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Applebaum: “Sull’America incombe l’ombra del fascismo”

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Intervista alla storica americana esperta di autoritarismi: “Il gruppo al potere glorifica la violenza, ignorando la legge e la Costituzione. Ma la democrazia può ancora essere salvata”
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«Non uso la parola fascismo con leggerezza e generalmente non mi piace per descrivere il mondo contemporaneo: perché evoca cose ben circostanziate, come le leggi razziali o i campi di concentramento. Ma temo che questa volta sia la parola corretta da usare. Negli Stati Uniti abbiamo ormai un’amministrazione che glorifica la violenza e ha creato un’organizzazione paramilitare che agisce con impunità, sentendosi in diritto di ignorare la legge e la Costituzione. Li abbiamo visti in azione a Minneapolis, dove hanno agito come veri squadristi. Ma allo stesso tempo, non possiamo nemmeno dimenticare che l’America è ancora una democrazia funzionante: dove la libertà d’opinione, quella di protestare, quella dei giudici di fare il loro lavoro sono ancora garantite. Insomma, ci sono i germi di una deriva autoritaria ben peggiore di quanto abbiamo vista fin qui. Solo, non ci siamo ancora». Anne Applebaum è la storica americana esperta di autoritarismi, naturalizzata polacca per aver sposato l’ex…

«Non uso la parola fascismo con leggerezza e generalmente non mi piace per descrivere il mondo contemporaneo: perché evoca cose ben circostanziate, come le leggi razziali o i campi di concentramento. Ma temo che questa volta sia la parola corretta da usare. Negli Stati Uniti abbiamo ormai un’amministrazione che glorifica la violenza e ha creato un’organizzazione paramilitare che agisce con impunità, sentendosi in diritto di ignorare la legge e la Costituzione. Li abbiamo visti in azione a Minneapolis, dove hanno agito come veri squadristi. Ma allo stesso tempo, non possiamo nemmeno dimenticare che l’America è ancora una democrazia funzionante: dove la libertà d’opinione, quella di protestare, quella dei giudici di fare il loro lavoro sono ancora garantite. Insomma, ci sono i germi di una deriva autoritaria ben peggiore di quanto abbiamo vista fin qui. Solo, non ci siamo ancora». Anne Applebaum è la storica americana esperta di autoritarismi, naturalizzata polacca per aver sposato l’ex ministro degli Esteri di quel Paese, Radoslaw Sikorski. Premio Pulitzer col saggio “Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici”, è autrice di saggi come “Il tramonto della democrazia” e “Autocrazie. Chi sono i dittatori che vogliono governare il mondo” editi da Mondadori). È editorialista della rivista The Atlantic, che su quanto sta accadendo in America ha appena pubblicato un lungo articolo dell’esperto di polarizzazione politica Jonathan Rauch, dal titolo eloquente: “Sì, è fascismo”.

Gli Stati Uniti stanno sprofondando in un nuovo fascismo?

«Il presidente Donald Trump non ha ideologie, solo interessi, per lo più privati. Ma le hanno coloro che lo circondano. Attorno a lui si sono coagulati diversi gruppi conservatori, alleati nello spingere in direzioni sempre più autoritarie. Riconosco a grandi linee almeno tre grandi gruppi, anche se in realtà sono molti di più. Ci sono i nazionalisti cristiani, il cui obiettivo principale è abbattere lo stato laico per crearne uno radicato nella lettura letterale della Bibbia e quindi fondamentalista. Ci sono poi i nazionalisti bianchi che aspirano a una società segregata e quindi a creare un nuovo sistema razziale. E infine una parte del mondo tecnologico, quella che viene spesso definita tecno-destra, a cui non importa più della democrazia americana. Vogliono stabilire una sorta di governo dei Ceo, scevro da burocrazie e regole, dove è l’interesse che comanda. Ecco, queste cose insieme si possono in qualche modo chiamare fascismo perché conducono tutte verso un sistema autocratico dove il potere è concentrato nelle mani di pochi».

Che impressione le hanno fatto le uccisioni di cittadini americani da parte dell’Ice a Minneapolis?

