Il turismo dei talebani: così l’Afghanistan si vende al mondo mentre cancella le donne
di Annachiara Mottola di Amato"Preparatevi a montagne che fanno invidia alle Alpi svizzere, a paesaggi incontaminati e all’accoglienza di un popolo tra i più ospitali al mondo". È la promessa di una compagnia di viaggi locale che si rivolge ai turisti. Fin qui tutto normale, tranne la meta della vacanza: l’Afghanistan, dove dal 2021 sono tornati al potere i talebani.
Da allora il Paese vive sotto un regime che le Nazioni Unite hanno definito come un sistema di “apartheid di genere”. Le donne sono state progressivamente escluse dalla vita pubblica: non possono studiare, lavorare nella maggior parte dei settori, frequentare spazi ricreativi o muoversi liberamente senza un accompagnatore maschio. Eppure, mentre i loro diritti vengono cancellati, il governo talebano tenta di spezzare l’isolamento internazionale puntando su un settore in apparenza neutrale: il turismo.
La strategia dei tale…
"Preparatevi a montagne che fanno invidia alle Alpi svizzere, a paesaggi incontaminati e all’accoglienza di un popolo tra i più ospitali al mondo". È la promessa di una compagnia di viaggi locale che si rivolge ai turisti. Fin qui tutto normale, tranne la meta della vacanza: l’Afghanistan, dove dal 2021 sono tornati al potere i talebani.
Da allora il Paese vive sotto un regime che le Nazioni Unite hanno definito come un sistema di “apartheid di genere”. Le donne sono state progressivamente escluse dalla vita pubblica: non possono studiare, lavorare nella maggior parte dei settori, frequentare spazi ricreativi o muoversi liberamente senza un accompagnatore maschio. Eppure, mentre i loro diritti vengono cancellati, il governo talebano tenta di spezzare l’isolamento internazionale puntando su un settore in apparenza neutrale: il turismo.
La strategia dei talebani
"Per i talebani è una strategia precisa", spiega Fatima Haidari, 27 anni, prima guida turistica donna dell’Afghanistan, oggi rifugiata in Italia e studentessa di International Politics alla Bocconi di Milano. "Da un lato c’è il denaro, dall’altro il messaggio politico: far credere al mondo che siano cambiati".
Non riconosciuto da alcun Paese a eccezione della Russia, l’Emirato islamico promuove il turismo anche sui propri canali ufficiali. Le agenzie locali sono ormai oltre tremila e lanciano campagne pubblicitarie per farsi conoscere all’estero, talvolta di dubbio gusto. In uno spot virale di qualche mese fa, l’influencer Yosaf Aryubi accoglie i visitatori con un entusiastico "Welcome to Afghanistan", tra sorrisi, bandiere e checkpoint armati sullo sfondo.
I numeri sono in crescita: dai 691 turisti stranieri del 2021 si è passati a circa 9mila nel 2024, mentre nei primi mesi del 2025 ne sono già arrivati 3mila. Provengono soprattutto da Cina, Russia, Europa e Asia centrale. E adesso il Mirror ha annunciato la pubblicazione di una guida – la prima dopo 20 anni – per incoraggiare i turisti britannici a visitare “un Paese a lungo frainteso”.
Il ruolo dei travel blogger occidentali
A contribuire alla crescita di questo fenomeno è anche il racconto social. Influencer occidentali, travel blogger e i cosiddetti “Talibros”, creator che raccontano l’Afghanistan post-talebano come una meta sorprendentemente ospitale. Su TikTok e Instagram scorrono reel di mercati, kebab, laghi turchesi e montagne innevate. C’è chi parla di “sicurezza inaspettata”, chi dice di essersi sentita “trattata come una regina”.
"Il turismo oggi è una battaglia di narrazioni", osserva Haidari. "Molti creator non vedono la vita reale. Vedono solo l’immagine che i talebani vogliono mostrare: mercati colorati, sorrisi, paesaggi spettacolari". Un racconto che, secondo Haidari, rischia di diventare propaganda. "Sono protetti, accompagnati, trattati come ospiti speciali. Ma quella non è l’esperienza delle persone comuni, soprattutto delle donne. Così si finisce per ripulire l’immagine di un regime che ci ha rese invisibili".
Il paradosso emerge con forza a Bamiyan, il sito Unesco dove nel 2001 i talebani distrussero le monumentali statue dei Buddha del VI secolo. Oggi l’area è di nuovo aperta ai turisti. Ma proprio qui, nella primavera del 2024, tre turisti spagnoli sono stati uccisi nel primo attacco mortale contro stranieri dal ritiro delle truppe Usa.
I pericoli di un racconto che silenzia le sofferenze delle donne
I tour proposti spaziano da viaggi culturali nel centro e nel sud del Paese a ski tour, fino a itinerari rurali nel nord. Alcuni sono pensati esclusivamente per uomini, con slogan come "Dimentica Ibiza o Marbella". Altri si presentano come più “etici”, promettendo di far conoscere la vita delle donne afghane. Lei stessa racconta come, inizialmente, le guide turistiche donne fossero tollerate se accompagnate da un uomo. "Poi, quando gli influencer hanno iniziato a mostrarci in video e blog, il nostro lavoro è stato vietato del tutto. Quei racconti hanno contribuito a normalizzare la repressione".
Il dilemma resta aperto. "Non voglio dire che l’isolamento sia la soluzione", conclude Haidari. "Alcuni viaggiano per capire, per aiutare la gente comune. Ma raccontare solo la bellezza, senza il contesto, significa silenziare le nostre lotte. E il silenzio, per noi, è la forma peggiore di violenza".
Uno spiraglio di normalità
Se viaggiare oggi in un Paese come l’Afghanistan rimane una contraddizione enorme, l’incontro tra persone di diverse culture può essere la miccia per un cambio di mentalità. “Pensare che nell’unico hotel a Kabul sia stata riaperta la spa e il centro estetico per sole donne straniere – dice Fatima – mi fa arrabbiare”. Il pensiero va a tutti i diritti negati alle cittadine afghane ma, forse, “questo paradosso così evidente può scatenare un cortocircuito”. Come? Dopo il ritorno al potere dei talebani nella capitale sono iniziati corsi per la formazione di professionisti (solo uomini) nel settore dell’ospitalità e del turismo. Durante le lezioni, oltre alla storia e al patrimonio artistico dell’Afghanistan, si affrontano anche argomenti più pratici sul mondo dell’ospitalità. In particolare, agli studenti si spiega come interagire con le turiste e come queste possano compiere attività che sono invece vietate alle donne afghane, come mangiare in pubblico o viaggiare e parlare con uomini che non sono loro famigliari o mariti. “Confrontarsi con altre abitudini di vita può portare gli uomini afghani a mettere in discussione il talebano che c’è in ognuno di loro”, spiega Haidari. “È un processo lungo ma il significato del viaggio sta proprio lì, nello scambio di prospettive, di culture”. A una condizione però: “Chi ha la fortuna di visitare il mio Paese partendo da uno stato democratico al ritorno non può parlare di un luogo sicuro o civile, non serve essere attivisti o giornalisti per non fare il gioco del regime”.