Mahsa Mohebali sa guardare oltre la nebbia. Scrittrice, il suo “Teheran Girl” è stato pubblicato nel 2020 da Bompiani, ha raccontato i cambiamenti sociali in Iran quando pochi avvertivano le scosse, ha fatto a pezzi gli stereotipi sulle donne, l’amore, il sesso, la politica, ha scioccato e deliziato i suoi lettori che si moltiplicano nonostante la censura. In questi giorni è in Europa, ma non ha mai accettato di vivere lontano da Teheran.
Cosa sta succedendo nella sua città?
«Sono riuscita a parlare ieri con un’amica a Teheran attraverso un intermediario che aveva Starlink e ha avvicinato le due cornette del telefono perché in questo momento l’Iran è al buio. Lo stop alle comunicazioni non permette di avere un quadro completo degli eventi: l’obiettivo del governo è impedire che le immagini escano e nascondere la violenza contro i manifestanti che sembra sia davvero estrema»…
Mahsa Mohebali sa guardare oltre la nebbia. Scrittrice, il suo “Teheran Girl” è stato pubblicato nel 2020 da Bompiani, ha raccontato i cambiamenti sociali in Iran quando pochi avvertivano le scosse, ha fatto a pezzi gli stereotipi sulle donne, l’amore, il sesso, la politica, ha scioccato e deliziato i suoi lettori che si moltiplicano nonostante la censura. In questi giorni è in Europa, ma non ha mai accettato di vivere lontano da Teheran.
Cosa sta succedendo nella sua città?
«Sono riuscita a parlare ieri con un’amica a Teheran attraverso un intermediario che aveva Starlink e ha avvicinato le due cornette del telefono perché in questo momento l’Iran è al buio. Lo stop alle comunicazioni non permette di avere un quadro completo degli eventi: l’obiettivo del governo è impedire che le immagini escano e nascondere la violenza contro i manifestanti che sembra sia davvero estrema».
Nemmeno un mese fa era ancora lì, si aspettava questo sollevamento popolare?
«Assolutamente sì. Con le proteste per Mahsa Amini nel 2022 la partecipazione civica ha fatto un salto di qualità. La guerra di giugno ha alimentato ulteriore rabbia nei confronti del governo, perché l’unica cosa di cui il sistema si era sempre fatto garante, la sicurezza, è venuta meno».
Chi sono le persone in strada e cosa vogliono?
«La scintilla è partita dai bazaari, i commercianti, che si sono trovati a fare i conti con il crollo del rial, ma poi si sono unite tutte le altre istanze portate in piazza dagli iraniani in diversi movimenti di protesta, nel 2009, nel 2019, nel 2022. È lo sparo finale, la goccia che fa traboccare il vaso. La repubblica islamica ha impedito e criminalizzato qualsiasi organizzazione alternativa che mettesse in discussione il sistema, perciò i manifestanti non sono organizzati. Quello che li unisce è la richiesta di pane, un dolore condiviso, la sicurezza che non c’è e la voglia di libertà. Cercano una via di uscita dal vicolo cieco».
La domanda politica delle piazze è la fine della Repubblica islamica?
«Assolutamente sì, al 100%. Per i manifestanti non c’è più né il tempo né lo spazio per un dialogo con questo sistema, anche il linguaggio usato nelle caricature, negli slogan, è molto violento nei confronti del clero e di Khamenei perché si è diffuso una sorta di odio contro di loro. Nelle strade ci sono i lavoratori e la classe media, ma anche i religiosi. Guardate Qom, la città dei seminari, o Mashhad, dov’è nato Khamenei e dove ora bruciano la sua immagine».
L’apparato ha dimostrato di saper assorbire gli choc. Succederà anche questa volta?
«Noi iraniani diventiamo rivoluzionari di colpo. Può finire in due modi: o si arriverà a un superamento totale della repubblica islamica, o l’Iran si trasformerà in una prigione oscura e noi entreremo nel luogo più buio della nostra storia. Questa protesta, la sua diffusione e la sua trasversalità non hanno eguali rispetto a quello che ho visto finora. Per molto tempo ha prevalso la paura di un’altra rivoluzione perché dopo quella del ’79 il Paese fu sequestrato da Khomeini e nessuno vuole un nuovo autoritarismo, ma adesso gli iraniani sono arrivati alla conclusione che non hanno più niente da perdere, sono disposti a fare una transizione anche cedendo il potere temporaneamente a una figura come Pahlavi. Facendo attenzione che non diventi un potere assoluto».
Lei, scrittrice e intellettuale progressista, pensa davvero che il figlio dello shah possa avere un ruolo?
« Probabilmente tre mesi fa non le avrei detto queste cose, ma credo di sì. Non vuol dire che lo approvi, che mi piaccia come candidato, ma ha unito una parte significativa del popolo iraniano, è l’unico che sta provando a esercitare una leadership e si è assunto la responsabilità di guidare una transizione, anche per il fatto che non c’è concordia nelle varie anime dell’opposizione. Non esiste al momento un’altra alternativa. E quando si vuole cambiare un sistema servono un leader, simboli e una organizzazione».
Teme o spera in un intervento americano?
«Spero che non succeda perché vorrebbe dire che il sistema ha deciso di andare avanti con i massacri e di non farsi da parte in maniera pacifica. Se il massacro dovesse continuare spero che sia tutto il mondo civile a ribellarsi per fermare la repubblica islamica».
C’è il rischio di un colpo di stato interno?
«Il sistema è compatto, per quanto vedo io. Certo esiste la possibilità che a un certo punto i pasdaran prendano il potere, ma questo non cambierebbe il sistema, non ci sarebbero riforme e probabilmente vedremmo una versione ancora più cupa della repubblica islamica».