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“Trump non lascerà la Nato ma l’Europa deve ridurre la sua dipendenza dagli Usa”

Benedikt Franke / Photo Msc / Kuhlmann 

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Intervista a Benedikt Franke, vicepresidente e ceo della Conferenza sulla sicurezza di Monaco che si apre la settimana prossima. “Scendere allo stesso livello del presidente non è una buona idea. Sul valore della Nato e su come rafforzarla dobbiamo essere più convincenti”
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BERLINO – Benedikt Franke è vicepresidente e ceo della Conferenza sulla sicurezza di Monaco che si apre la settimana prossima e che mai come quest’anno rischia di essere dominata dalla rottura dei rapporti transatlantici. In quest’intervista esclusiva con Repubblica, Franke suggerisce come contrastare le prepotenze di Donald Trump.

Se il presidente degli Usa vuole invadere la Groenlandia perché non ritiene che i partner Nato sarebbero in grado di difenderla, non è già la fine implicita dell’Alleanza?

«È un’interpretazione troppo radicale. Ma è vero che se si vogliono degli alleati, bisogna trattarli come tali. La forza della Nato è che è un’alleanza di partner democratici disposti ad aiutarsi a vicenda e dotata di procedure per risolvere le controversie. Ma è vero che la Nato, americani compresi, finora non ha prestato sufficiente attenzione all’Artico e all’estremo nord. Ora è pronta a cambiare. Sono fiducioso che assisteremo a una distensione retorica e a una maggiore attenzione all…

BERLINO – Benedikt Franke è vicepresidente e ceo della Conferenza sulla sicurezza di Monaco che si apre la settimana prossima e che mai come quest’anno rischia di essere dominata dalla rottura dei rapporti transatlantici. In quest’intervista esclusiva con Repubblica, Franke suggerisce come contrastare le prepotenze di Donald Trump.

Se il presidente degli Usa vuole invadere la Groenlandia perché non ritiene che i partner Nato sarebbero in grado di difenderla, non è già la fine implicita dell’Alleanza?

«È un’interpretazione troppo radicale. Ma è vero che se si vogliono degli alleati, bisogna trattarli come tali. La forza della Nato è che è un’alleanza di partner democratici disposti ad aiutarsi a vicenda e dotata di procedure per risolvere le controversie. Ma è vero che la Nato, americani compresi, finora non ha prestato sufficiente attenzione all’Artico e all’estremo nord. Ora è pronta a cambiare. Sono fiducioso che assisteremo a una distensione retorica e a una maggiore attenzione alla regione».

Trump ha dimostrato dall’inizio di disprezzare l’Europa. E sostiene che l’unico limite alle sue azioni non sia il diritto internazionale né il mondo basato sulle regole ma la sua moralità. Che non è esattamente specchiata.

«Come capirete dall’imminente Munich Security Report, non abbiamo paura di porci domande difficili. L’ordine internazionale e la Nato sono esposti a rischi enormi. È ancora più importante che l’Europa non scenda a compromessi sui valori che rappresenta. Abbiamo l’opportunità di mostrare unità e interiorizzare finalmente i segnali di allarme degli ultimi anni attuando quelle che definisco strategie “no regret”, indipendentemente da ciò che dice o fa un presidente degli Usa. Dobbiamo rafforzare il pilastro europeo della Nato e accelerare lo sviluppo della nostra industria della difesa».

Il primo documento sulla Sicurezza della nuova amministrazione Trump, pubblicato a dicembre, sostiene che la Russia non sia più un rivale strategico, ma un problema europeo. Ed è ormai è certo che gli Usa ridurranno il loro contingente americano in Europa. Non la spaventa?

«Il presidente ha ripetutamente detto che se la Russia dovesse aggravare ulteriormente le minacce attuali, gli Usa troverebbero il modo di rispondere. E vuole riportare a casa le truppe o schierarle in luoghi dove la presenza di oltre 10.000 soldati farebbe la differenza dal punto di vista strategico. Per gli strateghi della Casa Bianca ed Elbridge Colby, sottosegretario al Dipartimento della Guerra, il ritiro di diverse migliaia di soldati dall’Europa non equivale a una riduzione della capacità degli Usa di rispondere all’aggressione russa».

Gli Usa avranno sempre bisogno di truppe o basi in Europa per raggiungere, ad esempio, il Medio Oriente. Non può essere una leva con loro?

«Beh, leva suona quasi come ricatto».

È il metodo Trump.

«Se loro scendono così in basso, non dobbiamo fare lo stesso. Preferisco Sun Tzu: se non puoi vincere in una valle, provane un’altra. Sul valore della Nato dobbiamo migliorare la comunicazione, sia con Trump che con l’opinione pubblica americana. E l’Europa deve ridurre la sua dipendenza dagli Stati Uniti. Ma non dobbiamo essere ingenui. La transizione richiederà tempo. Nel frattempo prenderei l’iniziativa e direi a Trump: “Se vuole ridurre il numero di truppe in Europa, ecco la nostra proposta coordinata: siamo pronti a riprenderci Ramstein o un’altra base”. Perché essere timidi?».

Mario Draghi ha detto che l’Europa non è una potenza e che dovrebbe federarsi. Ha ricordato che incide quando agisce con un’autorità sola, ad esempio sulla politica monetaria o nel commercio. Ma nella difesa o nella politica estera ha bisogno di negoziati e unanimità. Non sarebbe meglio procedere a velocità diverse?

«L’idea che in Europa tutto debba procedere allo stesso ritmo, e che il ritmo sia sempre determinato dal minimo comune denominatore, o dal più lento, è sbagliata. Abbiamo bisogno di un’Europa composta da molteplici “coalizioni di volenterosi”. Credo che ciò creerebbe un vero slancio, anche nel contrastare l’ascesa dei partiti estremisti».

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