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Markov, l’ex consigliere di Putin: “I negoziati sull’Ucraina un gioco, ma nessuno vuole chiudere”

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Parla il politologo falco: “Ad Abu Dhabi si discute delle questioni tecniche da affrontare dopo un’intesa, ma l’intesa non c’è”
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Il nuovo ciclo di negoziati? «Un gioco di ruolo». La tregua energetica? «Soltanto a metà». Direttore dell’Istituto di ricerche politiche di Mosca, ex deputato della Duma e consigliere politico di Vladimir Putin dal 2011 al 2019, il politologo falco Sergej Markov ridimensiona le aspettative su un piano di pace in Ucraina con il suo consueto sguardo cinico e realista.

Come mai è stato posticipato il secondo round di negoziati ad Abu Dhabi, secondo lei?

«Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky magari vuole prolungare il cessate il fuoco energetico fino a mercoledì. Ma i motivi potrebbero essere puramente tecnici. C’è da dire che né Mosca né Kiev hanno fretta di negoziare. Mosca spera in una svolta militare a suo favore. Zelensky, invece, spera in una sconfitta di Donald Trump alle elezioni di medio termine e che il nuovo Congresso lo costringa a sostenere l’Ucraina più attivamente».

Quindi, che cosa dobbiamo aspettarci dai prossimi colloqui nella capitale emiratina?

«Si tratta di negozi…

Il nuovo ciclo di negoziati? «Un gioco di ruolo». La tregua energetica? «Soltanto a metà». Direttore dell’Istituto di ricerche politiche di Mosca, ex deputato della Duma e consigliere politico di Vladimir Putin dal 2011 al 2019, il politologo falco Sergej Markov ridimensiona le aspettative su un piano di pace in Ucraina con il suo consueto sguardo cinico e realista.

Come mai è stato posticipato il secondo round di negoziati ad Abu Dhabi, secondo lei?

«Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky magari vuole prolungare il cessate il fuoco energetico fino a mercoledì. Ma i motivi potrebbero essere puramente tecnici. C’è da dire che né Mosca né Kiev hanno fretta di negoziare. Mosca spera in una svolta militare a suo favore. Zelensky, invece, spera in una sconfitta di Donald Trump alle elezioni di medio termine e che il nuovo Congresso lo costringa a sostenere l’Ucraina più attivamente».

Quindi, che cosa dobbiamo aspettarci dai prossimi colloqui nella capitale emiratina?

«Si tratta di negoziati tecnici. Gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner hanno chiesto alle delegazioni di Russia e Ucraina di discutere le questioni che bisognerà affronterà se e quando ci sarà un accordo sulle principali decisioni politiche. È per questo motivo che i colloqui stanno coinvolgendo l’intelligence militare. Il problema è che manca un’intesa politica a monte».

Sono partiti dalla fine…

«Sì. Credo però che, tutto sommato, quella di Witkoff e Kushner sia stata un’idea intelligente. Puntano a creare un’eco del futuro. Sperano che la visione di un domani positivo possa influenzare il presente. Questi negoziati tecnico-militari stanno procedendo molto bene, mentre il parallelo negoziato politico è difficile e infruttuoso. Per questo abbiamo informazioni molto contraddittorie, ottimistiche da parte degli Stati Uniti, scettiche da parte della Russia e astutamente ambigue da parte di Kiev. Per quanto riguarda i dettagli, però, per ora non è stato concordato nulla. E in diplomazia vige un principio: “Non si è concordato nulla finché non si è concordato tutto”».

La presenza di Witkoff e Kushner al tavolo a fine gennaio ha fatto la differenza?

«Il loro ruolo di moderatori è stato importante. Hanno creato il quadro e, ora che c’è una cornice, le due delegazioni potranno negoziare senza di loro. È come un gioco di ruolo online dove il “master” assegna le parti. “Immaginate di essere tigri e leoni”. È esattamente quello che hanno detto ai generali. Hanno dato un ordine. E ora si procede. Ma non è una vera e propria negoziazione. È un gioco delle parti».

