«Democracy dies in darkness», la democrazia muore nell’oscurità. Il taglio di un terzo della redazione, circa 300 giornalisti, rischia di trasformare in tragica profezia l’apocalittica citazione del leggendario cronista Bob Woodward – che con il collega Carl Bernstein sviscerò i segreti del Watergate – impressa sotto la testata del Washington Post fin dal 2017. Monito e impegno, preso in piena era Trump, a tenere alta la fiaccola della verità.
«Bloodbath», bagno di sangue, lo hanno definito via social i giornalisti licenziati letteralmente in tronco dal giornale fondato nel 1887 da Stilson Hutchins: gente come la corrispondente dall’Ucraina Lizzie Johnson che su X ha scritto «non ho parole, sono devastata, il WP mi licenzia mentre sono nel mezzo di una zona di guerra». Con buona pace dei 76 Pulitzer vinti negli anni dal quotidiano reso glorioso fin dagli anni Settanta dalla mitica editrice Katharine Graham (che lo ereditò dal padre Philip, morto suicida): sprone di inchieste che cont…
«Democracy dies in darkness», la democrazia muore nell’oscurità. Il taglio di un terzo della redazione, circa 300 giornalisti, rischia di trasformare in tragica profezia l’apocalittica citazione del leggendario cronista Bob Woodward – che con il collega Carl Bernstein sviscerò i segreti del Watergate – impressa sotto la testata del Washington Post fin dal 2017. Monito e impegno, preso in piena era Trump, a tenere alta la fiaccola della verità.
«Bloodbath», bagno di sangue, lo hanno definito via social i giornalisti licenziati letteralmente in tronco dal giornale fondato nel 1887 da Stilson Hutchins: gente come la corrispondente dall’Ucraina Lizzie Johnson che su X ha scritto «non ho parole, sono devastata, il WP mi licenzia mentre sono nel mezzo di una zona di guerra». Con buona pace dei 76 Pulitzer vinti negli anni dal quotidiano reso glorioso fin dagli anni Settanta dalla mitica editrice Katharine Graham (che lo ereditò dal padre Philip, morto suicida): sprone di inchieste che contribuirono a scrivere la Storia d’America, dai Pentagon Papers sul Vietnam allo scandalo delle intercettazioni illegali nel quartier generale dei democratici, che portò alle dimissioni di Richard Nixon (raccontati pure in film da Oscar come Tutti gli uomini del Presidente e The Post). Nel 2013 il patron di Amazon Jeff Bezos lo acquistò per 250 milioni di dollari proprio dagli eredi della famiglia Graham. Diventando proprietario unico del giornale. Ora il miliardario, che di recente si è così avvicinato a Donald Trump da finanziare con 75 milioni di dollari il docu-film sulla moglie, Melania, ha deciso di spegnere l’interruttore di quel faro d’informazione.
D’altronde, il terzo uomo più ricco del mondo — che per i primi 5 anni ha investito sul giornale — di recente si era lamentato delle perdite, pari a circa 100 milioni di dollari, e dell’emorragia di lettori. Nonostante il fatto che a provocarla fossero state proprio certe sue scelte: come non far pubblicare l’endorsement già pronto pro Kamala Harris nel 2024, sebbene prendere posizione alle presidenziali fosse una tradizione del giornale. Quell’intromissione provocò la cancellazione di migliaia di abbonamenti. Altre seguirono la decisione presa a marzo di chiudere la pagina delle opinioni: considerata troppo aperta a più punti di vista. «Dovrà reggersi su due principi», sentenziò: «La difesa delle libertà personali e il libero mercato». Gli stessi che governeranno pure quel che resta del Post.
La decimazione riguarda tutte le redazioni internazionali — chiuse fra le altre Kiev, Berlino, Gerusalemme, Il Cairo — insieme alle locali che in questi giorni hanno contribuito a raccontare i soprusi dell’Ice, allo sport e alla sezione dei libri. L’attenzione si «concentrerà su aree che dimostrano autorevolezza, unicità e impatto: politica, sicurezza interna, economia, scienza, tecnologia», come elencato dal direttore Matt Murray, che ha definito lo strappo «doloroso ma necessario» durante la videochiamata con cui lo ha annunciato alla redazione. L’azienda, insomma, non ha avuto nemmeno il coraggio di convocare la redazione. Lasciando che i singoli scoprissero il loro destino via mail. Una lunga lista di vittime eccellenti: reporter come Yeganeh Torbati, pluripremiata corrispondente dall’Iran, Claire Parker e Gerry Shih finalisti al Pulitzer per la copertura di Gaza e per il racconto della tragica storia di Hind Rajab, la bimba palestinese di 5 anni uccisa nella Striscia da carri armati israeliani insieme ai paramedici che tentavano di aiutarla. E pure Marissa Lang, che il Pulitzer lo vinse per la sua copertura dell’assalto del 6 gennaio a Capitol Hill. Mentre Peter Finn, capo della redazione Esteri, ha chiesto di essere licenziato dopo aver appreso della portata dei tagli.
Ieri sera ha rotto un silenzio lungo 12 anni pure Don Graham, l’editore che aveva ceduto a Bezos il giornale appartenuto alla sua famiglia per quattro generazioni: «È un brutto giorno. Mi intristisce che tanti eccellenti reporter e vecchi amici abbiano perso il lavoro. Il mio pensiero è per loro. Farò tutto il possibile per aiutarli...».