Per più di un decennio il Rojava curdo è stato il riparo, l’avamposto democratico nella Siria devastata dalla guerra, dalle torture di Assad e dalla violenza jihadista. Le imprese dei curdi nella liberazione di Raqqa dall’Isis, con il sostegno americano, e nella resistenza fiera di Kobane sono state raccontate in libri, film, fumetti. Ma quell’esperimento di autogoverno nel nord est della Siria, fondato sul confederalismo democratico, potrebbe non esistere più.
Con una offensiva lampo nel fine settimana, le forze di Ahmed al Sharaa, il presidente siriano non eletto che viene dalle fila del jihadismo sunnita, hanno conquistato territori strategici a est e ovest del fiume Eufrate che erano sotto il controllo delle Sdf, le forze democratiche siriane nate da una alleanza anti-Assad tra curdi e tribù arabe. Dopo aver perso i quartieri che controllavano a est di Aleppo, quasi senza combattere i curdi hanno ceduto la città strategica di Taqba, con la diga che alimenta la principale centrale…
Per più di un decennio il Rojava curdo è stato il riparo, l’avamposto democratico nella Siria devastata dalla guerra, dalle torture di Assad e dalla violenza jihadista. Le imprese dei curdi nella liberazione di Raqqa dall’Isis, con il sostegno americano, e nella resistenza fiera di Kobane sono state raccontate in libri, film, fumetti. Ma quell’esperimento di autogoverno nel nord est della Siria, fondato sul confederalismo democratico, potrebbe non esistere più.
Con una offensiva lampo nel fine settimana, le forze di Ahmed al Sharaa, il presidente siriano non eletto che viene dalle fila del jihadismo sunnita, hanno conquistato territori strategici a est e ovest del fiume Eufrate che erano sotto il controllo delle Sdf, le forze democratiche siriane nate da una alleanza anti-Assad tra curdi e tribù arabe. Dopo aver perso i quartieri che controllavano a est di Aleppo, quasi senza combattere i curdi hanno ceduto la città strategica di Taqba, con la diga che alimenta la principale centrale idroelettrica del Paese; quasi completamente Raqqa, l’ex capitale dello stato islamico e Deir El-Zor, il governatorato dove ci sono i pozzi petroliferi di Conoco e al-Omar, per anni base degli americani.
A Raqqa e Deir El-Zor i curdi governavano un territorio dove la maggioranza della popolazione è araba, e proprio la ribellione delle tribù arabe ai governanti curdi ha reso possibile la rapida avanzata delle forze governative. Nella città che i curdi liberarono dall’Isis con un altissimo prezzo di sangue, gruppi di giovani arabi hanno tirato giù i manifesti di Ocalan, il leader curdo in carcere in Turchia, e le statue issate in memoria dei combattenti Ypg caduti in battaglia contro i fanatici jihadisti.
Dopo ore concitate, al Sharaa in serata ha annunciato il cessate il fuoco e ha pubblicato un accordo in dieci punti che mette fine alle ostilità, ma che non è stato ancora firmato da Mazloum Abdi, il comandante delle Sdf, ufficialmente perché il maltempo gli ha impedito di raggiungere Damasco. «L’amministrazione autonoma delle Sdf è finita, lo Stato siriano è centralizzato», ha proclamato al Sharaa. Tre giorni fa, sotto pressione americana, l’ex jihadista aveva firmato un decreto che riconosce il curdo come lingua nazionale, restituisce la cittadinanza a migliaia di curdi che ne erano stati privati sotto Assad e istituisce Nowruz, il capodanno curdo, come festa nazionale. Un passo importante che però i curdi considerano insufficiente perché vorrebbero che venisse inserito nella Costituzione siriana.
In cambio, le Sdf verranno integrate nell’esercito siriano, su base individuale e non con battaglioni; cederanno il controllo dei valichi di frontiera e l’amministrazione di Raqqa, Deir el–Zor e Hasaka e dovranno sottoporsi all’autorità di Damasco. I curdi dovranno anche espellere gli elementi non siriani legati al Pkk, un successo per il presidente turco Erdogan che sta cercando di mettere fine al partito dei lavoratori e a 30 anni di lotta armata. Ai curdi verrà concesso di avere una polizia locale a Kobane e forse la guida della città di Hasaka.
La svolta nel nord est della Siria è arrivata perché Washington ha cambiato strategia, punta su al Sharaa per il futuro della Siria e gli ex alleati curdi, fondamentali nella lotta contro l’Isis, dovranno accontentarsi di limitate concessioni. Le prigioni dove sono detenuti migliaia di combattenti dell’Isis passeranno sotto il controllo di Damasco come al Sharaa aveva promesso a Trump in cambio della rimozione delle sanzioni. Oggi al Sharaa avrebbe dovuto recarsi in Germania per una visita di Stato, tra le proteste degli attivisti per i massacri commessi da milizie fedeli a Damasco contro le minoranze alauite e druse, ma il siriano ha rimandato viaggio.