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“Non faremo impiccagioni”, l’Iran tranquillizza l’America per scongiurare l’attacco

(agf)

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Le parole del ministro degli Esteri Araghchi. Trump prende tempo ma avverte: “Tutte le opzioni sono sul tavolo”. E muove la portaerei Lincoln
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Washington prende tempo. Dopo la mattanza in Iran, il presidente americano Donald Trump fa marcia indietro sul promesso intervento a difesa dei manifestanti, anche se la Casa Bianca ha chiarito che tutte le «opzioni sono sul tavolo». Gli americani avrebbero ricevuto assicurazioni da Teheran che «800 esecuzioni previste sono state sospese», ha detto la portavoce Karoline Leavitt, e una conferma è arrivata direttamente dal ministro degli esteri Abbas Araghchi, considerato uno dei dialoganti all’interno della Repubblica Islamica: «Non c’è nessun piano per impiccagioni, è un altro elemento di disinformazione per trascinare Trump» in un intervento. Araghchi ha scelto di parlare con Fox News, il canale della destra Usa molto ascoltato dal presidente.

Le ong non si fidano, conoscendo le pratiche della Repubblica islamica. Il caso di Erfan Soltani, il 26enne di Teheran che si temeva sarebbe stato giustiziato, viene monitorato con attenzione. Sebbene i media iraniani neghino che ci fosse stat…

Washington prende tempo. Dopo la mattanza in Iran, il presidente americano Donald Trump fa marcia indietro sul promesso intervento a difesa dei manifestanti, anche se la Casa Bianca ha chiarito che tutte le «opzioni sono sul tavolo». Gli americani avrebbero ricevuto assicurazioni da Teheran che «800 esecuzioni previste sono state sospese», ha detto la portavoce Karoline Leavitt, e una conferma è arrivata direttamente dal ministro degli esteri Abbas Araghchi, considerato uno dei dialoganti all’interno della Repubblica Islamica: «Non c’è nessun piano per impiccagioni, è un altro elemento di disinformazione per trascinare Trump» in un intervento. Araghchi ha scelto di parlare con Fox News, il canale della destra Usa molto ascoltato dal presidente.

Le ong non si fidano, conoscendo le pratiche della Repubblica islamica. Il caso di Erfan Soltani, il 26enne di Teheran che si temeva sarebbe stato giustiziato, viene monitorato con attenzione. Sebbene i media iraniani neghino che ci fosse stata una sentenza di morte contro di lui, gli attivisti sospettano che sia solo stata rinviata. Giudici, ministri e parlamentari iraniani continuano a definire i manifestanti “terroristi”, un’accusa che può prevedere anni di carcere e la pena capitale. Il clima nelle strade del Paese è da “legge marziale”, riferiscono diversi testimoni, con basiji e pasdaran dispiegati in gran forze.

L’ipotesi di un attacco all’Iran ha messo in fibrillazione i Paesi del Golfo, Qatar, Oman, Arabia Saudita e l’Egitto, che hanno fatto pressioni sugli Stati Uniti per evitare, o almeno ritardare, un’operazione militare che rischierebbe di aprire un nuovo fronte di guerra nella regione. La stessa prudenza arriva da Gerusalemme, riferisce il New York Times: Netanyahu avrebbe chiesto a Trump di rinviare un ipotetico attacco. Israele è il Paese che ha maggiore contezza di quale sia la situazione sul terreno in Iran, e gli israeliani sono convinti per ora che la Repubblica islamica, seppur al minimo storico della sua legittimità, non stia per cadere.

Le opzioni militari restano sul tavolo: gli Usa hanno evacuato le truppe dalle basi qatarine e inviato rinforzi nella regione, compresa la portaerei Lincoln. Ma i dubbi sulla efficacia di un attacco sono molti. Quale sarebbe l’obiettivo? Un cambio di regime con bombardamenti dall’alto non è ipotizzabile, secondo l’intelligence israeliana. I Paesi arabi temono la destabilizzazione dell’Iran e il rischio di conflitti settari al suo interno. Trump però ha promesso di agire, e da sempre punta a un cambiamento politico a Teheran. Se l’opzione militare è spuntata contro un sistema che ha troppo da perdere per cedere il potere, anche tornare allo status quo pre-proteste non è una possibilità per Washington.

Potrebbe esserci una terza via, ragiona l’analista Vali Nasr: favorire una trasformazione interna usando incentivi economici. Ieri gli americani hanno sanzionato Ali Larijani e altri 18 funzionari iraniani ritenuti responsabili della repressione. Larijani è il potente capo del consiglio di sicurezza nazionale, che ha legami personali con gli Stati Uniti: come molti altri funzionari della Repubblica islamica, ha familiari che vivono in America. Ieri il segretario al Tesoro Bessent ha rivelato che «in questi giorni i vertici del potere iraniano stanno spostando enormi somme di denaro fuori dal Paese, come ratti che abbandonano la nave». Soldi che sarebbero stati «fatti uscire di nascosto dalla leadership iraniana», e che gli americani potrebbero bloccare, dice. La caccia è cominciata.

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