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Alejandro Castro Espín, emerge l’enigmatico figlio di Raúl per il negoziato Usa-Cuba

Alejandro Castro Espín durante una manifestazione a l'Avana nel 2024 

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Lontano dalla vita pubblica per anni, il suo nome circola tra i media della dissidenza come possibile interlocutore di Washington per la transizione
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C’è un fantasma che si aggira per Cuba in questi giorni drammatici di un durissimo bando americano del petrolio che ha il chiaro scopo di provocare la caduta del regime. C’è un nome che viene sussurrato per le strade di Centro Habana, e rimbalza negli ambienti dei cubani dissidenti a Miami ed arriva a insinuarsi nei retroscena di testate Usa come Politico. E’ quello di Alejandro Castro Espín, brillante figlio unico di Raúl, formato come soldato nell’ex Urss, improvvisamente scomparso dalla vita pubblica circa nove anni fa. Le voci, che nel fine settimana si sono fatte sempre più insistenti, lo vogliono come punta di diamante nel negoziato con gli Stati Uniti di Donald Trump.

La scorsa settimana il presidente Usa ha lasciato intendere che “si pa…

C’è un fantasma che si aggira per Cuba in questi giorni drammatici di un durissimo bando americano del petrolio che ha il chiaro scopo di provocare la caduta del regime. C’è un nome che viene sussurrato per le strade di Centro Habana, e rimbalza negli ambienti dei cubani dissidenti a Miami ed arriva a insinuarsi nei retroscena di testate Usa come Politico. E’ quello di Alejandro Castro Espín, brillante figlio unico di Raúl, formato come soldato nell’ex Urss, improvvisamente scomparso dalla vita pubblica circa nove anni fa. Le voci, che nel fine settimana si sono fatte sempre più insistenti, lo vogliono come punta di diamante nel negoziato con gli Stati Uniti di Donald Trump.

La scorsa settimana il presidente Usa ha lasciato intendere che “si parla con i più alti livelli di Cuba” e che un accordo sarebbe possibile. Chi siano questi “più alti livelli” non è dato sapere. Ma nelle pieghe della cronaca dissidente, alimentati dai sussurri di una capitale in agitazione, si dice che sia volato a Città del Messico per incontrare emissari americani: non c’è conferma ne smentita. Ma il copione del Venezuela suggerisce che questo è il modus operandi del Dipartimento di Stato nelle mani di Marco Rubio.

(afp)

Alejandro Castro Espín non è solo un “figlio di”. È l’unico discendente diretto dei fratelli Castro ad aver fatto carriera nell’esercito. Nato nel 1965, ingegnere di formazione, militare per vocazione, passato anche dall’Angola, porta addosso un dettaglio che a Cuba è diventato soprannome: un occhio ferito, “El Tuerto”, il guercio, lo chiamano con sarcasmo i dissidenti. Ma dietro l’aneddoto resta un profilo stratificato: un uomo che ha cercato di essere intellettuale organico in uniforme, autore di libri contro l’imperialismo americano, politologo di Stato, frequentatore di Mosca e dei circuiti geopolitici amici.

(afp)

La sua vera ascesa arriva nel 2014, con il disgelo tra Obama e Raúl Castro. Alejandro diventa l’architetto discreto delle trattative segrete, l’eminenza grigia del nuovo corso, il volto invisibile di una Cuba che per un attimo sembra voler respirare. Invita persino John Brennan, allora capo della Cia, a L’Avana: un gesto che da solo racconta quanto potere avesse accumulato. Sembrava destinato a essere il ponte del post-castrismo, più pragmatico dei padri, meno ideologico degli zii.

(afp)

Ma le cose vanno diversamente. Trump arriva alla Casa Bianca, scoppia il caso internazionale della “Sindrome dell’Avana” , e il disgelo si congela. In assenza di versioni ufficiali, Alejandro diventa bersaglio perfetto: punito per negligenza, forse per rivalità interne, forse per la necessità del regime di sacrificare qualcuno. Sparisce. E’ nel “plan pijama” (piano pigiama) , scherzano, ancora una volta, i dissidenti. Riappare solo nel 2024, in una marcia pro-Palestina, in abiti civili, quasi in incognito. Un fantasma in seconda fila.

Ora, mentre l’economia cubana collassa e Washington stringe la morsa sui rifornimenti energetici, L’Avana potrebbe aver bisogno proprio di quel fantasma. Cercare un’uscita negoziata, salvare il salvabile, garantire continuità ai vertici: ancora una volta, lo schema venezuelano aleggia come modello.

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