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Iran, una teocrazia indebolita da faide interne

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A tre settimane dalle proteste, innescate dalla svalutazione del rial, le manifestazioni sembrano interrotte ma le cause si sono rafforzate e la Repubblica Islamica appare vulnerabile mai come prima
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A tre settimane dal bagno di sangue con cui Teheran ha risposto alle proteste, le manifestazioni sembrano interrotte ma le cause che le hanno innescate in realtà si sono rafforzate, facendo apparire la Repubblica Islamica vulnerabile come mai prima.

La strage avvenuta fra il 7-8 gennaio ha causato, secondo Time, almeno 30 mila vittime a cui bisogna aggiungere arresti e feriti. È un massacro di civili frutto dell’ordine impartito dalla Guida della Rivoluzione, Ali Khamenei, di “sparare per uccidere, senza pietà”. Tale decisione ha avuto un esito immediato nello stop delle proteste nelle 31 province iraniane. Khamenei sembra essere riuscito a svuotare le strade, anche se al prezzo di accrescere l’isolamento internazionale e dover affrontare il rischio di un intervento Usa e anche sanzioni europee contro i Guardiani della rivoluzione, spina dorsale dell’apparato militare ed economico.

Ma il successo della repressione non ha fatto venire meno le cause della rivolta, innescata dalla pesa…

A tre settimane dal bagno di sangue con cui Teheran ha risposto alle proteste, le manifestazioni sembrano interrotte ma le cause che le hanno innescate in realtà si sono rafforzate, facendo apparire la Repubblica Islamica vulnerabile come mai prima.

La strage avvenuta fra il 7-8 gennaio ha causato, secondo Time, almeno 30 mila vittime a cui bisogna aggiungere arresti e feriti. È un massacro di civili frutto dell’ordine impartito dalla Guida della Rivoluzione, Ali Khamenei, di “sparare per uccidere, senza pietà”. Tale decisione ha avuto un esito immediato nello stop delle proteste nelle 31 province iraniane. Khamenei sembra essere riuscito a svuotare le strade, anche se al prezzo di accrescere l’isolamento internazionale e dover affrontare il rischio di un intervento Usa e anche sanzioni europee contro i Guardiani della rivoluzione, spina dorsale dell’apparato militare ed economico.

Ma il successo della repressione non ha fatto venire meno le cause della rivolta, innescata dalla pesante svalutazione del rial con conseguenze a pioggia per i commercianti dei bazaar, motore del mercato interno. Il rial ha toccato due giorni fa un nuovo minimo storico mentre il costo dei beni di prima necessità è aumentato del 60 per cento rispetto a dicembre. Dunque, i prezzi salgono, gli iraniani si impoveriscono e i commercianti dei bazaar sono alle strette. Ad accrescere questa spirale che alimenta il dissenso, è la decisione delle autorità di prolungare il blocco di Internet, andando a colpire entrate digitali annuali pari a circa un miliardo di dollari. Tre settimane è il terzo blackout digitale più lungo della Storia: preceduto solo dai 35 giorni in Sudan nel 2021 a causa della guerra civile e i 22 giorni in Mauritania nel 2024 per un guasto nazionale.

A complicare la situazione economica interna ci sono le vaghe promesse di risarcimenti formulate dal governo come anche l’aumento delle imposte in alcuni settori, per sostenere il regime.

La chiusura totale del web non servì all’Egitto nel 2011 a placare la rivolta di Piazza Tahrir perché spinse i manifestanti a differenziare la protesta e non possiamo escludere che qualcosa del genere stia avvenendo ora in Iran. Ma non è tutto perché le rivelazioni sui 30 mila morti sono arrivate a Time da fonti governative iraniane e questo pone l’interrogativo se qualcuno dentro il regime sia in disaccordo con Khamenei.

D’altra parte, le analisi dell’intelligence Usa descrivono la Repubblica Islamica “mai così debole” perché si percepisce una perdita di credibilità anche nei settori più conservatori del Paese. Da qui l’ipotesi che qualcosa stia avvenendo a Teheran, spiegando la lentezza dell’assedio militare Usa all’Iran con tanto di dichiarazioni del presidente Trump sulla possibile “soluzione attraverso il dialogo”, ovvero gettando un ponte verso ministri, generali e apparati che condividono la necessità di rimuovere Khamenei per tentare di salvare ciò che resta del regime. Occhi puntati dunque sui vertici dei Pasdaran perché hanno il potere di cambiare leader e stanno pagando il prezzo più alto al crollo economico.

Forse non a caso Reza Palhavi, figlio dello Scià deposto nel 1979 a cui molti oppositori fanno riferimento, parla di un crescente numero di ufficiali che gli promettono fedeltà, facendo capire che il controllo sulla sicurezza sta diminuendo. Come sembra confermato dalle notizie su molti dei massacri di civili che sarebbero avvenuti per mano di miliziani sciiti iracheni ed afghani.

Forse proprio il tentativo di distogliere l’attenzione dall’indebolimento interno spiega perché i portavoce di Teheran minaccino un diluvio di missili sui nemici di sempre, Usa e Israele, nel tentativo di spingere fedelissimi ed ayatollah a fare quadrato.

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