Il conto alla rovescia è cominciato. Oggi sullo scacchiere iraniano Donald Trump ha poche pedine da muovere: può lanciare soltanto una serie limitata di attacchi, usando un numero ridotto di bombardieri con decollo dagli Stati Uniti o di missili cruise imbarcati su tre navi della flotta. Non ci sono portaerei in zona e questo impedisce al momento una campagna di lunga durata contro gli ayatollah: la “Ford” è stata spostata a largo del Venezuela e la “Lincoln” è nel Mar Cinese Meridionale. Il Pentagono dispone di molte squadriglie di cacciabombardieri ma sono schierate in Paesi arabi che difficilmente daranno l’autorizzazione a un’azione offensiva. Temono infatti di essere esposti a una rappresaglia, come accaduto alla base di Al Udeid in Qatar, la più grande di tutte, presa di mira da una raffica di missili nello scorso giugno.
La Casa Bianca, quindi, deve scegliere se infliggere subito un colpo ad effetto oppure attendere il tempo necessario a rinforzare la presenza militare, trasfe…
Il conto alla rovescia è cominciato. Oggi sullo scacchiere iraniano Donald Trump ha poche pedine da muovere: può lanciare soltanto una serie limitata di attacchi, usando un numero ridotto di bombardieri con decollo dagli Stati Uniti o di missili cruise imbarcati su tre navi della flotta. Non ci sono portaerei in zona e questo impedisce al momento una campagna di lunga durata contro gli ayatollah: la “Ford” è stata spostata a largo del Venezuela e la “Lincoln” è nel Mar Cinese Meridionale. Il Pentagono dispone di molte squadriglie di cacciabombardieri ma sono schierate in Paesi arabi che difficilmente daranno l’autorizzazione a un’azione offensiva. Temono infatti di essere esposti a una rappresaglia, come accaduto alla base di Al Udeid in Qatar, la più grande di tutte, presa di mira da una raffica di missili nello scorso giugno.
La Casa Bianca, quindi, deve scegliere se infliggere subito un colpo ad effetto oppure attendere il tempo necessario a rinforzare la presenza militare, trasferendo lo strike group composto dalla portaerei “Lincoln” e da altre navi lanciamissili. Gli esperti ritengono che servirebbero almeno dodici giorni. Mentre le parole del presidente – «l’aiuto sta arrivando» – fanno ipotizzare la volontà di una iniziativa rapida. Lo scenario più semplice è quello di affidarla ai missili Tomahawk dell’Us Navy, colpendo edifici simbolici nelle città chiave della rivolta, come le caserme dei Guardiani della Rivoluzione o le sedi dei media statali. Un segnale di fuoco per spingere i manifestanti a osare di più e «prendersi le istituzioni».
Più complicato ripetere il raid dei bombardieri “invisibili ai radar” B2, gli stessi che a giugno hanno scagliato gli ordigni “bunker buster” contro gli impianti nucleari sotterranei: sette B2 sono rimasti in volo trentasei ore per completare la missione. Questi aerei – a cui possono aggiungersi i più vecchi B1 Lancer – sono potenzialmente in grado di partecipare a un’operazione più complessa, con l’obiettivo di decapitare i vertici del regime. Una tentazione a cui Trump difficilmente resiste, anche a costo di rischiare molto: lo ha fatto nel 2020 ordinando di uccidere il generale Suleimani, l’artefice dell’espansione iraniana dalla Siria al Libano, da Gaza allo Yemen; lo ha ripetuto poche settimane fa con il blitz che ha catturato il presidente venezuelano Maduro.
Proprio l’assalto di Caracas lascia aperta la possibilità che l’arsenale statunitense abbia accumulato armi segrete per operare in profondità sul territorio di Teheran. Si vocifera di droni-madre stealth a lungo raggio che possono sganciare altre bombe volanti – tecnicamente chiamate “loitering munitions” – destinate a rimanere invisibili in aria finché non individuano il bersaglio designato: lo strumento per colpire il convoglio in movimento di un’autorità. Di sicuro, gli americani possono contare su strumenti cyber e sistemi di disturbo elettromagnetico in grado di paralizzare le reti di comunicazione dei pasdaran e degli altri apparati di repressione. A Trump inoltre è stato sottoposto un piano PsyOps, il nome delle operazioni di guerra psicologica abolito dall’amministrazione Obama e appena ripristinato dal numero uno del Pentagono Hegseth: potrebbero hackerare tv e radio governative per diffondere programmi rivolti ai manifestanti. Ma l’annuncio di Trump sull’intervento imminente rappresenta già un capitolo di guerra psicologica, perché obbliga Teheran a tenere in allerta la sua rete contraerea e la vigilanza dei confini.
Ogni mossa americana deve valutare la minaccia della rappresaglia. «La nostra industria bellica è stata incrementata nella quantità e nella qualità rispetto alla guerra dei 12 giorni con Israele», ha dichiarato a novembre il ministro della Difesa, Aziz Nasirzadeh. Durante il conflitto, l’Iran ha scagliato 631 missili: 500 hanno raggiunto lo Stato ebraico, 221 sono stati abbattuti e 243 sono finiti in zone disabitate. Solo 36 hanno colpito i centri urbani. I tecnici della Repubblica islamica da mesi lavorano per migliorare la precisione degli ordigni, concentrando la produzione sui modelli che si sono rivelati più efficaci: vogliono potere realizzare ondate di duemila missili. Nei giorni scorsi i lanciatori semoventi iraniani sono stati dispersi lontano dai depositi. Lo scudo israeliano con le batterie Arrow 3 e quello americano con i Thaad, piazzati su una base saudita, sono già stati attivati: tutto è pronto per una nuova sfida missilistica.