Le autorità russe fanno spesso riferimento alla “formula Anchorage” alludendo, senza fornire dettagli, a un’intesa raggiunta con gli Usa durante il vertice tra Putin e Donald Trump in Alaska. Di che cosa si tratta?

«Nessuno lo sa con esattezza. Secondo alcuni media occidentali, l’intesa riguarderebbe la cessione del Donbass. Ma la Russia non combatte per i territori. Sì, certo il Donbass è importante, ma perché da Kramatorsk e Slovjansk passa l’acquedotto “Siverskyj Donetsk-Donbass” che il regime ucraino ha bloccato nel 2014 provocando una catastrofe umanitaria a Donetsk. Ma per la Russia gli obiettivi in Ucraina restano smilitarizzazione e denazificazione. Con smilitarizzazione s’intende la limitazione dell’esercito ucraino, la neutralità di Kiev, e quindi niente ingresso nella Nato e niente truppe europee sul territorio ucraino. Per denazificazione s’intende niente sistema terroristico a Kiev, perché noi russi crediamo che l’attuale regime in Ucraina sia un regime nazista e terrorista, e stop al terrorismo politico contro la Chiesa russa ortodossa e contro la lingua e l’identità russa. E se il regime se ne va, se i militari se ne vanno, se i Paesi occidentali se ne vanno, il nodo territori diventa secondario. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha ripetuto le nostre richieste più volte. E se insiste è perché glielo chiede Putin. È assurdo che i media occidentali facciano ricostruzioni che contraddicono le sue dichiarazioni».

Nei mesi scorsi alcuni media russi avevano ventilato che ci fossero differenze di vedute tra Lavrov e l’inviato per la cooperazione economica Kirill Dmitriev. È così?

«È impossibile. Hanno due compiti diversi, ma complementari. Lavrov è responsabile dei negoziati nel suo complesso. Jurij Ushakov è responsabile dei negoziati diretti con Kiev e Dmitriev è responsabile del clima di fiducia nei negoziati. Non si occupa dei negoziati in sé, ma di garantirli. È come computer ed elettricità. Lavrov e Ushakov sono seduti al pc, ognuno con una missione, mentre il compito di Dmitriev non è lavorare al computer, ma assicurare che ci sia l’elettricità».

C’è stata molta confusione sulle date e sui termini della tregua energetica tra Russia e Ucraina scaduta ieri. Che cos’è successo?

«Credo che Trump, al suo solito, abbia fatto una fuga in avanti. Vladimir Putin gli avrà pure detto che acconsentiva a una tregua, ma a determinate condizioni, ossia pochi giorni e sulla sola Kiev, e in cambio di qualcosa, e Trump l’ha preso come un “sì”. È quello che è successo la scorsa estate riguardo all’ipotesi di un vertice tra Putin e Volodymyr Zelensky. Putin aveva detto che avrebbe acconsentito soltanto se si fosse arrivati a un accordo da firmare o se Zelensky fosse andato a Mosca. Ma Trump lo aveva dato per imminente».

Ma una tregua energetica non converrebbe anche a Mosca?

«Non più. È molto opportunistico da parte di Zelensky chiederla adesso. Precedenti tentativi di tregue energetiche nel 2024 e poi, sotto Trump, all’inizio del 2025, sono falliti perché Zelensky li ha respinti. Aveva ricevuto dalla Nato aiuti militari e satellitari che gli permettevano di effettuare attacchi in profondità in Russia e ha voluto colpire le nostre raffinerie. Aveva anche minacciato un blackout a Mosca. Ma lo scorso autunno la Russia ha approvato una legge che consente di mobilitare i riservisti per proteggere gli obiettivi sensibili sul fronte interno. Questa sorta di squadra anti-droni è operativa da un mese ed è riuscita a minimizzare gli effetti dei raid ucraini. Mosca, in contemporanea, ha intensificato gli attacchi a tappeto contro le infrastrutture energetiche ucraine, in particolare contro le centrali a Est del Dnipro e i collegamenti tra Ovest ed Est. Ora è vicina a causare un collasso energetico. Ecco perché adesso Zelensky vorrebbe la tregua energetica che ha rifiutato per mesi. Ma non c’é motivo perché la Russia accetti adesso. A meno che in cambio non ottenga altro».

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