È notte a Teheran quando Mahshid riesce a mandare pochi messaggi grazie a Starlink: «Stanno sparando proiettili veri, non posso credere alle cose che vedo. Le strade di HaftHoz sembrano un mattatoio, ci sono pozze di sangue, si sente il rumore di elicotteri». Gli iraniani tornano in piazza a Teheran, Mashhad, Tabriz e in altre città per la seconda notte consecutiva, nonostante la repressione, gli scontri, gli edifici governativi dati alle fiamme, i morti, il blackout: internet è stato bloccato, staccate le linee telefoniche, lo spazio aereo di fatto chiuso alle compagnie straniere. E nonostante la promessa, che arriva direttamente dai vertici della Repubblica islamica, di «nessuna clemenza contro i rivoltosi».
Iran, corpi di civili uccisi durante le manifestazioni a Karaj
La televisione di Stato manda in onda solo le immagini di palazzi e moschee distrutti da quelli che …
È notte a Teheran quando Mahshid riesce a mandare pochi messaggi grazie a Starlink: «Stanno sparando proiettili veri, non posso credere alle cose che vedo. Le strade di HaftHoz sembrano un mattatoio, ci sono pozze di sangue, si sente il rumore di elicotteri». Gli iraniani tornano in piazza a Teheran, Mashhad, Tabriz e in altre città per la seconda notte consecutiva, nonostante la repressione, gli scontri, gli edifici governativi dati alle fiamme, i morti, il blackout: internet è stato bloccato, staccate le linee telefoniche, lo spazio aereo di fatto chiuso alle compagnie straniere. E nonostante la promessa, che arriva direttamente dai vertici della Repubblica islamica, di «nessuna clemenza contro i rivoltosi».
Iran, corpi di civili uccisi durante le manifestazioni a Karaj
La televisione di Stato manda in onda solo le immagini di palazzi e moschee distrutti da quelli che definisce «rivoltosi e criminali». Alle 11 della mattina, mentre migliaia di iraniani non riescono ad avere notizie di figli, nipoti e amici, a reti unificate arriva la voce di Ali Khamenei, la Guida suprema. «La Repubblica islamica non cederà ai sabotatori», ai «vandali» che distruggono le loro stesse strade «per compiacere un altro presidente», ai «mercenari» al soldo di potenze straniere. Si rivolge anche a Trump, che ha minacciato un intervento armato se i manifestanti verranno uccisi: è «arrogante» e verrà «abbattuto» come il Faraone e lo Shah, dichiara. È la reazione che l’anziano leader, al comando da oltre 30 anni, ha sempre avuto con le manifestazioni: screditare e punire, inquadrare le proteste dentro il disegno eversivo di potenze straniere. C’è spazio per qualche rivendicazione economica, ma non per una battaglia politica contro la teocrazia militare.
L'agenzia di stampa statunitense Human Rights Activists News Agency afferma che il numero delle vittime delle proteste è salito a 65. La maggior parte dei morti viene segnalata fuori d Teheran, nelle province di Chaharmahal e Bakhtiari, Ilam, Kermanshah e Fars. L'Hrana ha inoltre registrato l’arresto di 2.311 persone. A Zahedan, nell’Iran sudorientale, la polizia apre il fuoco sui manifestanti. Due video verificati mostrano i corpi di diversi civili uccisi da armi da fuoco a Fardis, vicino Karaj, a ovest della capitale.
Il procuratore di Teheran avverte che i manifestanti sorpresi in scontri violenti con le forze di sicurezza saranno puniti con la pena di morte, anche chi dovesse distruggere proprietà pubbliche e infrastrutture. Le Nazioni Unite, attraverso l’alto commissario per i diritti umani, Volker Türk, chiedono un’indagine indipendente. «Temo un massacro sotto la copertura di un blackout totale delle comunicazioni», scrive la premio Nobel in esilio Shirin Ebadi.
I leader di Francia, Germania e Gran Bretagna «condannano in modo fermo l’uccisione di manifestanti». Tutti aspettano di capire cosa farà Trump. Il presidente americano aveva avvertito i leader iraniani che avrebbero «pagato caro» una repressione sanguinosa, ed è tornato a ripeterlo ieri: «È incredibile quello che sta accadendo in Iran, seguo da vicino la situazione, se inizieranno a uccidere i manifestanti come in passato li colpiremo molto duramente». Il figlio dello Shah deposto nel ‘79, Reza Pahlavi, che aveva lanciato un appello a manifestare, si rivolge al presidente Usa e chiede il suo intervento «a difesa del popolo iraniano». Il governo di Teheran scrive all’Onu denunciando un «disegno americano di destabilizzazione» e la volontà Usa «di trasformare le proteste pacifiche in eversione».