Teheran muove le sue carte, dopo il colpo subito dall’Europa con la designazione dei Pasdaran come organizzazione terroristica, e sotto la minaccia costante di un attacco americano: gli eserciti europei verranno considerati “terroristi”, annuncia il capo del consiglio supremo di sicurezza, Ali Larijani, prima di volare a Mosca dall’alleato Putin.
Nello stesso giorno, la Repubblica islamica invia due suoi alti funzionari all’estero, in Russia e in Turchia, nel tentativo di costruire una risposta diplomatica e difensiva alla pressione dell’amministrazione Trump. Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, incontra a Istanbul l’omologo turco e il presidente Erdogan, che da giorni offrono una mediazione con Washington. Araghchi è il volto dialogante del sistema, il diplomatico di lungo corso che ha combattuto durante la guerra Iran-Iraq nelle fila dei Pasdaran. Ha molti contatti in Occidente e molti amici in Medio Oriente, ma sa che può giocare dentro confini stretti. Le linee rosse le deci…
Teheran muove le sue carte, dopo il colpo subito dall’Europa con la designazione dei Pasdaran come organizzazione terroristica, e sotto la minaccia costante di un attacco americano: gli eserciti europei verranno considerati “terroristi”, annuncia il capo del consiglio supremo di sicurezza, Ali Larijani, prima di volare a Mosca dall’alleato Putin.
Nello stesso giorno, la Repubblica islamica invia due suoi alti funzionari all’estero, in Russia e in Turchia, nel tentativo di costruire una risposta diplomatica e difensiva alla pressione dell’amministrazione Trump. Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, incontra a Istanbul l’omologo turco e il presidente Erdogan, che da giorni offrono una mediazione con Washington. Araghchi è il volto dialogante del sistema, il diplomatico di lungo corso che ha combattuto durante la guerra Iran-Iraq nelle fila dei Pasdaran. Ha molti contatti in Occidente e molti amici in Medio Oriente, ma sa che può giocare dentro confini stretti. Le linee rosse le decide la guida suprema, Ali Khamenei, e non sono cambiate. La prima: non si tratta sotto la pressione militare. «Gli Stati Uniti hanno ripetutamente richiesto di avviare negoziati con noi tramite vari intermediari, non abbiamo problemi a impegnarci in negoziati, ma non possono iniziare con le minacce», dice il ministro. La seconda riguarda l’oggetto di una possibile trattativa: «Siamo pronti ai negoziati, ma siamo pronti anche alla guerra. I missili iraniani e il sistema di difesa non saranno mai un tema di negoziato».
Per l’amministrazione Trump, che ha messo sul tavolo le sue condizioni – niente arricchimento dell’uranio, stop al programma missilistico e al sostegno alle milizie regionali – è un non-inizio. Washington continua a rafforzare il dispositivo militare nel Golfo ma, com’è successo già prima della guerra di giugno, Trump manda segnali contrastanti, dice che spera di non dover usare la “beautiful armada”, che «gli iraniani vogliono un accordo», ma chissà, «vedremo cosa succede, solo loro sanno qual è la deadline».
Teheran osserva, ascolta, non si fida. Legge i segnali bellici e sa che le possibilità di un attacco militare sono alte. Per la Repubblica islamica questa non è una nuova guerra ma la continuazione di un conflitto che dura da giugno. La minaccia, questa volta, è esistenziale, perché incrocia due fattori: la pressione esterna e la ribellione interna. Questo spiega perché l’establishment ha pianificato una risposta a tutto campo in caso di un attacco Usa cercando di decentralizzare le strutture di comando missilistico, di doppiare la catena di comando e controllo e di «disperdere l’autorità decisionale politica e militare» per consentire al sistema di sopravvivere, spiega l’analista Hamidreza Azizi. E provando a rafforzare le sue alleanze.
Mentre Araghchi era a Istanbul, Larijani ha incontrato Putin a Mosca. I russi non hanno interesse ad aprire un nuovo fronte con gli americani per difendere militarmente la Repubblica islamica, l’hanno già dimostrato con la guerra di giugno. Ma allo stesso tempo il Cremlino vuole scongiurare un cambiamento del sistema di potere a Teheran, che gli è stato così prezioso nell’assalto contro gli ucraini. L’aiuto è discreto, indiretto, finora ha riguardato il nucleare civile e gli strumenti della repressione. Resta da vedere se con un attacco americano Putin deciderà di alzare la posta in gioco.