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Melania, cronaca di un flop annunciato. Arriva nei cinema il film dedicato alla First Lady americana

(agf)
Finanziato dal patron di Amazon Jeff Bezos con 40 milioni di dollari (più 35 per il marketing pubblicitario) racconta i venti giorni precedenti al secondo insediamento di Trump
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​Da Mar-a-Lago alla Trump Tower fino alla Casa Bianca: Melania c’è. Presente, letteralmente, in ogni singola scena del docu-film che porta il suo nome. La pellicola dedicata alla «vita fitta d’impegni» (come l’ha descritta lei stessa) della terza moglie di Donald Trump, finanziata con 40 milioni di dollari dal patron di Amazon Jeff Bezos (che ne ha spesi altri 35 per il marketing) e approdata ieri, in contemporanea, nei cinema di mezzo mondo.

Ma Melania c’è soprattutto per Donald. Ripresa mentre gli rivolge gesti affettuosi, mentre con quel suo accento dell’Est Europa fuori campo afferma: «Mi rende fiera, nessuno ha passato quel che è toccato a lui». Dipinta, insomma, come solida spalla del marito, di cui addirittura corregge i discorsi. Evidente sforzo di cancellare la memoria di quella mano di lui scacciata in diretta tv, che a lungo alimentò voci di divorzio imminente. E pure le testimonianze di chi la frequenta, riportate, ad esempio, nell’impietoso Fire and Fury del giornalista …

​Da Mar-a-Lago alla Trump Tower fino alla Casa Bianca: Melania c’è. Presente, letteralmente, in ogni singola scena del docu-film che porta il suo nome. La pellicola dedicata alla «vita fitta d’impegni» (come l’ha descritta lei stessa) della terza moglie di Donald Trump, finanziata con 40 milioni di dollari dal patron di Amazon Jeff Bezos (che ne ha spesi altri 35 per il marketing) e approdata ieri, in contemporanea, nei cinema di mezzo mondo.

Ma Melania c’è soprattutto per Donald. Ripresa mentre gli rivolge gesti affettuosi, mentre con quel suo accento dell’Est Europa fuori campo afferma: «Mi rende fiera, nessuno ha passato quel che è toccato a lui». Dipinta, insomma, come solida spalla del marito, di cui addirittura corregge i discorsi. Evidente sforzo di cancellare la memoria di quella mano di lui scacciata in diretta tv, che a lungo alimentò voci di divorzio imminente. E pure le testimonianze di chi la frequenta, riportate, ad esempio, nell’impietoso Fire and Fury del giornalista Michael Wolff, dove i Trump sono descritti come “una coppia di estranei che fa vita separata, dorme in stanze diverse e non s’incontra per giorni nemmeno quando vive sotto lo stesso tetto...”.

Ma Melania è una pellicola innocua — e pure un po’ noiosa — solo in apparenza. E se da una parte certo evoca l’immaginario glamour de Il Diavolo Veste Prada mixandolo a quello della fiction politica The West Wing, è in realtà un chiaro strumento di propaganda, il cui sotto testo è costantemente teso ad esaltare l’amministrazione e il marito. Altro che tutto quello che avremmo voluto sapere sulla First Lady: i «venti giorni della mia vita fra politica, business e filantropia», promessi all’inizio sono in realtà una carrellata di abiti e oggetti, inframmezzati solo di rado dalle conversazioni con mogli di leader — Brigitte Macron e Rania di Giordania — per sponsorizzare la sua campagna Be Best contro il cyberbullismo (che fin dal primo mandato non ha concluso granché). Lei non cambia sguardo e non mostra empatia nemmeno abbracciando Aviva Siegel, ex ostaggio di Hamas o guardando le immagini del rogo di Los Angeles: che pure dovrebbero essere le scene più toccanti. Il tutto è cucito dalla sua voce che è il filo di una narrazione così banale da far sospettare sia state scritta con l’Intelligenza Artificiale. Ripete, infatti, frasi come «devo far coincidere la complessità della mia vita coi bisogni della famiglia». «Ho una grande visione creativa e ho il dovere di condividerla». «Amo gli altri, purché siano buoni». Fino ai panegirici su Donald «visionario, pacificatore e unificatore».

A Bezos il film è costato quanto un kolossal hollywoodiano. Così tanto che il comico Jimmy Kimmel ha parlato di «enorme tangente» a un’amministrazione che al miliardario si è già dimostrata utile: facendogli risparmiare 15,7 miliardi di dollari coi vantaggi fiscali del Big Beautiful Bill. Di sicuro è un flop annunciato, «film promozionale mascherato da documentario, dalla narrazione unilaterale e privo di domande difficili e voci esterne» come lo ha bollato il critico di quel Washington Post, proprietà di Bezos, che proprio in queste ore ha annunciato il licenziamento di oltre cento giornalisti. A firmarlo è d’altronde un paria di Hollywood, quel Brett Ratner già regista di Rush Hour e X Men che non girava dal 2017 per le troppe accuse di molestie a suo carico. Un lavoro così sgradito a chi è stato coinvolto — brutto clima sul set — che due terzi dello staff ha preferito non comparire nei titoli di coda. Un film che ha già destato polemiche: con quell’anteprima svolta alla Casa Bianca, poche ore dopo l’uccisione, a Minneapolis, dell’infermiere Alex Pretti.

Trump sul suo social Truth già dice che i biglietti vanno via «velocissimi». Ma le realtà è che le prevendite stanno andando male e gli incassi si annunciano modesti: appena 3 milioni previsti. E mentre sono già virali le scritte ingiuriose con cui ne sono stati imbrattati i manifesti, in città come Atlanta, Georgia, e Jacksonville, nella trumpianissima Florida, nessun biglietto è stato venduto in preview. Stessa cosa a Boston: dove è apparso perfino un annuncio su Craiglist — forse goliardico — dove si offrivano biglietti gratis e 50 dollari a chiunque si presentasse in sala, restando fino alla fine.

Certo, il primo giorno qualcuno ci è pur andato: al primo spettacolo del Barberini di Roma la saletta era piena soprattutto di americani e alla fine qualcuno ha anche applaudito. E in effetti Cnn è andata ad appostarsi fuori dalle sale d’America per vedere a che genere di persone fosse piaciuto. Manco a dirlo, tutti fan del presidente.

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