VENEZIA – «Appena arriverà la notizia che Alberto è stato finalmente liberato, le campane della nostra chiesa - dice don Renato Mazzuia, parroco di Sant’Antonio al Lido - suoneranno a festa, a qualsiasi ora. Ma fino a quel momento...». Fino a quel momento, nelle quiete e deserte stradine del Lido che circondano la palazzina gialla dove Armanda Colussi ed Enzo Trentini aspettano con il cuore in gola che squilli il telefono, regna il silenzio assoluto.
Ieri mattina, il timido sole che improvvisamente ha spezzato il gelo che attanaglia Venezia illuminando lo striscione che da 421 giorni è appeso al balcone al secondo piano della palazzina color ocra di via Paruta è sembrato un segnale di buon auspicio. Ma i genitori del cooperante italiano, come hanno ribadito più volte per bocca dell’avvocata Alessandra Ballerini che li rappresenta, sono rimasti in rigoroso silenzio e così sarà fino a quando non arriverà la notizia tanto attesa in queste ore in cui la fiammella della speranza si è riac…
VENEZIA – «Appena arriverà la notizia che Alberto è stato finalmente liberato, le campane della nostra chiesa - dice don Renato Mazzuia, parroco di Sant’Antonio al Lido - suoneranno a festa, a qualsiasi ora. Ma fino a quel momento...». Fino a quel momento, nelle quiete e deserte stradine del Lido che circondano la palazzina gialla dove Armanda Colussi ed Enzo Trentini aspettano con il cuore in gola che squilli il telefono, regna il silenzio assoluto.
Ieri mattina, il timido sole che improvvisamente ha spezzato il gelo che attanaglia Venezia illuminando lo striscione che da 421 giorni è appeso al balcone al secondo piano della palazzina color ocra di via Paruta è sembrato un segnale di buon auspicio. Ma i genitori del cooperante italiano, come hanno ribadito più volte per bocca dell’avvocata Alessandra Ballerini che li rappresenta, sono rimasti in rigoroso silenzio e così sarà fino a quando non arriverà la notizia tanto attesa in queste ore in cui la fiammella della speranza si è riaccesa. I genitori di Alberto hanno seguito in tv la conferenza stampa di Giorgia Meloni e la rinnovata promessa di impegno della premier a riportare a casa il figlio li ha confortati.
Le tapparelle alle finestre che danno sulla facciata della casa rimangono dunque abbassate, in casa Trentini la luce arriva dalle finestre sul retro, quelle che danno sul campetto di calcio in cui Alberto giocava da piccolo. Lui che, da quando è diventato cittadino del mondo votato alla sua attività di cooperante, qui è venuto assai di rado tanto che le poche persone che si vedono in giro nel quartiere non lo conoscono. Se non di nome, naturalmente. «Non lo abbiamo mai visto qui e non conosciamo neanche i suoi genitori, li abbiamo visti solo in tv, credo che stiano molto in casa. Ma non vediamo l’ora che Alberto possa tornare qui a Venezia», dice Tiziano, il titolare dell’osteria all’angolo che da 48 ore è diventata punto di ritrovo dei giornalisti e delle troupe televisive che presidiano casa Trentini nell’attesa della liberazione di Alberto.
Ed effettivamente Armanda ed Enzo Trentini non mettono il naso fuori di casa. «Sono su, gli sto portando il pane io», dice una vicina che rientra poco prima di pranzo. Inutile suonare al citofono, i genitori di Alberto non rispondono e non gradiscono e anzi hanno chiesto alle forze dell’ordine una discreta vigilanza per risparmiare loro l’assedio. Anche la vicina chiesa di Sant’Antonio è deserta. Oggi anche il parroco ha deciso di adeguarsi al volere dei Trentini e tace. Solo un’anziana donna che conosce bene mamma Armanda si ferma a parlare: «Prego Dio ogni giorno che Alberto possa essere liberato, ogni volta che vedo sua madre mi immedesimo nel suo terribile dolore. È passato fin troppo tempo, nessuno ha capito perchè quel ragazzo che era partito solo per fare del bene, è finito in prigione».
Sulla facciata della municipalità dell’isola del Lido, sulla recinzione del parco vicino, il viso del giovane veneziano campeggia sullo striscione che chiede “Alberto Trentini libero”. E al Lido sperano di poter presto fare festa.