Non solo i cecchini sui tetti, le mitragliatrici in strada, gli assalti negli androni dei palazzi a caccia dei manifestanti che cercavano di nascondersi. Nei giorni tra il 6 e il 12 gennaio in Iran si è combattuta una vera e propria battaglia negli ospedali. Le forze di sicurezza setacciavano i reparti a caccia dei feriti, mentre i medici faticavano a gestire l’afflusso di pazienti e le famiglie cercavano i corpi dei loro cari tra i cadaveri ammassati senza identificazione.
Un video pubblicato il 9 gennaio mostra una dozzina di corpi avvolti in sacchi di plastica in uno degli androni dell’ospedale al Ghadir, nella zona orientale di Teheran. Il nipote di uno degli infermieri che lavorano nella struttura ha confermato a Repubblica l’assalto delle forze di sicurezza. «Gli agenti sono entrati e hanno praticamente preso il controllo dei reparti, incutendo terrore al personale medico per non farli parlare – racconta – Non solo rifiutavano di restituire i corpi ai familiari, ma a un certo p…
Non solo i cecchini sui tetti, le mitragliatrici in strada, gli assalti negli androni dei palazzi a caccia dei manifestanti che cercavano di nascondersi. Nei giorni tra il 6 e il 12 gennaio in Iran si è combattuta una vera e propria battaglia negli ospedali. Le forze di sicurezza setacciavano i reparti a caccia dei feriti, mentre i medici faticavano a gestire l’afflusso di pazienti e le famiglie cercavano i corpi dei loro cari tra i cadaveri ammassati senza identificazione.
Un video pubblicato il 9 gennaio mostra una dozzina di corpi avvolti in sacchi di plastica in uno degli androni dell’ospedale al Ghadir, nella zona orientale di Teheran. Il nipote di uno degli infermieri che lavorano nella struttura ha confermato a Repubblica l’assalto delle forze di sicurezza. «Gli agenti sono entrati e hanno praticamente preso il controllo dei reparti, incutendo terrore al personale medico per non farli parlare – racconta – Non solo rifiutavano di restituire i corpi ai familiari, ma a un certo punto li hanno ammassati uno sull’altro all’ingresso come una sorta di avvertimento. Dicevano alle persone che se avessero fatto uscire una sola parola su quello che era successo li avrebbero appesi per i piedi». Molti feriti sono stati portati via senza ricevere cure o immediatamente dopo essere stati operati. «Alcuni pazienti sono stati letteralmente strappati dai letti con i cateteri ancora attaccati, alcuni li hanno portati fuori e gli hanno sparato», racconta la fonte.
Un operatore sanitario di Mashhad ha raccontato ad Amnesty International che «la notte del 9 gennaio i corpi senza vita di 150 giovani manifestanti sono stati trasportati in un ospedale e poi trasferiti al cimitero di Behesht Reza ancora prima che fossero identificati». Già nei primi giorni delle manifestazioni pacifiche gli ospedali erano diventati un pericolo per i manifestanti. Malekshahi, nella provincia di Ilam, è stata una delle prime città a scendere in piazza: l’irruzione della polizia nell’ospedale di Ilam, l’Imam Khomeini, testimoniata anche da due video, è stato l’episodio che ha spinto moltissime altre persone a unirsi alle manifestazioni.
Prima che bloccassero Internet, il giornale iraniano Hammihan aveva inviato una sua cronista: Elahè Mohammadi, una delle due reporter insieme a Niloufar Hamedi che hanno trascorso più di un anno in carcere per aver rivelato la storia di Mahsa Amini. Scriveva: «Un giovane di Malekshahi ha affermato di aver visto con i propri occhi che gli agenti hanno portato via uno dei feriti, che sanguinava dalla caviglia a causa di una ferita da arma da fuoco, senza cure». Lo stesso ragazzo raccontava di aver portato via un amico ferito per evitare che gli agenti lo prendessero: «Sono entrati nell’ospedale per portare via i corpi e i feriti, quindi lo abbiamo portato fuori con difficoltà per evitare che venisse arrestato».