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I racconti degli scarcerati in Venezuela: “Non sapevamo nemmeno della cattura di Maduro”

(reuters)

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Confusione e ritardi nei rilasci. Solo 9 quelli confermati. La lista prevede che in circa 20 escano nei prossimi giorni
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CÙCUTA – Il pozzo venezuelano inghiotte esseri umani e notizie. Alcuni dei rinchiusi nel Rodeo, l’orrendo carcere fuori Caracas dove si trova anche il cooperante veneto Alberto Trentini, non sapevano che Nicolás Maduro è stato catturato dagli americani: pensavano che fosse ancora il presidente e che tutto il Venezuela girasse attorno a lui, come negli ultimi tredici anni. Sono stati i familiari che ieri hanno avuto accesso alle segrete del Rodeo, opportunità data solo alla vigilia delle liberazioni, ad avvertirli della non trascurabile novità.

Ma venir fuori dal pozzo venezuelano non è mai operazione semplice, neppure quando è il governo a stabilirlo. Confusione, ritardi e i colpi di coda della mostruosa burocrazia del regime hanno generato il caos informativo di queste ore, con persone date per uscite e che invece erano dentro. E persone liberate senza che nessuno lo sapesse. Con fonti dirette, venezuelane e italiane, proviamo a fare un po’ di chiarezza.

A due giorni dall’annuncio …

CÙCUTA – Il pozzo venezuelano inghiotte esseri umani e notizie. Alcuni dei rinchiusi nel Rodeo, l’orrendo carcere fuori Caracas dove si trova anche il cooperante veneto Alberto Trentini, non sapevano che Nicolás Maduro è stato catturato dagli americani: pensavano che fosse ancora il presidente e che tutto il Venezuela girasse attorno a lui, come negli ultimi tredici anni. Sono stati i familiari che ieri hanno avuto accesso alle segrete del Rodeo, opportunità data solo alla vigilia delle liberazioni, ad avvertirli della non trascurabile novità.

Ma venir fuori dal pozzo venezuelano non è mai operazione semplice, neppure quando è il governo a stabilirlo. Confusione, ritardi e i colpi di coda della mostruosa burocrazia del regime hanno generato il caos informativo di queste ore, con persone date per uscite e che invece erano dentro. E persone liberate senza che nessuno lo sapesse. Con fonti dirette, venezuelane e italiane, proviamo a fare un po’ di chiarezza.

A due giorni dall’annuncio di Jorge Rodriguez, presidente dell’Asemblea nacional, dell’immediato rilascio di «un numero importante di detenuti, come gesto unilaterale di pace», sono solo nove, su quasi 900 prigionieri politici, coloro che hanno potuto rivedere la luce del sole. «Una burla cruel», per dirla con le parole degli operatori umanitari che attendono fuori dai penitenziari. A confermarlo, a Repubblica, è Gonzalo Himiob, vicepresidente del Foro penal di Caracas, l’organizzazione che più da vicino segue la vicenda. «Tra i nove ci sono l’italo-venezuelano Biagio Pilieri e l’imprenditore Luigi Gasperin, quest’ultimo non era registrato come prigioniero politico. Ci risultano ancora da liberare un italiano e cinque italo-venezuelani». Il conteggio complessivo degli italiani dentro anche per reati comuni è più alto, arriva a quasi trenta.

Biagio Pilieri lo si è visto in un video girato all’esterno dall’Helicoide, l’edificio sulla collina di Roca Tarpeya costruito negli anni Cinquanta per essere un centro commerciale e divenuto il penitenziario del Sebin, l’intelligence bolivariana. «Sta facendo delle visite mediche», racconta il professor Gianni La Bella della Comunità di Sant’Egidio, che ha giocato un ruolo cruciale nella trattativa per la sua liberazione, così come, in passato per quelle di Alfredo Schiavo e Américo de Grazia. «L’Helicoide ha una struttura a spirale, tutte le celle hanno le pareti nere». Luogo di interrogatori e maltrattamenti, dove l’habeas corpus è sospeso. «Pileri vi è stato chiuso per 16 mesi, poi giovedì sera è stato lasciato da solo sulla piazza antistante. Il suo compagno di cella, l’ex governatore di Estrada, è morto tra le sue braccia il mese scorso».

L’imprenditore 77enne Gasparin, arrestato il 7 agosto 2025 a Maturin, tecnicamente non è ancora un uomo libero, nonostante abbia già chiamato i familiari rassicurandoli sulle sue condizioni fisiche e sull’imminente rilascio: è sottoposto a domiciliazione coatta, non nella propria abitazione. «È tuttora lì, sta sbrigando le ultime procedure burocratiche», spiega La Bella, che si aspetta l’uscita di altre 18-20 persone tra oggi e lunedì. «Gasperin può essere tra questi. Sappiamo che nell’elenco, che non abbiamo, figurano nomi di venezuelani attivi nelle elezioni del 2024. La decisione di farli uscire può significare un riassetto di equilibri nel sistema di potere interno a scapito dell’irriducibile Diosdado Cabello, il ministro dell’Interno che rappresenta la linea più dura del chavismo».

In questo senso va anche la decisione (su cui ha pesato molto l’intervento del presidente brasiliano Lula) di concedere la libertà al fratello di Rafael Ramirez, ex ministro degli Affari esteri, noto anti-madurista. La speranza è che nell’elenco dei prossimi ci sia anche Trentini. La sorte del torinese Mario Burlò, accusato in Italia di reati fiscali e compagno di cella di Trentini nel Rodeo, continua a rimanere indefinita. Fonti venezuelane ieri sera riferivano della sua liberazione, l’avvocato Benedetto Marzocchi Buratti, che lo segue, per ora non ha avuto conferma.

Del perché delle lungaggini, del perché in questi due giorni il grande gesto del nuovo governo sia percepito come uno scherzo crudele, Gonzalo Himiob, del Foro penal, offre questa spiegazione: «Vogliamo pensare che sia per seguire correttamente le procedure, c’è da chiedere al tribunale di emettere un’ordinanza e una volta approvata il penitenziario deve effettuare un visita medica. È un processo complesso». Risulta che anche il regime stia elaborando una motivazione collettiva per giustificare, a se stesso e ai venezuelani, perché libera persone che, arbitrariamente e senza basi, ha accusato di essere sovversivi pericolosi per la sicurezza dello Stato. «La maggior parte dei prigionieri politici è condannata da un gruppo ristretto di tribunali con giurisdizione speciale sul terrorismo», spiega ancora Himiob. «Hanno tutti sede a Caracas. In queste ore saranno sommersi di lavoro».

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