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Groenlandia, il sollievo Ue: “Uniti possiamo fermare la prepotenza americana”

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Al Consiglio europeo i leader cantano vittoria per la retromarcia del tycoon, ma la fiducia è ai minimi e le contromisure vengono soltanto congelate
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BRUXELLES – Le armi per fermare Donald Trump sono «unità» e «fermezza». Dopo la retromarcia del presidente americano sulla Groenlandia e sui nuovi dazi, la Ue canta vittoria. Anche se non si fida affatto. Prepara comunque le contromisure sui dazi e le lascia per ora in un cassetto pronte all’uso. “Congelate” proprio per la resipiscenza della Casa Bianca. Ma non annullate.

Ma il punto che viene sottolineato con più forza è proprio la risposta data a Washington. Per la prima volta la Ue sente di aver usato gli stessi toni del tycoon. Di non aver ceduto dinanzi alle minacce e alle iperboli. E sebbene il Vecchio Continente sia stato aiutato dal “crollo” dei mercati, che di certo hanno inciso nelle scelte trumpiane, comunque coglie questo passaggio come una inversione di tendenza. Ha retto persino la decisione concordata di disertare il forum di Davos per non offrire sponde a Trump. Solo qualche defezione e qualche tentativo non riuscito (dell’Italia), di bypassare la scelta.

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BRUXELLES – Le armi per fermare Donald Trump sono «unità» e «fermezza». Dopo la retromarcia del presidente americano sulla Groenlandia e sui nuovi dazi, la Ue canta vittoria. Anche se non si fida affatto. Prepara comunque le contromisure sui dazi e le lascia per ora in un cassetto pronte all’uso. “Congelate” proprio per la resipiscenza della Casa Bianca. Ma non annullate.

Ma il punto che viene sottolineato con più forza è proprio la risposta data a Washington. Per la prima volta la Ue sente di aver usato gli stessi toni del tycoon. Di non aver ceduto dinanzi alle minacce e alle iperboli. E sebbene il Vecchio Continente sia stato aiutato dal “crollo” dei mercati, che di certo hanno inciso nelle scelte trumpiane, comunque coglie questo passaggio come una inversione di tendenza. Ha retto persino la decisione concordata di disertare il forum di Davos per non offrire sponde a Trump. Solo qualche defezione e qualche tentativo non riuscito (dell’Italia), di bypassare la scelta.

«Oggi ci riuniamo in questo consiglio informale europeo – ha detto il presidente francese Emmanuel Macron - per sottolineare l’unità degli europei, a sostegno della Danimarca, della sua integrità territoriale e della sua sovranità, e anche per riconoscere che quando l’Europa è unita e forte, e reagisce rapidamente, le cose rientrano nell’ordine e nella calma». Stessa linea seguita dal Cancelliere tedesco Friedrich Merz: «L’unità e la determinazione da parte europea possono ottenere risultati». Anche le presidenze della Commissione e del Consiglio europeo hanno rimarcato lo stesso effetto. È una sorta di esultanza per una partita una volta tanto vinta con la stessa tattica dell’avversario.

Ma al di là della soddisfazione per il passo indietro della Casa Bianca, nessuno si fida del presidente statunitense. La sua imprevedibilità e inattendibilità è ormai un dato acquisito a Bruxelles. I vertici comunitari, allora, non vogliono più farsi cogliere impreparati. E quindi le contromisure immaginate in questi giorni in realtà non scompaiono. «Comunque siamo pronti a reagire», è il leitmotiv. I 93 miliardi di dollari di controdazi che sarebbero potuti scattare il prossimo 6 febbraio non vengono cancellati. La loro sospensione sarà prorogata, probabilmente, di altri sei mesi. Per avere, appunto, uno “scudo” pronto a levarsi in caso di necessità. Nel frattempo l’Europa rispetterà l’accordo raggiunto l’estate scorsa sulle tariffe. Ma sempre con una clausola “politica” preparata per essere attivata velocemente: se Donald facesse un’altra piroetta, anche quel patto sarà messo in discussione. L’unico provvedimento che sembra rimanere soltanto un’ipotesi è lo Strumento anticoercizione che sospenderebbe di fatto tutte le relazioni economiche e commerciali con gli States. Troppo, almeno per ora. L’altra esigenza emersa in questa vicenda riguarda la capacità della Ue di essere indipendente. Militarmente, economicamente e politicamente. Una emergenza evidente. E il prossimo incontro tra l’Unione l’India per un accordo commerciale rientra nel disegno per conquistare una maggiore autonomia dagli Stati Uniti.

Anche perché le sfuriate del tycoon sono periodiche. Già ieri sera, nonostante tutto quello che è accaduto nelle ultime 24 ore, è tornato a fare la voce grossa, più verso i suoi elettori in realtà che verso i suoi interlocutori europei. Ma comunque intemperante. Con l’accordo per la Groenlandia «possiamo fare tutto quello che vogliamo». Nonostante non esista un documento in cui siano formalizzate le sue prerogative sull’isola artica, per l’inquilino della Casa Bianca «avremo qualcosa in due settimane».

L’unico dato incontrovertibile è che l’Alleanza Occidentale non è più quella di prima. E forse non lo sarà mai più. «Le relazioni transatlantiche – ha ammesso senza troppi giri di parole l’Alto Rappresentante per la politica estera Ue, Kaja Kallas - hanno sicuramente subito un duro colpo nell’ultima settimana. Queste relazioni non sono le stesse che erano dal lato europeo. Ma Trump deve capire che l’Europa non è in vendita».

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