Donald Trump evoca una “Armada” schierata nei mari intorno all’Iran, ma la flotta americana pronta a intervenire è di gran lunga inferiore a quella mobilitata durante le crisi mediorientali degli ultimi due anni. I cinquanta velivoli F35 e di F18 della portaerei “Lincoln”, assieme ai missili cruise Tomahawk imbarcati su sei caccia e un paio di sottomarini a propulsione nucleare, sono gli unici strumenti d’attacco a disposizione della Casa Bianca. Mezzi sufficienti per un blitz contro più obiettivi, ma non per portare avanti una campagna prolungata nel tempo contro il regime teocratico.
Le altre squadriglie di cacciabombardieri spedite negli aeroporti giordani e sauditi non potranno contribuire a un’offensiva, perché i monarchi sono contrari a un nuovo scontro con Teheran. Se però il presidente americano deciderà di scatenare un assalto, allora questi stormi di F15, F16 e F35 - si ipotizza siano circa centocinquanta velivoli - dovranno farsi carico di proteggere le installazioni statu…
Donald Trump evoca una “Armada” schierata nei mari intorno all’Iran, ma la flotta americana pronta a intervenire è di gran lunga inferiore a quella mobilitata durante le crisi mediorientali degli ultimi due anni. I cinquanta velivoli F35 e di F18 della portaerei “Lincoln”, assieme ai missili cruise Tomahawk imbarcati su sei caccia e un paio di sottomarini a propulsione nucleare, sono gli unici strumenti d’attacco a disposizione della Casa Bianca. Mezzi sufficienti per un blitz contro più obiettivi, ma non per portare avanti una campagna prolungata nel tempo contro il regime teocratico.
Le altre squadriglie di cacciabombardieri spedite negli aeroporti giordani e sauditi non potranno contribuire a un’offensiva, perché i monarchi sono contrari a un nuovo scontro con Teheran. Se però il presidente americano deciderà di scatenare un assalto, allora questi stormi di F15, F16 e F35 - si ipotizza siano circa centocinquanta velivoli - dovranno farsi carico di proteggere le installazioni statunitensi e i Paesi che le ospitano, oltre a contribuire allo “scudo” israeliano con le batterie anti-missile Thaad. Nelle basi più esposte a una rappresaglia in Qatar, Kuwait ed Emirati, aerei e personale sono già stati ridotti al minimo.
Insomma, lo scenario è complesso e spinge a ritenere che la priorità di Trump sia quella di ottenere concessioni dagli ayatollah senza usare le armi: puntare a un deal sul nucleare e a una moratoria delle esecuzioni di manifestanti. L’attacco scatterebbe solo se si concretizzasse la possibilità di infliggere un «colpo decisivo» - come avrebbe detto il presidente - al regime sciita: se l’intelligence individuerà una finestra di opportunità per uccidere la Guida Suprema Khamenei o i capi dei Guardiani della Rivoluzione, allora potrebbe venire dato l’ordine di agire.
La missione verrebbe probabilmente affidata ai bombardieri B2 Spirit, con una replica dell’operazione di trentasei ore con decollo dagli States che nello scorso giugno ha demolito i laboratori nucleari sotterranei. I jet della portaerei Lincoln si occuperebbero di neutralizzare quel che resta delle difese aeree iraniane - già colpite da Israele - e oscurare la rete radar, che avrebbe recentemente perfezionato gli apparati di concezione bielorussa per localizzare i velivoli stealth come il B2 o l’F35.
Contemporaneamente al blitz per decapitare la teocrazia, non si può escludere il lancio di decine di cruise sugli edifici simboli del potere, come le caserme dei Pasdaran, gli uffici dei servizi segreti, la tv e la radio di Stato. Esplosioni che servirebbero come messaggio ai manifestanti per convincerli a tornare in piazza. «Un attacco aereo - ha sottolineato l’analista israeliano Michael A. Horowitz - può punire e paralizzare, ma per provocare un vero collasso del regime servirebbe una frattura simultanea sul terreno, come una ripresa della protesta e una spaccatura nelle leadership».
Un raid mirato contro una singola personalità comporta tuttavia rischi così alti di fallire da apparire un azzardo. Trump a Caracas ha dimostrato di essere disposto a osare, ma Teheran è tutta un’altra storia e un colpo mancato provocherebbe comunque una rappresaglia missilistica molto pericolosa. Per questo al presidente è stato sottoposto un piano alternativo per aumentare la pressione senza azioni dirette: un blocco navale delle petroliere, proprio come quello che in Venezuela ha preceduto la cattura di Maduro.
Militarmente è un’attività semplice e toglierebbe alla teocrazia la principale risorsa finanziaria, oltre ad affermare con ancora più determinazione le ambizioni di Trump sul dominio del mercato petrolifero. Ci sono due incognite. La prima è relativa alla “guerra psicologica”: la macchina interna di propaganda degli ayatollah può sfruttare l’embargo per rovesciare sugli Usa la colpa della crisi economica. La seconda è più bellicosa: i Guardiani della Rivoluzione sono pronti ad azzerare il traffico marittimo nello stretto di Hormuz con mine, droni e barchini bomba. Significherebbe fermare oltre un quinto del flusso mondiale di idrocarburi, destinato soprattutto all’Asia. Una prospettiva che fa paura a molte nazioni ma non agli Stati Uniti, che non importano più greggio dalla regione.