Uno libero, migliaia in prigione. Erfan Soltani, il giovane 26enne arrestato durante le manifestazioni di gennaio, e per il quale si era temuta una condanna a morte, è stato rilasciato su cauzione, mentre continuano gli arresti di manifestanti, attivisti, intellettuali. Sabato sono stati fermati tre dei firmatari di un appello che denunciava la Guida suprema Ali Khamenei come responsabile della repressione e di crimini contro l’umanità: la giornalista Vida Rabbani, l’attivista Abdullah Momeni e l’intellettuale Mehdi Mahmoudian, che ha co-sceneggiato l’ultimo film di Jafar Panahi, Un semplice incidente, già Palma d’oro e candidato agli Oscar. «Il nostro obiettivo non è semplicemente la fine della Repubblica Islamica, ma la transizione verso la democrazia e un sistema basato sui diritti umani, sullo stato di diritto e sulla responsabilità» attraverso «un referendum, una Assemblea costituente e una transizione pacifica, senza interventi militari esterni», aveva detto Mahmoudian a Repubblica in un’intervista del 7 ottobre, prima che il blackout di Internet spegnesse la luce sull’Iran.
Il governo del presidente Pezeshkian, che ha appoggiato la repressione coordinata dal Consiglio di sicurezza nazionale sposando la tesi del complotto esterno, ora sta tentando una de-escalation interna e ieri ha diffuso i nomi di 2.986 persone uccise durante le manifestazioni. Le autorità iraniane smentiscono le cifre diffuse dalle organizzazioni umanitarie. L’ong Human Rights Activists, che si è rivelata affidabile in passato con altri movimenti di protesta, ha identificato più di 6.400 morti e sta verificando altre 17 mila segnalazioni. In Iran si moltiplicano le voci che chiedono una indagine indipendente affidata alle Nazioni Unite. Le autorità non hanno comunicato invece dati ufficiali sul numero degli arrestati, per Human Rights Activists sono oltre 42mila.
Il quotidiano vicino al mondo riformista, Etamad, riporta uno studio del seminario di Qom su 11.252 persone arrestate durante le recenti manifestazioni, la grande maggioranza, il 77%, ha meno di 30 anni, il 65% proviene da famiglie a basso reddito. Il 17% sono studenti delle scuole superiori. La meglio gioventù iraniana dietro le sbarre, mentre intorno si muovono le navi della guerra e i sostenitori della trattativa.
Turchia, Egitto e Qatar stanno facendo enormi pressioni sull’amministrazione Trump per evitare un attacco militare che scatenerebbe una «guerra regionale», ha avvertito la guida suprema, Ali Khamenei, facendo leva sulla paura dei paesi del Golfo di un cambiamento nello status quo. Khamenei ha anche paragonato le manifestazioni a un tentativo di colpo di Stato, e questo fa temere agli attivisti una sequenza di condanne dure per gli arrestati.
La Turchia di Erdogan guida l’offensiva diplomatica e potrebbe ospitare un vertice tra americani e iraniani già a fine settimane, scrive Axios. Una trattativa è già in corso, ha confermato lo stesso presidente Usa: «Teheran sta negoziando seriamente con noi, spero che potremo raggiungere un accordo» in caso contrario «vedremo se Khamenei ha ragione», ha detto riferendosi al rischio di una guerra regionale. Il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi ha ribadito la disponibilità a trattare sul nucleare – «un accordo è possibile» – ma non sul programma missilistico. Nel frattempo il capo dell’esercito israeliano Eyal Zamir è volato a Washington per incontrare il Capo degli stati maggiori riuniti, il generale Dan Caine, e altri alti ufficiali statunitensi. Secondo il Wall Street Journal il Pentagono starebbe spostando ulteriori difese aeree per proteggere meglio Israele, gli alleati arabi e le forze americane da una eventuale ritorsione iraniana se dovesse fallire la mediazione turca.