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A Minneapolis Abdir prigioniero a casa sua: “Qui se sei un nero ti arrestano”

(agf)

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Ahman, africano, è arrivato negli States da bambino e ha la cittadinanza americana. Ma è terrorizzato, ha perso il lavoro ed esce solo in caso di estremo bisogno
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MINNEAPOLIS – Piumino blu contro il gelo di Minneapolis, cappello di lana marrone calato sulla fronte e jeans troppo larghi di qualche misura, Abdir Ahman si guarda intorno preoccupato. Sta all’angolo di Nicollet Avenue davanti alla vetrina di Lu’s Sandwich, un fast food che vende panini a due passi da dove gli agenti dell’Ice hanno ucciso Alex Pretti. Sul marciapiede gli uomini del Minnesota Bureau of Criminal Apprehension stanno ancora raccogliendo le prove dell’omicidio, per l’inchiesta che le autorità locali si ostinano a continuare nonostante il divieto ricevuto da quelle federali. Abdir sa che non sono loro i nemici, perché stanno dalla parte del governatore Walz e del sindaco Frey, però è comunque in guardia perché non si sa mai: «Qui ormai tutti arrestano tutti. Viviamo nella paura».

Contro ogni logica, o magari proprio nella speranza di ristabilire un po’ di buonsenso, accetta di raccontare la sua storia: «Sono nato in Kenya in una famiglia di origini somale. Siamo immigrati…

MINNEAPOLIS – Piumino blu contro il gelo di Minneapolis, cappello di lana marrone calato sulla fronte e jeans troppo larghi di qualche misura, Abdir Ahman si guarda intorno preoccupato. Sta all’angolo di Nicollet Avenue davanti alla vetrina di Lu’s Sandwich, un fast food che vende panini a due passi da dove gli agenti dell’Ice hanno ucciso Alex Pretti. Sul marciapiede gli uomini del Minnesota Bureau of Criminal Apprehension stanno ancora raccogliendo le prove dell’omicidio, per l’inchiesta che le autorità locali si ostinano a continuare nonostante il divieto ricevuto da quelle federali. Abdir sa che non sono loro i nemici, perché stanno dalla parte del governatore Walz e del sindaco Frey, però è comunque in guardia perché non si sa mai: «Qui ormai tutti arrestano tutti. Viviamo nella paura».

Contro ogni logica, o magari proprio nella speranza di ristabilire un po’ di buonsenso, accetta di raccontare la sua storia: «Sono nato in Kenya in una famiglia di origini somale. Siamo immigrati negli Stati Uniti quando ero bambino e vivo qui da trent’anni». Legalmente, giura lui: «Ho il passaporto americano, sono in regola».

Il motivo per cui avevano scelto Minneapolis ripete le ragioni ricorrenti dell’immigrazione ovunque: «In Somalia si moriva di fame, e c’era la guerra. Qui viveva una comunità di parenti e amici arrivati prima di noi, che ci prometteva lavoro e una vita decente». Questo sogno è durato fino a quando Trump è tornato alla Casa Bianca: «Adesso sto chiuso in casa, non esco più. Ho paura che mi prendano, perché conosco molte persone come me che sono state arrestate, solo perché siamo somali e il presidente ci ha definiti una feccia da ricacciare nel nostro Paese. Avere o meno il passaporto è irrilevante: non ci vogliono più e basta, anche se ormai siamo cittadini americani».

Il motivo per cui si è avventurato fuori non è la curiosità di vedere dove è morto Pretti, ma il bisogno: «Sono venuto per recuperare da mangiare, devo incontrare una persona che mi offre il cibo. In genere me lo porta a casa mia madre, ma stavolta non poteva. Ho di nuovo fame, come quando stavamo in Somalia, per questo sono uscito». Abdir racconta di non avere più soldi perché ha smesso di lavorare: «Sono disoccupato. Facevo il muratore, ma ormai i cantieri sono diventati un obiettivo dei raid dell’Ice e ho paura ad andarci, anche se ho i documenti». Per la madre il discorso è diverso: «Lei fa la badante in casa di una signora bianca, quindi si sente più protetta. Pensa che gli agenti non assalteranno mai la casa di un’anziana donna americana e quindi pensa di essere al sicuro. Io no, così la mia unica difesa è restare chiuso in casa, sperando che prima o poi queste retate finiscano».

La vita è ancora più complicata per Ephra, perché ha due bambine: «Sono arrivata dieci anni fa, legalmente. Sono d’accordo che gli immigrati dovrebbero entrare rispettando le regole, ma perché ammazzare in mezzo alla strada chi controlla cosa fanno gli agenti dell’Ice?».

L’amministrazione accusa la comunità somala di aver commesso frodi con l’assistenza agli immigrati: «Guardatemi: vi pare che li danno a me i milioni? Se ci sono state frodi alle nostre spalle spero che vengano investigate, per punire i colpevoli. Ma cosa c’entra con gli agenti che violano le nostre case, i luoghi di lavoro, le scuole, per arrestarci solo a causa del colore della pelle?». È il motivo per cui Ephra non manda più le due figlie in classe, anche se sono nate negli Usa e per lo ius soli hanno la cittadinanza: «Ormai fermano chiunque abbia la pelle scura. Mia zia ha 75 anni, ha mostrato il passaporto, ma l’hanno portata lo stesso al commissariato. Ce l’hanno con tutti gli immigrati, con chiunque appaia diverso da loro».

Per mangiare aspettano la carità, o l’aiuto di organizzazioni come Unidos o Copal, nate per proteggere soprattutto gli immigrati ispanici, ma diventate ormai tanto i centri di monitoraggio delle attività dell’Ice, quanto quelli che portano a casa le buste con gli alimentari. Secondo l’amministrazione Trump, sono tutti membri di una cospirazione democratica, organizzata per ostacolare il lavoro delle forze dell’ordine. Come prova, ad esempio, citano il fatto che tra i leader c’è Amanda Koehler, che lavorava per Walz. Loro rispondono che si limitano a esercitare il diritto costituzionale di controllare cosa fa il governo.

All’inizio del 2025, secondo i dati raccolti dal Cato Institute e rilanciati dal Wall Street Journal, l’87% degli arresti fatti dall’Ice riguardavano immigrati con condanne o incriminazioni, mentre solo il 13% non aveva carichi penali. A ottobre scorso i criminali catturati sono scesi al 55%, e da ottobre in poi solo il 5% aveva commesso reati violenti, e il 73% non aveva alcun carico con la giustizia. È la conferma che sono retate contro chiunque non risponda all’idea dell’Ice su chi possa essere americano, anche se ha il passaporto in tasca, giusto per accontentare Trump e fare numero. Gente come Abdir, Ephra e tanti altri, che perciò scappano e si nascondono come reietti nel loro stesso Paese.

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