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Il logo, autocrati in prima fila, assenza della Ue, mappe di Gaza: nasce il Board of Peace di Trump

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Al Forum economico di Davos il presidente americano sigla la risoluzione inaugurale per il mandato del Consiglio di Pace: “Tutti ne vogliono far parte”. Tra i leader l’ungherese Orban e l’argentino Milei
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DAVOS – E’ già tutto nella forma, perché oltre alla forma c’è poco. Il dozzinale logo del Board of Peace, il consiglio per la pace, con il mappamondo ridotto al Nordamerica, tra due rametti color oro che forse vorrebbero essere di ulivo, ma sembrano più di alloro. E il formato dell’evento, con i leader dei Paesi firmatari chiamati sul palco del World economic forum di Davos uno ad uno, che alla fine si alzano in piedi per accogliere ed applaudire lui, il grande pacificatore Donald Trump.

Lui sale sul podio e guarda i 19. “Di solito ce ne sono almeno due che non mi piacciono, questi invece mi piacciono tutti”, dice. Si capisce il motivo. Ci sono illustri esponenti della destra antiglobalista globale, come il premier ungherese Orban (“questo è un duro”, dice Trump) e il presidente argentino Millei. Ministri di Emirati, Qatar e Arbia Saudita, i clienti americani nel mondo arabo. Presidenti di piccoli Stati alla ricerca di un posto al sole, o di un minuto dell’attenzione del Re Sole, co…

DAVOS – E’ già tutto nella forma, perché oltre alla forma c’è poco. Il dozzinale logo del Board of Peace, il consiglio per la pace, con il mappamondo ridotto al Nordamerica, tra due rametti color oro che forse vorrebbero essere di ulivo, ma sembrano più di alloro. E il formato dell’evento, con i leader dei Paesi firmatari chiamati sul palco del World economic forum di Davos uno ad uno, che alla fine si alzano in piedi per accogliere ed applaudire lui, il grande pacificatore Donald Trump.

Lui sale sul podio e guarda i 19. “Di solito ce ne sono almeno due che non mi piacciono, questi invece mi piacciono tutti”, dice. Si capisce il motivo. Ci sono illustri esponenti della destra antiglobalista globale, come il premier ungherese Orban (“questo è un duro”, dice Trump) e il presidente argentino Millei. Ministri di Emirati, Qatar e Arbia Saudita, i clienti americani nel mondo arabo. Presidenti di piccoli Stati alla ricerca di un posto al sole, o di un minuto dell’attenzione del Re Sole, come Azerbaijan, Armenia, Kazakistan, Giordania, Kosovo, Pakistan e Paraguay. E poi Egitto e Turchia, medie potenze con più di un interesse in Medio Oriente.

Sono i loro ministri i primi a sedersi attorno al presidente, per firmare lo statuto del Consiglio di pace che – recita ora una voce – “è ufficialmente una organizzazione internazionale”. E in questa prima e poco collegiale assemblea Trump firma di suo pugno la prima risoluzione, che recepisce il mandato Onu per Gaza. “Ricostruiremo Gaza, è un grande posto, io sono un immobiliarista nel cuore”, dice lui. Lavoreremo insieme alle Nazioni Unite”. Un tentativo per tranquillizzare chi, non solo in Occidente, teme che lui si voglia creare una organizzazione alternativa, un club con una sola regola di ingresso, versare al padrone una quota di ingresso di un miliardo. Ma quello che pensa delle Nazioni Unite tranquillizza meno: “Hanno un potenziale straordinario ma non lo usano, nelle otto guerre a cui ho posto fine non ho mai parlato con l’Onu”.

Fatto sta che per entrare nel Board of Peace non sembra esserci la coda. “Tutti si vogliono unire”, assicura il presidente. Sì, sono alla porta autocrati come Lukashenko e Putin. Ma anche per questo, per i leader delle potenze democratiche, Regno Unito, Germania o Francia, partecipare alla baracconata si è rivelato quasi subito impossibile. E dopo qualche tentennamento, anche all’Italia dell’amica Giorgia Meloni, che ha cercato di prendere tempo trincerandosi dietro a questioni di legittimità costituzionale. “Alcuni Paesi che vogliono unirsi devono intraprendere delle procedure costituzionali”, dice il segretario di Stato Marco Rubio, e sembra riferirsi proprio a Roma.

L’unico annuncio di una certa sostanza è affidato ad Ali Shaat, il tecnocrate palestinese incaricato di dirigere il Comitato tecnico per la ricostruzione, che in un videomessaggio registrato, mentre scorrono immagini della distruzione della Striscia – che non potrebbe sembrare più lontana – annuncia che dalla prossima settimana riaprirà, in entrambe le direzioni, il valico di Rafah con l’Egitto. Lo si verificherà sul campo. Fatto sta che subito dopo inizia la convention immobiliare di Jared Kushner, il genero in Chief, che proietta sullo schermo le immagini della “Nuova Gaza” con condomini modello Dubai. Dovrà gestire tutto il famoso comitato tecnico, di cui fa parte tra gli altri Tony Blair, seduto in prima fila. Prima però bisogna che Hamas consegni le armi: “Se non lo farà verrà distrutta”, dice Trump. Poi lascia la sala ringraziando. La prima assemblea del Board of Peace è terminata.

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