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Volkov: “Il conflitto di Putin più lungo di quello di Stalin, ma i russi restano con lui”

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Per il sondaggista del Centro Levada la gran parte della popolazione non vuole rinunciare ai territori conquistati
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È un numero scolpito nella coscienza collettiva dei russi. Che evoca il sacrificio e la resilienza: 1.418. Tanti giorni durò la Grande guerra patriottica dell’Urss contro il Terzo Reich. E da ieri, 12 gennaio, quella che Vladimir Putin chiama “Operazione militare speciale” e spesso paragona alla lotta sovietica al nazismo l’ha superata in durata. Una sconfitta simbolica, eppure, assicura Denis Volkov da Mosca, questo sorpasso è passato in sordina. «I media non ne hanno parlato e la gente non ci ha badato», spiega il direttore del Centro Levada, unico istituto di sondaggi indipendente, bollato come “agente straniero”. «C’è una certa stanchezza per il prolungarsi del conflitto in Ucraina, ma non influisce sul consenso. Dopotutto la maggioranza della popolazione non è direttamente coinvolta nello sforzo bellico. Per loro l’Operazione “speciale” è diventata “ordinaria”, uno sfondo inquietante della loro esistenza con cui convivere».

Volkov, che cosa si aspettano i russi dal nuovo ann…

È un numero scolpito nella coscienza collettiva dei russi. Che evoca il sacrificio e la resilienza: 1.418. Tanti giorni durò la Grande guerra patriottica dell’Urss contro il Terzo Reich. E da ieri, 12 gennaio, quella che Vladimir Putin chiama “Operazione militare speciale” e spesso paragona alla lotta sovietica al nazismo l’ha superata in durata. Una sconfitta simbolica, eppure, assicura Denis Volkov da Mosca, questo sorpasso è passato in sordina. «I media non ne hanno parlato e la gente non ci ha badato», spiega il direttore del Centro Levada, unico istituto di sondaggi indipendente, bollato come “agente straniero”. «C’è una certa stanchezza per il prolungarsi del conflitto in Ucraina, ma non influisce sul consenso. Dopotutto la maggioranza della popolazione non è direttamente coinvolta nello sforzo bellico. Per loro l’Operazione “speciale” è diventata “ordinaria”, uno sfondo inquietante della loro esistenza con cui convivere».

Volkov, che cosa si aspettano i russi dal nuovo anno?

«La maggior parte guarda al 2026 con speranza, il 76%, la percentuale più alta mai registrata. Sperano principalmente nella fine del conflitto, ma ci credono meno che l’anno scorso quando contavano su Donald Trump. Sono tornati a crescere quanti credono che il conflitto si trascinerà».

Come vedono i colloqui di pace in Ucraina?

«La maggior parte accoglie con favore qualsiasi negoziato. I contatti tra russi e statunitensi in Arabia Saudita e i colloqui con gli ucraini a Istanbul erano stati approvati da quasi il 90%. Il summit tra Putin e Trump in Alaska è stato uno dei momenti clou del 2025 tanto che, per la prima volta dal 2013, gli atteggiamenti positivi nei confronti degli Usa avevano superato quelli negativi. Quando però gli Usa hanno imposto nuove sanzioni, l’entusiasmo è iniziato a svanire. La gente ha espresso dubbi su Trump. Pensa che parli tanto, ma non cambi nulla. A fine 2025 la maggior parte non credeva più nel successo dei colloqui: solo meno di un quarto restava ottimista».

Come reagirebbero se i negoziati naufragassero del tutto?

«La maggioranza non darebbe neppure la colpa del fallimento all’Ucraina, ma all’Europa che ha oramai soppiantato gli Usa come avversario principale. I russi non vogliono il conflitto, ma sanno di doverlo affrontare. È una questione di approccio, come con il clima. A nessuno piace, ma che cosa si può fare al riguardo? Lo stesso vale per il conflitto. Comporta problemi, come gli attacchi dei droni o le interruzioni di Internet, ma i russi pensano che ci si debba adattare».

Non c’è desiderio di pace?

«Due terzi dei russi vogliono che le ostilità finiscano il prima possibile. Ma non a qualsiasi costo. Ci sono alcuni caveat: pensano che spetti al governo decidere le condizioni e sono contrari a rinunciare ai territori annessi. Proponiamo un quesito in due formulazioni. Se chiediamo che cosa penserebbero se Putin dicesse che il conflitto è finito, circa l’80% è favorevole. Ma se chiediamo cosa penserebbero se Putin dicesse che il conflitto è finito e che restituirà i territori, allora lo è solo il 30%. Va capito che la maggior parte concorda con le autorità sulle “cause profonde” del conflitto».

Da dove nasce questa resilienza?

«La maggioranza della popolazione è esentata dall’azione militare. Le fasce della società che hanno parenti che combattono o che vivono nelle zone di confine con l’Ucraina e subiscono attacchi quotidiani sono limitate. Il governo fa di tutto per mantenere un’apparenza di normalità. Nel 2022 aveva cercato di mobilitare la popolazione ma, dopo lo shock seguito alla mobilitazione parziale, ha optato per i soldati a contratto. In questo modo il conflitto tocca soltanto i volontari che sono pagati profumatamente per il rischio che corrono, mentre il resto della società può continuare la propria routine. Per questo la maggioranza sostiene le politiche di governo. Perché non la toccano così tanto».

La popolazione non sente il peso dell’inflazione e delle prime crepe economiche?

«L’anno scorso abbiamo registrato qualche tendenza negativa nella percezione della situazione economica. Ma fino a metà 2024 il trend era positivo. Sempre più persone sostenevano che la loro vita stesse migliorando perché guadagnavano di più. Un effetto del surriscaldamento dell’economia: le aziende aumentavano gli stipendi per trattenere il personale a causa della carenza. Ora che il governo sta cercando di raffreddare l’economia, da qualche parte gli stipendi hanno smesso di crescere e alcuni hanno iniziato a lavorare quattro giorni e quindi guadagnano meno. L’inflazione resta la principale preoccupazione anche nel 2026: la cita il 59% dei russi, ma meno di un anno fa. La situazione resta stabile».

Non c’è nessuno che si opponga al conflitto o alle autorità?

«C’è, ma è una minoranza stabile intorno al 20%. Alla maggioranza non importano le libertà politiche, interessano le libertà economiche: la libertà di comprare ciò che vuole. E le autorità fanno di tutto per mantenere questa maggioranza felice o, se non felice, soddisfatta. E ci riesce. Siamo molto, molto lontani da un punto di rottura».

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