«Qualcuno qui in America continua a sostenere che il tiro è stato alzato solo nei confronti degli immigrati clandestini. Ma questa nuova forza di polizia federale, l’Ice appunto, sta stabilendo un nuovo standard di illegalità. Opera con un presupposto di impunità che, come abbiamo visto, impatta e limita la vita di tutti i cittadini statunitensi, come le uccisioni in strada dimostrano. L’amministrazione li sta usando, insieme alla Guardia Nazionale, per ostentare il suo potere e dimostrare che può agire ben oltre le regole. Il tentativo è rimodellare la democrazia».

Lei lo aveva già denunciato prima che The Donald vincesse il secondo mandato, con un lungo articolo pubblicato nell’Ottobre 2024 su “The Atlantic” dal titolo eloquente: “Trump parla come Hitler, Stalin e Mussolini”.

«Mi è bastato ascoltarlo per capire che il Trump Due sarebbe stato molto più radicale del precedente. Ha iniziato fin da subito a usare un linguaggio che nella politica americana non si era mai udito prima. Descrivendo gli avversari politici come marxisti radicali: quando in realtà erano democratici centristi. E poi definendo gli immigrati “parassiti”. Perfino usando un’espressione presa direttamente da un discorso di Hitler: parlando di “immigrati che avvelenano il sangue del popolo americano” proprio come il Führer nel Mein Kampf parlava di sangue tedesco “avvelenato” dagli ebrei. Trump è troppo incolto per averlo scelto, lo ha fatto uno dei suoi ghostwriter, ma sono certa che tutti loro sapevano esattamente da dove proveniva quella frase: e a chi parlava. Hanno scelto di usare un linguaggio deumanizzante per radicalizzare la base e prepararla proprio a ciò cui ora stiamo assistendo. Purtroppo la gente ha preferito pensare “oh, è il solito Trump che esagera, ma poi non fa quel che dice”. Invece in quelle parole c’era tutto ciò che oggi stiamo vivendo».

Com’è avvenuto il cambiamento?

«Sono cambiate le persone che lo circondano: oggi il suo entourage è composto da personaggi che si sono riversati su di lui dopo il 6 gennaio: persone pronte a rovesciare le istituzioni, che odiano il sistema politico democratico americano e vogliono vederlo fallire. Purtroppo, chi ha votato Trump per protesta o per motivi economici, non ha compreso l’evoluzione oscura del trumpismo. Né dobbiamo poi sottovalutare un altro fattore: quel che è accaduto in Ucraina e Israele».

Prego.

«Trump e i suoi non sono chiaramente interessati a rispettare la legge: figuriamoci il diritto internazionale. E quindi un’invasione su larga scala come quella ucraina è stata certamente un precedente da cui hanno tratto lezioni. Anzi, di più: mi spingerei a dire che li ha ispirati. Così come il comportamento di Israele, che pure ha sfidato impunemente il diritto internazionale. Chiaro che il passo successivo è provare a distruggere le istituzioni internazionali: non le amano, non le comprendono e non vogliono rispettarne le regole. Lo hanno d’altronde messo nero su bianco nella loro Strategia di Sicurezza Nazionale. Mi sconcerta che gli europei se ne siano stupiti, ad esempio riguardo alla Groenlandia. Perché questo governo lo ha detto molto chiaramente: contano solo gli americani e fra gli americani contano solo loro. È il modo in cui pensano».

L’America terrà?

«È una domanda troppo ampia per me. Posso però dirle che per ora, come abbiamo visto a Minneapolis, le forze più oscure non hanno vinto e hanno molta strada da fare. I tribunali sono ancora ben funzionanti, ci sono media che fanno informazione critica e c’è una forte opposizione civica».

Come si fa a salvare la democrazia?

«Richiede lo sforzo e l’impegno di tutta la società. Innanzitutto la gente deve continuare a scendere in piazza a protestare contro le ingiustizie, come abbiamo visto fare ai manifestanti del Minnesota: fermi, calmi, determinati. I politici — a qualunque partito appartengano, che siano repubblicani o democratici — devono impegnarsi a difendere il sistema. E abbiamo bisogno anche di più determinazione da parte degli alleati: europei, ma anche canadesi, asiatici. Adulare Trump sperando di portarlo dalla propria parte, non funziona. Chi ci ha provato, lo ha solo reso più sicuro di sé, ha rafforzato la sua idea che tutto ciò che fa è giusto. Questo è davvero qualcosa su cui i governi democratici globali devono riflettere: per trovare il modo di fare rete e collaborare fra loro».

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