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L’Iran spegne internet: gli ayatollah barricati isolano la popolazione

(reuters)

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L’annuncio di Teheran: la rete resterà bloccata almeno fino a marzo. Trump: “Bene lo stop alle esecuzioni”. Ma i raid Usa restano sul tavolo
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Dopo oltre 180 ore di blackout, una censura senza precedenti nella storia dell’Iran, il governo ha fatto sapere che non intende ripristinare internet almeno fino a Nowruz, il capodanno persiano che cade intorno al 20 marzo. Gli iraniani restano al buio, e potrebbe essere così ancora a lungo. Un report di Filterwatch rivela l’esistenza di un progetto statale riservato che punta a «trasformare l’infrastruttura Internet del Paese in una Internet da caserma» in cui «l’accesso al mondo esterno è concesso solo a coloro che dispongono di un’autorizzazione di sicurezza tramite una rigida “Lista Bianca”». L’Iran dunque potrebbe essere il primo paese, dopo la Corea del Nord, a spegnere l’internet pubblico e a convertirlo in un sistema di sorveglianza di massa attraverso le liste di sicurezza.

Il progetto dà la misura della crisi in atto nel Paese. Le organizzazioni umanitarie continuano a fatica ad aggiornare il bilancio delle vittime della repressione seguita alle più grandi proteste anti-sist…

Dopo oltre 180 ore di blackout, una censura senza precedenti nella storia dell’Iran, il governo ha fatto sapere che non intende ripristinare internet almeno fino a Nowruz, il capodanno persiano che cade intorno al 20 marzo. Gli iraniani restano al buio, e potrebbe essere così ancora a lungo. Un report di Filterwatch rivela l’esistenza di un progetto statale riservato che punta a «trasformare l’infrastruttura Internet del Paese in una Internet da caserma» in cui «l’accesso al mondo esterno è concesso solo a coloro che dispongono di un’autorizzazione di sicurezza tramite una rigida “Lista Bianca”». L’Iran dunque potrebbe essere il primo paese, dopo la Corea del Nord, a spegnere l’internet pubblico e a convertirlo in un sistema di sorveglianza di massa attraverso le liste di sicurezza.

Il progetto dà la misura della crisi in atto nel Paese. Le organizzazioni umanitarie continuano a fatica ad aggiornare il bilancio delle vittime della repressione seguita alle più grandi proteste anti-sistema dal movimento Donna Vita, Libertà: sono oltre 3.500 i morti, dice Iran Human Rights, denunciando oltre 20mila arresti e il rischio di nuove esecuzioni. Durante la preghiera del venerdì, un noto ayatollah ultraradicale, Ahmad Khatami, ha chiesto la pena di morte per i manifestanti. Khatami non è uno qualunque: è stato nominato da Khamenei, e fa parte dell’Assemblea degli Esperti e del Consiglio dei Guardiani, i due organi di governo più potenti insieme all’ufficio della Guida. L’ayatollah ha descritto i manifestanti come «maggiordomi» di Netanyahu e «soldati di Trump». Il governo iraniano accusa Israele e Stati Uniti di aver infiltrato “terroristi” nelle proteste per portare avanti una cospirazione contro l’Iran.

L’America ha minacciato di intervenire a difesa dei manifestanti, ma per ora prende tempo. Le pressioni del Golfo e di Israele avrebbero spinto Trump a rimandare un eventuale attacco militare, hanno scritto diversi media Usa. Ma il tycoon ieri ha detto di essersi «convinto da solo» ringraziando «la leadership iraniana» per aver cancellato «800 previste esecuzioni», anche se da più parti in Iran si invocano sentenze capitali esemplari contro «i rivoltosi», e gli attivisti sono convinti che arriverà una ondata di condanne a morte. Nel giro di due giorni, Trump ha anche parlato per ben due volte con Netanyahu e a Washington è arrivato anche il capo del Mossad David Barnea.

Gli americani, secondo Axios, valutano le opzioni per un possibile attacco militare, il cui obiettivo però appare ancora poco chiaro, ma provano anche a giocare la carta negoziale. L’inviato speciale Steve Witkoff ha messo sul tavolo le richieste di Washington: stop all’arricchimento dell’uranio, via le scorte di uranio arricchito dal Paese, ridimensionamento del programma missilistico e niente più finanziamenti alle milizie regionali. Un non-inizio negoziale per la Repubblica islamica, che dovrebbe in questo modo rinnegare tutta la sua strategia di difesa e di influenza.

Nella partita si inserisce anche l’alleato di Khamenei, Vladimir Putin, che ha parlato al telefono con Netanyahu e poi con il presidente iraniano Pezeshkian. Mosca vuole scongiurare a tutti i costi un cambio di regime a Teheran, che è l’alleato prezioso nella guerra in Ucraina e nell’asse anti-americano che il Cremlino prova da anni a costruire. È già da qualche mese, come ha rivelato il sito Amwaj, che Mosca fa da mediatrice tra Israele e l’Iran per evitare errori di valutazione che potrebbero portare uno dei due attori a uno strike preventivo e dunque a una nuova guerra.

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