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Gabuev: “Tra Russia e Ucraina la pace resta lontanissima, e Kiev ha meno tempo di Mosca”

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L’analista e direttore del Carnegie Russia Eurasia Center sull’incontro trilaterale negli Emirati: “Le garanzie americane di cui Zelensky ha bisogno, per Putin sono inaccettabili. L’Europa deve accettare di parlare con Mosca per tornare al tavolo”
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DAVOS - “Un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina è ancora lontano”, dice Alexander Gabuev, direttore del Carnegie Russia Eurasia Center e tra gli analisti più ascoltati sul conflitto, sull’incontro trilaterale - con gli Stati Uniti a mediare - previsto negli Emirati.

Questo incontro è un passo in avanti?

“Ogni incontro è una buona notizia. A dicembre c’è già stato un incontro a tre ad Abu Dhabi, ma con russi e ucraini in stanze diverse e gli americani a fare da “navetta”. Se si siedono nella stessa stanza, come è stato detto, potrebbe essere il primo “vero” trilaterale. Sulle questioni fondamentali però le posizioni sono distanti chilometri e entrambe le parti mostrano una determinazione a non cedere”.

Ieri a Davos Zelensky ha detto che le carte per la pace sono pronte da firmare. Non è vero?

“Sono pronte le carte su cui si sono accordati Stati Uniti e Ucraina. Ma senza Putin non c’è accordo”.

Significa almeno che Zelensky ha ottenuto da Trump le garanzie di sicurezza che chiede…

DAVOS - “Un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina è ancora lontano”, dice Alexander Gabuev, direttore del Carnegie Russia Eurasia Center e tra gli analisti più ascoltati sul conflitto, sull’incontro trilaterale - con gli Stati Uniti a mediare - previsto negli Emirati.

Questo incontro è un passo in avanti?

“Ogni incontro è una buona notizia. A dicembre c’è già stato un incontro a tre ad Abu Dhabi, ma con russi e ucraini in stanze diverse e gli americani a fare da “navetta”. Se si siedono nella stessa stanza, come è stato detto, potrebbe essere il primo “vero” trilaterale. Sulle questioni fondamentali però le posizioni sono distanti chilometri e entrambe le parti mostrano una determinazione a non cedere”.

Ieri a Davos Zelensky ha detto che le carte per la pace sono pronte da firmare. Non è vero?

“Sono pronte le carte su cui si sono accordati Stati Uniti e Ucraina. Ma senza Putin non c’è accordo”.

Significa almeno che Zelensky ha ottenuto da Trump le garanzie di sicurezza che chiedeva?

“Non lo sappiamo. Per l’Ucraina una vera deterrenza dovrebbe ricalcare l’articolo 5 della Nato, prevedendo un intervento automatico in caso di attacco russo. Questo è inaccettabile per Putin, ma anche impossibile da concedere in questo momento per Trump. Sul piano operativo, Zelensky ha bisogno di un impegno americano di lungo termine a condividere intelligence e addestramento, e a integrare le forze armate e l’industria militare ucraine nel quadro Nato, anche senza l’ingresso formale. Neppure questo Putin vuole accettarlo”.

Insomma tutta la diplomazia di Trump non ha portato a nessun reale progresso verso la pace?

“L’accordo è più vicino di un anno fa, perché ora c’è un negoziato aperto. Ma il negoziato può durare a lungo, anche anni, finché non si creano le condizioni dell’intesa. Le parti non hanno le risorse per combattere all’infinito. Solo che in questa corsa al ribasso, se l’Occidente non aumenta il suo sostengo, l’Ucraina arriverebbe a una condizione insostenibile più velocemente e potrebbe essere costretta ad accettare un accordo svantaggioso”.

Fra quanto tempo?

“Difficile dirlo. Alle condizioni attuali può riuscire a combattere un anno, due. Non dieci”.

Qual è il più grande problema di Kiev? La linea del fronte o gli attacchi russi alle infrastrutture fondamentali?

“Il primo è il fatto che Putin sia convinto che sta vincendo la guerra. Poi la linea del fronte, dove mancano gli uomini e sta perdendo il vantaggio che aveva nelle operazioni con i droni”.

Quindi Putin ha ragione a pensarlo: sta vincendo?

“La Russia ha un vantaggio materiale enorme in termini di soldati e attrezzatura, è una bestia più grande. Non è stata in grado di tradurlo in significativi avanzamenti sul campo, conquista piccoli territori a prezzi altissimi, ma sta comunque avanzando. E a Putin non importa nulla del sacrificio della sua gente, è convinto si poterla mandare al fronte con i soldi o con la forza”.

L’economia russa però soffre, i proventi delle vendite degli idrocarburi sono collassati. Questo non impatta per nulla?

“Sì impatta. Per un Paese che spende il 40% del suo budget per la guerra significa che portarla avanti costringe a ridurre le spese civili, danneggiando il suo futuro. Ma Putin se lo può ancora permettere, un po’ perché la popolazione lo accetta e un po’ perché la Russia è un regime autoritario”.

Ulteriori sanzioni cambierebbero il quadro?

“Non c’è un’arma risolutiva, molti colpi sono già stati sparati. La cosa più importante mi sembra il rigore nell’applicare le sanzioni già introdotte, per esempio attraverso il contrasto alle petroliere ombra”.

A Davos Zelensky ha attaccato duramente i leader europei, definendoli alla mercé di Trump e Putin. La ragione è la decisione di non impiegare gli asset russi?

“Fatico a capire. Gli asset russi non sono stati usati, ma i leader europei hanno appena staccato all’Ucraina un assegno vitale da 90 miliardi, usando i soldi dei contribuenti e raggiungendo con fatica un accordo. Quello che è venuto a mancare è il supporto americano”.

Gli europei possono rientrare nel negoziato?

“Non finché proseguono con la scelta di non parlare con Putin. Possono rientrarci in due modi. Il primo è che i servizi i servizi di intelligence aprano contatti con i servizi russi e lo rendano noto, cosa che sta avvenendo ma è molto prudente. Il secondo è capire che se Trump parla con Putin, e se tu vuoi far sentire la tua voce, ci devi parlare anche tu. Anche perché se non stai al tavolo non puoi neppure impedire a Putin e Trump di imporre all’Ucraina un accordo terribile. C’è però un problema”.

Quale?

“Chi rappresenterebbe l’Europa al tavolo? Di certo non la Commissione, ma che combinazione di capitali? Con che mandato? L’Europa è una bestia complicata. Ma deve trovare un modo”.

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