Lo Stato d’eccezione, che si lascia alle spalle quello di diritto, ha bisogno di strumenti d’eccezione, non sottoposti a regole. Nel cammino che conduce a questo precipizio l’America contemporanea ha il volto del suo presidente democraticamente eletto e la maschera dell’Ice. L’Immigration and Customs Enforcement è, o meglio era, un’agenzia federale responsabile del controllo delle frontiere e dell’immigrazione.
La sua fondazione risale al dopo 11 settembre 2001, quando il Paese scoprì la paura e gli venne proposto un baratto fra sicurezza e libertà. Come per ogni ricatto accettato, la posta è aumentata senza ottenere lo scambio desiderato. Se nel laboratorio vengono meno le verifiche previste dal manuale chiamato Costituzione l’organismo creato da un esperimento si modifica, assumendo forme impreviste e spesso pericolose. L’Ice di oggi non è più un’istituzione di carattere tecnico, con una competenza limitata, ma è preposta alla sicurezza nazionale e all’ordine pubblico interno con u…
Lo Stato d’eccezione, che si lascia alle spalle quello di diritto, ha bisogno di strumenti d’eccezione, non sottoposti a regole. Nel cammino che conduce a questo precipizio l’America contemporanea ha il volto del suo presidente democraticamente eletto e la maschera dell’Ice. L’Immigration and Customs Enforcement è, o meglio era, un’agenzia federale responsabile del controllo delle frontiere e dell’immigrazione.
La sua fondazione risale al dopo 11 settembre 2001, quando il Paese scoprì la paura e gli venne proposto un baratto fra sicurezza e libertà. Come per ogni ricatto accettato, la posta è aumentata senza ottenere lo scambio desiderato. Se nel laboratorio vengono meno le verifiche previste dal manuale chiamato Costituzione l’organismo creato da un esperimento si modifica, assumendo forme impreviste e spesso pericolose. L’Ice di oggi non è più un’istituzione di carattere tecnico, con una competenza limitata, ma è preposta alla sicurezza nazionale e all’ordine pubblico interno con una garanzia d’immunità senza precedenti nei confronti di chiunque: «Amministratori locali o statali, immigrati, sovversivi sinistrorsi» (parole del consigliere della Casa Bianca Stephen Miller). È Frankestein con un medaglione al collo e una pistola alla cinta: potente e anonimo, sregolato e rispondente soltanto al proprio creatore e al suo disegno.
Le polizie eccezionali basano, se non il consenso, l’assenza di opposizione sul fatto di colpire, almeno nella fase iniziale, una minoranza, la cui presenza è propagandata come svantaggiosa per la maggioranza in quanto toglie ricchezza, lavoro, opportunità. Il salto di qualità avviene talvolta per un errore, subito fatto rientrare nella logica del percorso. Renée Good, la donna uccisa da un agente a Minneapolis, non era un plausibile bersaglio da viva.
È diventato un obiettivo postumo, quando per identificare ulteriori nemici è stato coniato un acronimo: a.w.f.u.l. Alla lettera significa “orribile”, ma è composto da Affluent White Female Urban Liberal, una progressista di città, altrove radical chic, madama di sinistra della Ztl. Comunque “altra” rispetto ai più che possono sentirsi rassicurati: non tocca (ancora) a loro. Anche per questo lo slogan “Aboliamo l’Ice” raccoglie tiepidi consensi tra i democratici, chi la paragona alla Gestapo è considerato un visionario, i più restano favorevoli alle deportazioni anche se “perplessi” riguardo ai metodi e tra gli ispanici che hanno votato il candidato repubblicano si pensa per le elezioni di midterm non tanto a una svolta quanto a un parcheggio nell’astensione.
Questo consente che il progetto non soltanto proceda, ma cresca in maniera smisurata. Per l’anno in corso i fondi concessi all’Ice passeranno da 8 a 30 miliardi di dollari, con i quali verranno assunti altri 10 mila agenti, superando così i numeri dell’Fbi. Se già tra gli attuali esiste una marea di impreparati, scelti per un errore dell’intelligenza artificiale che vagliava i curriculum, quanti nella massa dei nuovi saranno all’altezza? Al record di finanziamenti e arruolamenti dovrà corrispondere quello di deportazioni (la cifra da annunciare con squilli di tromba entro Natale è: un milione), di detenzioni in luoghi non identificati (65mila soltanto a novembre scorso), di apertura o ampliamento di prigioni private riempite con pubblici arresti.
L’Ice spaventa le sue prede, preoccupa chi sostiene la caccia regolamentata (anche Obama fu considerato “Capo Espulsore”) e lascia indifferente o esalta tutti quelli che stanno in mezzo, il grande buco nero dell’America. La sua attività riproduce di fatto il pensiero manicheista e semplificatorio dell’attuale amministrazione: a occhio, tutti gli immigrati sono illegali, tutti gli attivisti sono terroristi. E tutti i metodi per stanarli sono validi. Il codice d’intervento ha preso polvere: sono consentiti e incoraggiati i raid all’alba, i sequestri di persona in pieno giorno, i trasferimenti in luoghi non determinati. L’utilizzo di gas ha sostituito quello di spray al peperoncino. Gli agenti dell’Ice hanno un doppio scudo: quello del branco in cui si muovono e quello dell’anonimità offerta dalle maschere indossate. Niente numero sull’elmetto, nessun segno di riconoscimento. Qualunque studio di psicologia sostiene che queste condizioni favoriscono l’aggressività.
Il prepotente ingresso in scena della nuova versione ha prodotto in chi l’ha osservato sorpresa e incredulità. I filmati divulgati da comuni cittadini vengono spesso percepiti come possibili spezzoni cinematografici o falsi realizzati digitalmente. L’immaginazione non tiene il passo della realtà e lo sdegno quello dell’offesa. Si cerca un paragone con esperienze passate, vissute altrove. Forse con la Dina cilena, organizzazione militare fuori dalla catena di comando che rispondeva direttamente a Pinochet. O, poiché i regimi non hanno colore, con la Securitate rumena, la polizia segreta di Ceausescu. L’Ice segreta non è: agisce nelle strade, alla luce. È il braccio di un potere sfrontato, che ci mette la faccia, senza ipocrisia o compassione. Risponde a un mai sopito istinto di sopraffazione guidato dall’arbitrio. Herta Müller, premio Nobel per la letteratura, racconta che durante un interrogatorio un agente della Securitate, le gridò furibondo: «Chi ti credi di essere?». «Un essere umano come lei», rispose. «Questo lo credi tu – fu la replica-. Lo decidiamo noi chi sei». E se, come, dove, vivrai.