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Le crisi in Venezuela e Iran destabilizzano il mercato del petrolio: e a perderci di più è la Cina

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Privata del greggio scontato dei due alleati, Pechino è costretta a rivolgersi a quello, più caro, di altri Paesi
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È vero che nel mondo c’è una sovrapproduzione di petrolio dovuta alle nuove scoperte a partire da quelle negli Stati Uniti, che la domanda di greggio è mortificata dalla congiuntura globale tendenzialmente debole, che la diffusione ovunque dell’auto elettrica cambia i modelli di consumo, però troppe crisi tutte insieme – Iran, Venezuela, Groenlandia – stanno provocando un rialzo progressivo e neanche troppo silente dei prezzi del greggio. Ieri la varietà di riferimento, il Brent di Londra, ha chiuso a 65,2 dollari al barile, in parziale ridimensionamento in tarda serata dopo che per tutta la giornata aveva viaggiato sopra i 66 dollari. A metà dicembre valeva 59 dollari. «Oltre alle tensioni geopolitiche, già sta incidendo sulla domanda e quindi sui prezzi il fatto che la Cina, privata del petrolio a sconto che comprava dal Venezuela, ora anche di quello iraniano e in prospettiva di quello russo, è costretta a rivolgersi ai mercati mediorientali molto più costosi», spiega Davide Tabare…

È vero che nel mondo c’è una sovrapproduzione di petrolio dovuta alle nuove scoperte a partire da quelle negli Stati Uniti, che la domanda di greggio è mortificata dalla congiuntura globale tendenzialmente debole, che la diffusione ovunque dell’auto elettrica cambia i modelli di consumo, però troppe crisi tutte insieme – Iran, Venezuela, Groenlandia – stanno provocando un rialzo progressivo e neanche troppo silente dei prezzi del greggio. Ieri la varietà di riferimento, il Brent di Londra, ha chiuso a 65,2 dollari al barile, in parziale ridimensionamento in tarda serata dopo che per tutta la giornata aveva viaggiato sopra i 66 dollari. A metà dicembre valeva 59 dollari. «Oltre alle tensioni geopolitiche, già sta incidendo sulla domanda e quindi sui prezzi il fatto che la Cina, privata del petrolio a sconto che comprava dal Venezuela, ora anche di quello iraniano e in prospettiva di quello russo, è costretta a rivolgersi ai mercati mediorientali molto più costosi», spiega Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. «La Cina importa ogni giorno 13 milioni di barili: di questi, 350mila dal Venezuela, un milione dall’Iran, un milione e mezzo dalla Russia. Farne a meno, fa la differenza».

Anche gli aspetti strettamente finanziari, ovvero i futures che spingono all’insù, a questo punto indicano che gli investitori si attendono una nuova stagione di rialzi. «Non si arriverà ai 145 dollari toccati durante la crisi finanziaria del 2008, ma probabilmente ci sarà una stabilizzazione sui 70-80 dollari», commenta Massimo Nicolazzi, docente di economia delle fonti energetiche all’università di Torino e consulente dell’Ispi. «Va ricordato che nel 2008, oltre al tracollo finanziario generato dalla crisi dei subprime in America, ci fu per motivi ambientali una stretta radicale sui contenuti di zolfo ammessi per la benzina su entrambi i lati dell’Atlantico, che spiazzò molte raffinerie impossibilitate a raggiungerli con il risultato ancora una volta di comprimere l’offerta».

Un’amicizia in crisi nel Golfo

Tornando ai giorni nostri, un ulteriore fattore di destabilizzazione per i mercati petroliferi da cui dipende lo sviluppo del mondo intero, ha fatto irruzione nello scenario: le tensioni fra i due giganti del Golfo, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Fino a ieri gemelli diversi, Mbs (Mohammed bin Salman) e Mbz (Mohammad bin Zayed), al vertice di Riad e di Abu Dhabi, rischiano ogni giorno lo scontro armato. Oggetto, una serie di rivendicazioni territoriali lungo i confini dello Yemen nell’area più ricca di risorse petrolifere del pianeta, ad occidente rispetto all’area occupata dai ribelli Houthi, vicino al famigerato stretto di Hormuz. Era la lotta contro le milizie filoiraniane che univa Mbs e Mbz. Amicizia sfumata.

Il fattore Trump

Infine, il fattore-Trump. Fallito, con il deludente incontro alla Casa Bianca dell’ultimo weekend, il tentativo di coinvolgere Big Oil nel suo entusiasmo per l’avventura venezuelana (“ininvestibile”, ha giudicato il Paese il Ceo di Exxon, Darren Woods), al presidente resta da sciogliere il nodo dei produttori domestici di shale oil: visti gli alti costi del fracking, la tecnologia per estrarre il greggio dagli scisti bituminosi profondi, i produttori difendono gli alti prezzi. Senonché Trump ha un’altra preoccupazione: tenere basso il prezzo della benzina, in chiave anti-inflazione e pro-voti. Anche dalla soluzione di quest’enigma dipendono le quotazioni del greggio.

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