Nel gruppo erano in sette, donne e ragazzini. Niente uomini. Li hanno fatti radunare nella piazza della mezzaluna rossa, a Khan Younis. Randa Abo Mustafa, 47 anni, e suo figlio Ahmad, 12 anni, avevano solo un sacco, vestiti logori e poche cose che serviranno nei primi giorni fuori dalla devastazione di Gaza. Sono fortunati, Randa e Ahmed, per quello che fortuna vuol dire a Gaza: l’occhio cieco del ragazzo li ha fatti entrare nell’elenco dei primi evacuati da Rafah, la porta sull’Egitto rimasta chiusa per quasi due anni, fatta eccezione per una breve pausa all’inizio del 2025, e ieri riaperta. «È rimasto ferito un anno e mezzo fa e, a causa della ferita, ha perso la vista da un occhio e soffre di forti dolori», racconta Randa stordita da quello che le gira intorno, i controlli, i militari, l’attesa. «Provo una gioia indescrivibile perché mio figlio inizierà finalmente il suo percorso terapeutico. Piange dal dolore da molto tempo, spero che guarisca e torni a vedere». Ma il sollievo non…
Nel gruppo erano in sette, donne e ragazzini. Niente uomini. Li hanno fatti radunare nella piazza della mezzaluna rossa, a Khan Younis. Randa Abo Mustafa, 47 anni, e suo figlio Ahmad, 12 anni, avevano solo un sacco, vestiti logori e poche cose che serviranno nei primi giorni fuori dalla devastazione di Gaza. Sono fortunati, Randa e Ahmed, per quello che fortuna vuol dire a Gaza: l’occhio cieco del ragazzo li ha fatti entrare nell’elenco dei primi evacuati da Rafah, la porta sull’Egitto rimasta chiusa per quasi due anni, fatta eccezione per una breve pausa all’inizio del 2025, e ieri riaperta. «È rimasto ferito un anno e mezzo fa e, a causa della ferita, ha perso la vista da un occhio e soffre di forti dolori», racconta Randa stordita da quello che le gira intorno, i controlli, i militari, l’attesa. «Provo una gioia indescrivibile perché mio figlio inizierà finalmente il suo percorso terapeutico. Piange dal dolore da molto tempo, spero che guarisca e torni a vedere». Ma il sollievo non cancella la pena: «Ho paura, sono in ansia, perché la situazione a Gaza resta pericolosa, ancora stamattina c’è stato un attacco».
Un bambino palestinese di 3 anni è rimasto ucciso. La gente di Khan Younis racconta che il colpo è arrivato dal mare, sulle tende. I medici dell’ospedale Nasser, che hanno raccolto la salma, confermano che l’attacco è avvenuto ad al Mawasi, nella tendopoli sulla costa. L’esercito israeliano non commenta, ma parla di una operazione «contro quattro terroristi che avevano superato la Linea gialla», nel nord. Sabato tre diversi raid israeliani avevano fatto oltre 20 morti. È la pace armata di Gaza, che dalla firma del cessate il fuoco, nell’ottobre 2025, ha ucciso più di 520 palestinesi, secondo il ministero della sanità controllato da Hamas. Randa lo ripete più volte: «La vita qui è estremamente difficile, è miserabile. La violenza è un po’ diminuita, ma non c’è sicurezza, non c’è vera speranza».
Rafah ora riapre, ma solo per pochi: 150 in uscita, 50 in entrata. Una goccia nel mare dei bisogni: l’Organizzazione mondiale della sanità stima che ci siano più di 16mila palestinesi malati che aspettano di essere evacuati e curati, e tra loro 4mila bambini.
Le Nazioni Unite, attraverso il responsabile delle operazioni umanitarie, Tom Fletcher, chiedono un intervento più incisivo: «La riapertura parziale di Rafah è benvenuta. Ma non è sufficiente; deve funzionare come un vero e proprio corridoio umanitario in modo da poter consegnare rapidamente aiuti vitali».
Gli aiuti internazionali ammassati in Egitto per ora passano solo dal valico israeliano di Kerem Shalom. Randa e Ahmad ce l’hanno fatta a superare il muro, ma non sanno cosa aspettarsi dall’altra parte, dove li accoglieranno la polizia egiziana e i militari dell’Eubam: «L’unico desiderio è avere cibo, acqua pulita, un dottore per mio figlio». Lasciare Gaza è «una ferita. Niente può sostituire la nostra casa, speriamo di poter tornare».
Se i passaggi dal valico funzioneranno senza incidenti, i numeri delle evacuazioni potrebbero aumentare, ma la grande incognita per i palestinesi resta la ricostruzione. La fase del due del piano Trump prevedeva l’ingresso nella Striscia di una forza di stabilizzazione internazionale, il disarmo di Hamas e il ritiro progressivo di Israele ai confini dell’enclave, tre punti su cui per ora non sono stati fatti progressi. Il comitato tecnico palestinese, la nuova amministrazione di Gaza, continua a operare dall’Egitto. Anche per discutere dei prossimi passi, oggi in Israele arriverà l’inviato Usa, Steve Witkoff, che dovrebbe incontrare Neyanyahu.
Come molti nella Striscia, Randa ha sentito parlare dei progetti scintillanti di Kushner e Trump, di grattacieli vista mare, resort di lusso, ferrovie veloci. Per lei, sono «sogni. Pensare a una città turistica non riflette la realtà di Gaza. Ciò di cui abbiamo bisogno è una vera ricostruzione e una pace duratura. Dopo tutti questi morti, il minimo che chiediamo è sicurezza, non piani slegati dalla nostra sofferenza quotidiana».