Walzer: “No a raid militari in Iran o l’intervento Usa verrà visto come un atto imperialista”
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK – Secondo il filosofo di Princeton Michael Walzer, teorico della “guerra giusta”, «bisogna aiutare i manifestanti iraniani perché si battono contro la repressione di una teocrazia. Se però l’intervento sarà guidato da Trump, verrà preso come un’azione imperialista di conquista».
Come giudica le proteste in corso?
«Ovviamente simpatizzo con i manifestanti, abbiamo aspettato a lungo una risposta popolare alla teocrazia e alla dittatura. Ma quella di un intervento militare americano è una questione diversa».
Perché?
«Molte volte ho preso posizione a favore degli interventi umanitari, dalla Cambogia al Darfur. L’operazione militare però dovrebbe essere l’ultima risorsa, non affidata automaticamente agli Usa. Cercherei altri Paesi in Medio Oriente per aiutare i ribelli in Iran, un’azione dell’Onu, ulteriori risposte economiche e diplomatiche, prima della risposta militare. In Venezuela un intervento panamericano sarebbe stato più utile ed efficace».
Come giudica i manifestanti?
«S…
NEW YORK – Secondo il filosofo di Princeton Michael Walzer, teorico della “guerra giusta”, «bisogna aiutare i manifestanti iraniani perché si battono contro la repressione di una teocrazia. Se però l’intervento sarà guidato da Trump, verrà preso come un’azione imperialista di conquista».
Come giudica le proteste in corso?
«Ovviamente simpatizzo con i manifestanti, abbiamo aspettato a lungo una risposta popolare alla teocrazia e alla dittatura. Ma quella di un intervento militare americano è una questione diversa».
Perché?
«Molte volte ho preso posizione a favore degli interventi umanitari, dalla Cambogia al Darfur. L’operazione militare però dovrebbe essere l’ultima risorsa, non affidata automaticamente agli Usa. Cercherei altri Paesi in Medio Oriente per aiutare i ribelli in Iran, un’azione dell’Onu, ulteriori risposte economiche e diplomatiche, prima della risposta militare. In Venezuela un intervento panamericano sarebbe stato più utile ed efficace».
Come giudica i manifestanti?
«Stanno rispondendo non solo alla dittatura, ma anche alla sua incompetenza, alla crisi economica, dovuta in parte alle sanzioni occidentali che considero giustificate. La rivolta precedente era più facile da supportare automaticamente perché riguardava i diritti umani. Questa sembra guidata da problemi economici, ma spero si trasformi anche in una sfida politica alla dittatura».
La riposta della repressione è accettabile?
«Ovviamente no. L’Iran ha un presidente che era stato definito moderato, ma è stato messo da parte».
Trump minaccia di intervenire contro la repressione. Non è giusto?
«Se peggiora e le vittime aumentano, come sta accadendo, posso immaginare una risposta giustificata, ma non necessariamente condotta in primo luogo dagli Stati Uniti. Mi rivolgerei all’Onu, ad altri Paesi del Medio Oriente, alla Nato. Non sono contrario all’intervento militare in casi estremi, se la repressione si trasforma in un massacro di cittadini ribelli, ma gli Usa non dovrebbero essere in prima linea, perché siamo già visibilmente colpevoli di altri torti».
Quali?
«Trump ha parlato degli Stati Uniti non come leader dei popoli liberi o di un movimento democratico globale. Qualsiasi uso del potere militare da parte di questa amministrazione sarà visto, e probabilmente a ragione, come una forma di imperialismo finalizzato a costruire il dominio americano, non proteggere le vite umane o favorire democrazia e libertà».
Trump era stato eletto come presidente sulla base dello slogan “America First”, promettendo la fine dell’interventismo in politica estera, ma ora secondo lei sta seguendo una linea imperialista. Perché ha cambiato posizione e cosa si aspetta ora?
«Non sono sicuro che il presidente abbia cambiato idea. Penso che questo sia sempre stato nella sua mente. Adesso possiamo iniziare ad avere nostalgia dei neoconservatori, molti dei quali sono diventati anti-Trump, perché almeno avevano dei principi e dicevano di voler promuovere democrazia e libertà. Credo invece che Trump, e certamente il suo consigliere Stephen Miller, abbiamo sempre avuto in mente una specie di egemonia americana».
Intendono realizzarla attraverso questi interventi militari, dal Venezuela al Medio Oriente?
«Prima di tutto viene la nostra sfera di influenza, ma chiaramente non siamo interessati al fatto che l’Iran abbia la sua. Poi c’è la Dottrine Donroe, ossia la dottrina Monroe rilanciata e allargata da Trump, per usarla come strumento di dominio nell’intero continente americano. Questa però non è una linea universale, perché non si applica a tutti gli altri nella stessa misura. Non credo che Trump abbia intenzione di sfidare la Cina oppure Putin, perché sono abbastanza forti da resistere o comunque creare problemi, ma nella sua visione tutto il resto del mondo sembra essere ormai aperto al dominio americano».
Come devono rispondere gli europei, che un tempo erano i principali alleati degli Stati Uniti, anche davanti a minacce come quelle avanzate contro la Groenlandia?
«Devono resistere. Mi sembra che a questo punto dovrebbe essere diventato chiaro a tutti come l’appeasement incoraggi Trump a spingersi sempre più avanti. È necessario opporsi. Non significa andare allo scontro militare, ma resistere alle sue pressioni».