Iran, il dissidente Rashidi: “Sciopero generale come ai tempi dello Scià per abbattere il regime”
di Gabriella ColarussoL’umore di Amir Rashidi è cupo, il sangue per le strade di Teheran spezza la volontà. Ma in 10 anni di esilio e dissidenza ha imparato a non lasciarsi andare. «Serve uno sciopero generale, ed è quello su cui si sta lavorando». Tra i più noti esperti mondiali di cybersicurezza, fu costretto a lasciare l’Iran dopo l’Onda verde del 2009. Militava in Advar Tahkim Vahdat, il partito riformista nato dal movimento studentesco che sognava di portare la democrazia a Teheran con gli strumenti della legge. Da anni lavora per garantire agli iraniani quello di cui hanno bisogno più del pane: Internet.
Il governo ha isolato l’Iran dal resto del mondo. Come c’è riuscito?
«Dopo le grandi proteste del 2009 hanno cominciato a lavorare alla costruzione di una rete locale, una grande intranet con solo due porte di ingresso e uscita, persino il sistema cinese ne ha di più. Duran e Yaftar sono le due aziende controllate dal governo e pri…
L’umore di Amir Rashidi è cupo, il sangue per le strade di Teheran spezza la volontà. Ma in 10 anni di esilio e dissidenza ha imparato a non lasciarsi andare. «Serve uno sciopero generale, ed è quello su cui si sta lavorando». Tra i più noti esperti mondiali di cybersicurezza, fu costretto a lasciare l’Iran dopo l’Onda verde del 2009. Militava in Advar Tahkim Vahdat, il partito riformista nato dal movimento studentesco che sognava di portare la democrazia a Teheran con gli strumenti della legge. Da anni lavora per garantire agli iraniani quello di cui hanno bisogno più del pane: Internet.
Il governo ha isolato l’Iran dal resto del mondo. Come c’è riuscito?
«Dopo le grandi proteste del 2009 hanno cominciato a lavorare alla costruzione di una rete locale, una grande intranet con solo due porte di ingresso e uscita, persino il sistema cinese ne ha di più. Duran e Yaftar sono le due aziende controllate dal governo e principali fornitori del servizio. Duran esporta la stessa tecnologia anche in Russia e in alcuni paesi africani. Con questa infrastruttura possono bloccare Internet e nessuno può aggirare il blocco. Era già successo in passato che staccassero la rete, ma i data center erano rimasti connessi a Internet: noi eravamo in grado di creare dei tunnel per collegare gli iraniani ai data center e da lì al mondo esterno. Ora l’unico modo per aggirare il blocco è Starlink».
Quanto è diffuso?
«La stima più ottimistica è che ci siano 50mila terminali Starlink in Iran, ma non sappiamo quante di queste stazioni siano operative, quante siano state sequestrate dai pasdaran che stanno anche tentando di creare interferenze sui segnali satellitari usando equipaggiamento da guerra elettronica. Se Elon Musk aprisse Starlink gratuitamente in Iran sarebbe prezioso ora».
Ha vissuto le grandi proteste dell’Onda verde, seguito i movimenti del 2019, del 2022: questa volta è diverso?
«Abbiamo provato ogni forma di attivismo civico, abbiamo partecipato alle elezioni, chiesto le riforme, tentato di dialogare con il parlamento, persino boicottato i seggi: non ha funzionato. Khamenei ha bloccato ogni possibile canale pacifico per ottenere cambiamenti. Il governo ci ha imposto guerre nella regione che nessuno voleva. Hanno distrutto l’economia spendendo tutto per il programma nucleare che ci ha portato solo sanzioni, alle quali ovviamente sono contrario. Le risorse del Paese sono state dilapidate in un progetto che alla fine non ha lasciato nulla agli iraniani».
Cosa potrebbe succedere adesso?
«Il livello di violenza non è mai stato così alto, bisogna fare di tutto per evitare altri massacri. C’è una città nel nord dell’Iran chiamata Loshan, molto piccola e bellissima: la gente ne ha letteralmente preso il controllo venerdì notte. Le forze di sicurezza hanno portato le mitragliatrici in strada e hanno iniziato a sparare, uccidendo non si sa quante persone. Restare in piazza e combattere potrebbe portare alla fine alla guerra civile. Tornare a casa significherebbe lasciare al sistema campo libero per arresti di massa, esecuzioni. Ci serve una terza via, uno sciopero nazionale, generale e prolungato».
L’Iran è pronto per questo?
«Stiamo vedendo alcuni segnali. Gli autotrasportatori sono in sciopero, diversi negozi anche. Quando nel 1979 l’industria petrolifera incrociò le braccia lo scià cadde. Questo genere di azioni spezza la schiena al governo. Miei contatti in Iran mi dicono che nel giro di tre ore venerdì il prezzo di tutto è raddoppiato. Bisogna trovare un modo di piegare il sistema proteggendo i civili».
Anche Reza Pahlavi ha chiesto lo sciopero generale.
«Che ci piaccia o no, questa rivoluzione ha un leader. Non sono un suo sostenitore, ma sta tentando di guidare i manifestanti. A giugno si schierò con Israele durante l’attacco all’Iran e quello è stato il punto più basso della sua vita politica, lo criticammo in tantissimi. Ma adesso dobbiamo scegliere tra il male e il peggio. Spero che abbia un piano».
Ritiene possibile un colpo di stato guidato dai Pasdaran?
«Onestamente no. Khomeini governava in modo molto tradizionale, come un maraja. Khamenei ha cambiato le cose, ha costruito un’enorme burocrazia che gli è fedele, eliminato tutti i suoi concorrenti a cominciare dal riformista Rafsanjani. I Pasadaran gli sono ancora leali».
Il fronte democratico e repubblicano che obiettivi ha?
«L’obiettivo politico finale resta quello di un referendum e di un’assemblea costituente per avviare una transizione verso la democrazia. Ma questa opzione adesso non è possibile perché una transizione pacifica del potere richiede anche una giustizia di transizione e con questo spargimento di sangue non è un’opzione. Vedo qualcosa che mi spaventa: la crescente richiesta di un intervento umanitario esterno, ma nessun intervento umanitario nella storia si è mai concluso con la nascita di una democrazia».