Secondo Senofonte, la tregua olimpica del 364 AC non ebbe buon esito, e nel cuore di Olimpia si scontrarono in armi gli Elei e i Pisatidi. Il sangue prevalse largamente sul sudore, e proprio nel luogo consacrato al sudore: una profanazione.
Le fonti storiche non abbondano, a proposito della sospensione delle ostilità durante i Giochi. Si sa solamente che era concesso agli atleti di tutta la Grecia un salvacondotto per raggiungere il luogo delle gare, e in linea di massima ce la facevano. L’accordo veniva rispettato. Ma che in occasione dei Giochi si fermassero le guerre (sia pure in quell’illustre e bellicoso pezzetto di mondo che era la Grecia), è poco più di una fiaba. Il mondo, del resto, è sempre stato uno scannatoio, e ogni rimando a un’età dell’oro molto migliore di questa è tanto diffuso quanto ingannevole.
Ciò detto, emoziona vedere Sergio Mattarella, con i suoi capelli bianchi e il suo sorriso umano, che scrive il suo nome sulla “lavagna della tregua” dei Giochi invernal…
Secondo Senofonte, la tregua olimpica del 364 AC non ebbe buon esito, e nel cuore di Olimpia si scontrarono in armi gli Elei e i Pisatidi. Il sangue prevalse largamente sul sudore, e proprio nel luogo consacrato al sudore: una profanazione.
Le fonti storiche non abbondano, a proposito della sospensione delle ostilità durante i Giochi. Si sa solamente che era concesso agli atleti di tutta la Grecia un salvacondotto per raggiungere il luogo delle gare, e in linea di massima ce la facevano. L’accordo veniva rispettato. Ma che in occasione dei Giochi si fermassero le guerre (sia pure in quell’illustre e bellicoso pezzetto di mondo che era la Grecia), è poco più di una fiaba. Il mondo, del resto, è sempre stato uno scannatoio, e ogni rimando a un’età dell’oro molto migliore di questa è tanto diffuso quanto ingannevole.
Ciò detto, emoziona vedere Sergio Mattarella, con i suoi capelli bianchi e il suo sorriso umano, che scrive il suo nome sulla “lavagna della tregua” dei Giochi invernali. Ci si emoziona per la semplicità di un gesto di nessun peso politico, e di grande valore simbolico. Rassicura l’ostinazione, consola la naturalezza con le quali il capo del nostro Paese, in occasione di un grande raduno sportivo del mondo quasi al completo, chiede pace.
L’Olimpiade che dice no alla guerra è il topolino che non spaventa l’elefante: per quanto scafato e irrorato di denaro sia lo sport moderno, compreso quello finto-dilettantesco dei Cinque Cerchi, è niente rispetto al mostruoso apparato bellico che produce morte e distruzione con implacabile indifferenza. È come opporre una bacchetta magica a un missile. Eppure è importante non dimenticare mai la speranza che è sottesa – da millenni – alle competizioni sportive: che la rivalità tra gli esseri umani, il loro desiderio di vincere, di prevalere, di battersi tra loro, possa assumere forme incruente, leali, perfino amichevoli, perfino solidali. E con regole ferree che rendono uguali tutti i competitori (lo sport è paritario fino dai suoi presupposti: il campo di gioco e le leggi sono uguali per tutti).
Nello sport lo sconfitto non muore, e il vincitore non gli ruba la terra, non gli distrugge la casa. Lo sport è una specie di guerra che rincivilisce e depone le armi, è esso stesso una tregua di fatto, riconosciuta e difesa quasi sempre, e quasi da tutti, come una attività naturale delle società umane, senza la quale sarebbe difficile riempire le agende delle persone, delle famiglie e delle comunità nazionali.
Il linguaggio dello sport è mutuato pari pari da quello bellico: si attacca, ci si difende, si vince, si perde, si conquista, si arretra, ci si elimina, si cade, ci si risolleva. Ma per gioco, con tutta la serietà insuperabile del gioco quando i giocatori ci si dedicano anima e corpo. Con discipline uguali (e ugualmente regolate) in ogni angolo del mondo, così che non è solo retorica, è anche un colpo d’occhio molto reale, lo spettacolo multietnico e multinazionale di giovani donne e uomini di ogni angolo della Terra che si ritrovano nello stesso posto per fare la stessa cosa: e non c’è bisogno di interpreti anche se le lingue dei partecipanti sono centinaia, perché i gesti dello sport sono condivisi, sono una koiné che accomuna tutti.
Mentre gli Elei e i Pisatidi, per interposti successori, continuano a massacrarsi con accanito compiacimento, accontentiamoci di questo spicchio di luce, che non è pochissimo. La firma di Mattarella, la risoluzione dell’Onu (c’è ancora!) dello scorso novembre, l’appello del Papa, e tutte le altre invocazioni per la “tregua olimpica”, hanno la malinconica nobiltà delle cose giuste ripetute in un mondo sbagliato, un parlare a chi non vuole sentire: ma se non ci fossero, se nessuno ancora sognasse la prevalenza dell’hockey sull’invasione, del bob sul bombardamento, dello slalom sul terrorismo, saremmo messi perfino peggio. La tregua olimpica, tutto sommato, c’è già, e sono le Olimpiadi stesse. Fino a che si potranno svolgere le grandi competizioni sportive che coinvolgono il mondo intero, sarà possibile, almeno per qualche giorno, opporre una convivenza possibile, praticata, riconoscibile, all’odio tra i popoli.