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Usa-Iran, veti e minacce su nucleare e missili. Dazi americani al 25% per chi compra il greggio iraniano

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In Oman sei ore di colloqui. Teheran toglie dal tavolo gli armamenti e le alleanze regionali. Washington colpisce chi commercia con gli ayatollah
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Il compito più arduo nella sera di Muscat spetta al capo della diplomazia di Teheran, Abbas Araghchi. Dopo 6 ore di staffetta degli omaniti tra le delegazioni americane e iraniane, il ministro degli Esteri prova a preservare il filo del negoziato: «Nel complesso, è stato un buon inizio, i colloqui proseguiranno» dopo consultazioni nelle rispettive capitali, dice alla tv iraniana.

I nemici storici, Stati Uniti e Iran, tornano a parlarsi, a nove mesi dalla guerra dei 12 giorni e sotto l’ombra dei morti causati dalla repressione di gennaio a Teheran. Ci arrivano al culmine delle tensioni, con un imponente dispositivo militare dispiegato dagli americani nel Golfo e con la massima mancanza di fiducia.

Per gli Usa al tavolo siedono l’inviato Steve Witkoff, il …

Il compito più arduo nella sera di Muscat spetta al capo della diplomazia di Teheran, Abbas Araghchi. Dopo 6 ore di staffetta degli omaniti tra le delegazioni americane e iraniane, il ministro degli Esteri prova a preservare il filo del negoziato: «Nel complesso, è stato un buon inizio, i colloqui proseguiranno» dopo consultazioni nelle rispettive capitali, dice alla tv iraniana.

I nemici storici, Stati Uniti e Iran, tornano a parlarsi, a nove mesi dalla guerra dei 12 giorni e sotto l’ombra dei morti causati dalla repressione di gennaio a Teheran. Ci arrivano al culmine delle tensioni, con un imponente dispositivo militare dispiegato dagli americani nel Golfo e con la massima mancanza di fiducia.

Per gli Usa al tavolo siedono l’inviato Steve Witkoff, il genero di Trump, Jared Kushner, e a sorpresa il capo del comando militare Usa in Medioriente, l’ammiraglio Brad Cooper. Secondo fonti israeliane ci sarebbe stato anche un incontro faccia a faccia tra le parti. Significativo, se confermato, perché Khamenei non ha mai autorizzato negoziati diretti con gli americani.

«Qualsiasi dialogo richiede di astenersi da minacce e pressioni», premette Araghchi. Gli iraniani chiedono il ritiro del contingente navale Usa dal Golfo, ma è proprio il Centcom, subito dopo l’incontro, a far circolare le immagini della Lincoln che solca le acque del Mar arabico, a ribadire la postura minacciosa. Non è l’unica divergenza. In Oman condizioni e linee rosse non sono cambiate. Gli americani vorrebbero discutere dei missili balistici, del sostegno alle milizie regionali, e hanno chiesto concessioni concrete sul nucleare al prossimo incontro. «Abbiamo parlato di nucleare, non discutiamo di nessun’altra questione con gli Stati Uniti», chiarisce Araghchi.

Teheran resta ferma nel rifiuto di interrompere l’ arricchimento dell’uranio sul suo territorio, apre invece a un confronto sul “livello e la purezza” dell’arricchimento e sulla possibilità di farlo gestire da un potenziale consorzio regionale. In cambio, vuole la revoca dell’embargo su banche e petrolio. Gli Stati Uniti hanno risposto con un ordine esecutivo per imporre dazi al 25% a chi importa beni iraniani, come il petrolio, e altre sanzioni sul greggio.

«Le posizioni sono ancora distanti», ragiona Sanam Vakil, direttrice del programma Medio Oriente e Nord Africa di Chatham house. «Gli americani considerano l’Iran molto debole in questa fase e stanno cercando di ottenere di più. Gli iraniani mostrano forza, minacciando una risposta regionale in caso di attacco, perché sanno che il presidente Trump non vuole davvero entrare in un conflitto militare. È un gioco di percezione, una partita a poker». Teheran vuole scongiurare un’altra guerra, ma non può accettare condizioni umilianti che indebolirebbero ancora di più la Repubblica islamica. Washington rischia di pagare dazio a un conflitto prolungato in Medioriente, con l’impatto che avrebbe sui costi dell’energia, a nove mesi dalle elezioni di Midterm.

È l’impasse dunque a spingere il negoziato, ma il tempo della diplomazia non è infinito. Trump non vuole impelagarsi in una trattativa lunga e farraginosa che neppure gli iraniani reggerebbero, con il Paese piegato dalla crisi economica, in lutto e infuriato per la repressione. «L’amministrazione Usa sta prendendo tempo, vaglia le alternative», conclude Vakil. Gli iraniani negoziano ma si preparano: hanno riparato le strutture per i missili distrutte a giugno, consapevoli che una nuova guerra è una possibilità concreta.

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