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Sì di Netanyahu al Board per la pace. Ma gli occidentali snobbano l’Onu privata di Trump

L'invito alla Bielorussia di Trump al Board of Peace 

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Dopo il rifiuto di Parigi altri governi si sfilano dal Consiglio voluto dalla Casa Bianca: solo 10 adesioni su sessanta inviti. Successo tra i regimi. Domani la firma a Davos
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Dieci Paesi sulla sessantina che erano stati invitati hanno deciso di aderire al Board of Peace , l’organismo internazionale presieduto da Donald Trump che nelle intenzioni del fondatore dovrebbe occuparsi di risolvere le grandi crisi internazionali, da Gaza all’Ucraina al Venezuela. Solo che forse non sono proprio quelli a cui verrebbe naturale affidare la sicurezza del mondo.

Fino a ieri all’iniziativa erano arrivate solo otto adesioni ufficiali: i sì del re del Marocco Muhammad VI, dello sceicco degli Emirati arabi Mohammed bin Zayed al-Nahyan, del presidente-dittatore bielorusso Aleksander Lukashenko e del primo ministro albanese Edi Rama. Prima di loro, i leader di Vietnam, Kazakistan, Ungheria e Argentina due giorni fa si erano detti favorevoli a unirsi al consiglio. Parole di entusiasmo sono arrivate anche dal Qatar e dall’Arabia Saudita, pur senza un’accettazione ufficiale.

Oggi sono arrivati il “sì” dell’Azerbaijan e, ben più pesante, quello di Israele: la notizia è stata co…

Dieci Paesi sulla sessantina che erano stati invitati hanno deciso di aderire al Board of Peace , l’organismo internazionale presieduto da Donald Trump che nelle intenzioni del fondatore dovrebbe occuparsi di risolvere le grandi crisi internazionali, da Gaza all’Ucraina al Venezuela. Solo che forse non sono proprio quelli a cui verrebbe naturale affidare la sicurezza del mondo.

Fino a ieri all’iniziativa erano arrivate solo otto adesioni ufficiali: i sì del re del Marocco Muhammad VI, dello sceicco degli Emirati arabi Mohammed bin Zayed al-Nahyan, del presidente-dittatore bielorusso Aleksander Lukashenko e del primo ministro albanese Edi Rama. Prima di loro, i leader di Vietnam, Kazakistan, Ungheria e Argentina due giorni fa si erano detti favorevoli a unirsi al consiglio. Parole di entusiasmo sono arrivate anche dal Qatar e dall’Arabia Saudita, pur senza un’accettazione ufficiale.

Oggi sono arrivati il “sì” dell’Azerbaijan e, ben più pesante, quello di Israele: la notizia è stata comunicata dall’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu, lo stesso che fino a ieri aveva espresso rabbia e delusione per gli inviti diretti a Turchia e Qatar, che Israele considera Paesi ostili. Restano ambigue le posizioni della Cina e della Russia, che hanno comunque confermato di aver ricevuto l’invito.

La carta che istituisce l’ente sarà firmata domani a Davos dal presidente Usa in persona, in una cerimonia a margine del Forum economico. Ma fino a questo momento intorno a quella che gli analisti hanno definito «l’Onu privata» di Trump non c’è un ampio consenso. O meglio c’è, ma per la maggior parte dai leader di Paesi che in contesti internazionali sono stati definiti non democratici se non direttamente dittatoriali.

Aperto rifiuto, silenzio e perplessità sono invece arrivati dalla maggior parte dei Paesi occidentali. Dopo la Francia, anche la Norvegia – protagonista della polemica con Washington sulla Groenlandia e il Nobel per la pace – fa sapere di declinare l’invito, e secondo il Financial Times pure il britannico Keir Starmer dirà no. Da Bruxelles trapela la notizia che il tema della partecipazione dei leader al Board sarà tra i temi che saranno discussi al Consiglio europeo straordinario di domani, nell’ambito del dibattito sugli «ultimi sviluppi sulle relazioni transatlantiche e le sue implicazioni per l’Ue» che è stato messo in agenda. Già la tempistica della riunione, che avverrà in contemporanea alla cerimonia di inaugurazione annunciata dagli americani, fa pensare che è difficile che altri europei si aggiungano all’ungherese Viktor Orbán in questa prima fase.

Comunque vada, l’organismo al momento appare destinato ad accentuare le tensioni internazionali, più che a spegnerle: il presidente ucraino Zelenky ha fatto sapere di aver ricevuto l’invito, ma di non poter sedere ad un tavolo in cui ci sono anche Putin e Lukashenko.

Mentre i leader discutono, in quella Gaza la cui crisi dovrebbe essere in cima alle priorità del Board si continua a morire di stenti, oltre che per le incursioni dell’esercito israeliano: ieri è stata la volta di Shaza Abu Jarad, tre mesi, la cui storia è stata raccolta dai reporter della Associated Press nella Striscia. Ieri mattina al risveglio la famiglia ha trovato la bambina di tre mesi morta nella tenda dove vive accampata nel quartiere a Gaza City. «Era congelata, è morta di freddo», ha detto il padre Mohamed Abu Jarad.

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