Nonostante Donald Trump lo definisca «il consiglio più prestigioso mai formato» e proclami che «tutti vogliono farne parte» il Board of peace che nelle intenzioni del presidente americano dovrebbe affrontare le crisi del mondo — a partire da Gaza — non decolla. O meglio: decolla solo con l’adesione di Paesi che buona parte della comunità internazionale giudica non democratici, se non addirittura autoritari.
È il caso dell’Egitto che, per bocca del ministro degli Esteri ha annunciato che il presidente al Sisi farà parte del board, ma anche della Turchia di Recep Tayyp Erdogan, dell’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman (per quanto del board dovrebbe formalmente far parte re Salman) e degli Emirati arabi uniti di Mohammed bin Zayed. Assieme a Giordania, Indonesia, Pakistan e Qatar questi Paesi hanno annunciato il loro “sì” a Trump con un comunicato congiunto, così come avevano fatto Argentina, Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Ungheria, Kazakhstan, Kosovo, Marocco, Uzbekistan e Vietnam…
Nonostante Donald Trump lo definisca «il consiglio più prestigioso mai formato» e proclami che «tutti vogliono farne parte» il Board of peace che nelle intenzioni del presidente americano dovrebbe affrontare le crisi del mondo — a partire da Gaza — non decolla. O meglio: decolla solo con l’adesione di Paesi che buona parte della comunità internazionale giudica non democratici, se non addirittura autoritari.
È il caso dell’Egitto che, per bocca del ministro degli Esteri ha annunciato che il presidente al Sisi farà parte del board, ma anche della Turchia di Recep Tayyp Erdogan, dell’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman (per quanto del board dovrebbe formalmente far parte re Salman) e degli Emirati arabi uniti di Mohammed bin Zayed. Assieme a Giordania, Indonesia, Pakistan e Qatar questi Paesi hanno annunciato il loro “sì” a Trump con un comunicato congiunto, così come avevano fatto Argentina, Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Ungheria, Kazakhstan, Kosovo, Marocco, Uzbekistan e Vietnam.
L’adesione più clamorosa tuttavia, è quella di un alleato di ferro di Trump, Benjamin Netanyahu: il primo ministro israeliano nei giorni scorsi si era scagliato sia contro il Board che contro il Comitato esecutivo che, insieme al governo tecnico palestinese, sarà chiamato a supervisionare il cessate il fuoco e la ricostruzione nella Striscia di Gaza. Entrambi, a suo giudizio, erano colpevoli di lasciare troppo spazio a Turchia e Qatar, Paesi che Israele considera come nemici: ma ieri Netahyahu ha cambiato idea, probabilmente su pressione americana. Peccato che non potrà partecipare alla cerimonia di firma del documento che istituisce ufficialmente il Board, prevista per oggi a Davos: è ricercato per crimini di guerra dal Tribunale penale internazionale dell’Aja e se atterrasse in Svizzera verrebbe arrestato, come previsto dal Trattato di Roma che ha istituito la Corte.
Un problema quest’ultimo che Netanyahu condivide con un altro degli invitati al Board di Trump, Vladimir Putin. La Russia resta ambigua sulla possibilità di partecipazione ma ieri sera il presidente russo ha fatto sapere di essere pronto a versare un miliardo di dollari “dagli asset russi congelati” al Board. Fra i primi ad accettare c’è stato invece uno strettissimo alleato di Mosca, la Bielorussia del presidente-dittatore Aleksander Lukashenko: fra “color che sono sospesi”, altri giganti non proprio democratici come l’India di Narendra Modi e la Cina di Xi Jinping.
Ma le perplessità non si fermano qui. A poche ore dalla cerimonia istitutiva attorno al Consiglio che, nelle intenzioni del presidente americano, dovrebbe sostituire le Nazioni Unite, resta molta, moltissima nebbia: non si capisce veramente quanti siano gli invitati reali (fra i 50 e i 60 contro i 193 Paesi membri dell’Onu). Né quanti Paesi abbiano effettivamente accettato l’invito (i calcoli vanno fra i 18 e i 30). Tantomeno è chiaro se e chi pagherà la cifra di un miliardo di dollari che Trump ha stabilito per avere un seggio permanente. Quello che è chiaro è che da parte della maggioranza dei Paesi occidentali c’è scetticismo: alcuni hanno apertamente rifiutato di aderire — Francia, Norvegia e Svezia e, di fatto, l’Italia di Giorgia Meloni — altri non si sono sbilanciati, altri ancora hanno fatto sapere di nutrire non poche perplessità, pur in assenza di una comunicazione ufficiale: è il caso del Regno Unito.
La questione sarà dibattuta oggi al Consiglio Europeo straordinario convocato per parlare degli «ultimi sviluppi sulle relazioni transatlantiche e delle implicazioni per l’Ue». La tempistica della riunione, in contemporanea alla cerimonia di inaugurazione annunciata dagli americani, fa pensare che è difficile che per ora altri europei si uniscano ad Edi Rama e Viktor Orbán, almeno in questa prima fase.