammesso che scherzasse quando ha detto ai parlamentari repubblicani di considerarne la cancellazione. Magari si augura violenze e disordini, per giustificare l’occupazione militare della città, come temono il sindaco Frey e il governatore del Minnesota Walz.
Dopo lo stupore, lo shock e la rabbia per l’uccisione di Renee, la gente ha iniziato a scendere in strada già mercoledì sera, per una veglia con le candele, tra preghiera e paure. La mattina dopo torna all’angolo tra Portland Avenue e la 34esima strada, ma soprattutto davanti al Bishop Henry Whipple Federal Building, scelto come simbolo dell’invasione dei federali, visti ormai come nemici. Le scuole pubbliche sono chiuse, per evitare che i disordini e gli scontri finiscano per coinvolgere anche gli studenti.
Gregory Bovino, capo della US Custom and Border Patrol a Minneapolis, gira sulla prima linea, tra i manifestanti, per intimidirli e avvertirli che lo stesso destino potrebbe toccare anche a loro. Nel frattempo l’amministrazione annuncia l’invio di altri 100 agenti, tanto per infiammare ancora di più gli animi. «Siete agenti di confine, tornate al confine!», è la risposta comune a tutti i manifestanti.
L’offensiva contro l’immigrazione in Minnesota è cominciata da settimane, soprattutto perché questo è lo Stato dove vive un’ampia comunità di origine somale, che Trump ha definito “feccia” da rispedire nel paese da dove è venuta. A questo si è aggiunto uno scandalo per frodi legate proprio all’assistenza offerta agli immigrati, che ha spinto il governatore Tim Walz a rinunciare a ricandidarsi. Un successo per il capo della Casa Bianca, che lo considera un nemico, da quando si era candidato alle presidenziali come vice di Kamala Harris.
Ora però la retata è stata macchiata dal sangue di Renee, cittadina americana, e quindi l’amministrazione si ritrova sulla difensiva. La strategia che ha scelto, come sempre accade con Trump, è quella di andare all’attacco. Renee stava osservando il raid e il video dimostra che cercava di allontanarsi con la sua auto, non investire gli agenti. Ma l’amministrazione, secondo Walz,«ha già deciso di chi è la colpa, prima ancora di cominciare l’inchiesta». Infatti l’Fbi si è arrogata l’indagine, escludendo il Minnesota Bureau of Criminal Apprehension. In genere in questi casi le autorità federali collaborano con quelle locali, per appurare la verità e raggiungere conclusioni condivise da tutti, a partire dalla comunità colpita dalla violenza. L’amministrazione Trump però vuole gestire il caso senza interferenze, per evitare che emerga qualche verità in contraddizione col giudizio già espresso. «Così - denuncia Walz - sarà molto difficile per la nostra comunità accettare le conclusioni. La cosa più importante è appurare la verità e fare giustizia». Lui era governatore anche nel 2020 e aveva visto le proteste seguite all’uccisione di George Floyd. Perciò invita i cittadini a manifestare la loro rabbia senza sfogarla con la violenza: «Non diamo all’amministrazione la scusa per fare quello che vuole e invadere la nostra città».
E’ un allarme nazionale, a giudicare da quello che accade in tutta l’America. Proteste da New York a Seattle, da Los Angeles a New Orleans, passando per Chicago, Philadelphia, San Antonio, Washington, Detroit. Ovunque, in pratica, ma soprattutto nelle città democratiche prese di mira dalla rappresaglia. La sensazione diffusa che sia in corso un’offensiva premeditata, per mettere in discussione, sfidare e cambiare per sempre l’ordine costituzionale. Guardando i militari con i fucili spianati davanti al Bishop Henry Whipple Federal Building, viene da chiedersi se ci sia ancora un differenza tra quello che accade qui e le strade di Caracas.