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Lo strappo di Merz e Meloni con Macron: vertice ristretto a Bruxelles e stop super-caccia francese

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Giovedì mattina i leader di Germania e Italia convocano un incontro per dettare la linea al successivo summit europeo. E Berlino si sfila da Fcas, l’areo da guerra lanciato dall’Eliseo con Merkel
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Giorgia Meloni l’ha voluti battezzare “amici della competitività”: l’idea maturata insieme al cancelliere Friedrich Merz è quella di aggirare l’inerzia europea invitando un gruppo di Paesi prima dei Consigli europei (in questo caso quello di giovedì) a sperimentare un nuovo approccio al processo decisionale dell’Unione. Il premier belga e padrone di casa Bart De Wever ha aderito subito all’iniziativa, e si vocifera anche dell’interesse di leader dei Paesi scandinavi e baltici. Al vertice pre-Consiglio ci sarà Emmanuel Macron, nonostante alcuni punti in agenda dividano ancora il presidente francese e il novello duo Merz-Meloni. L’idea è che questo nuovo gruppo di “Volontari” del rilancio economico si coordinino sui punti dell’agenda da spingere al Consiglio, per dargli più forza.

A Berlino ma soprattutto a Roma si respinge tuttavia l’idea di aver costituito un nuovo direttorio in contrasto con il rodato asse franco-tedesco, anche se ne ha tutta l’aria. Entrambi sono mossi piuttosto dal…

Giorgia Meloni l’ha voluti battezzare “amici della competitività”: l’idea maturata insieme al cancelliere Friedrich Merz è quella di aggirare l’inerzia europea invitando un gruppo di Paesi prima dei Consigli europei (in questo caso quello di giovedì) a sperimentare un nuovo approccio al processo decisionale dell’Unione. Il premier belga e padrone di casa Bart De Wever ha aderito subito all’iniziativa, e si vocifera anche dell’interesse di leader dei Paesi scandinavi e baltici. Al vertice pre-Consiglio ci sarà Emmanuel Macron, nonostante alcuni punti in agenda dividano ancora il presidente francese e il novello duo Merz-Meloni. L’idea è che questo nuovo gruppo di “Volontari” del rilancio economico si coordinino sui punti dell’agenda da spingere al Consiglio, per dargli più forza.

A Berlino ma soprattutto a Roma si respinge tuttavia l’idea di aver costituito un nuovo direttorio in contrasto con il rodato asse franco-tedesco, anche se ne ha tutta l’aria. Entrambi sono mossi piuttosto dall’idea che si debba agire da “sproni” per portare avanti determinate priorità. In questo caso hanno fatto da modello il documento italo-tedesco dell’autunno scorso sull’automotive, l’incontro tra Merz e Meloni a Roma e il documento congiunto sulla competitività. Tre momenti di forte slancio di un duo pragmatico che vuole portare a Bruxelles un’agenda ambiziosa sulla competitività, il contrasto alla deindustrializzazione e la sburocratizzazione. Dalla cancelleria trapela in particolare insoddisfazione per la lentezza della Commissione Ue su questi dossier e una forte delusione nei confronti di Macron per il voto contrario al Mercosur.

Proprio l’accordo tra Ue e Sudamerica continua a essere un motivo di contrasto di Roma e Berlino con la Francia. I primi insistono perché l’accordo venga applicato subito, nonostante il rinvio alla Corte Ue, e una fonte diplomatica si dice fiduciosa che le resistenze di Macron “saranno superate”. L’erraticità di Trump, che un giorno sì e l’altro pure minaccia dazi “impone all’Europa rapidissimamente di trovare mercati di sbocco alternativi”, osserva.

L’idea di fondo di Merz e Meloni è rendere l’Europa forte perché economicamente indipendente. Ma senza esagerare, senza provocare reazioni irritate degli Stati Uniti: e qui si arriva a secondo punto di frizione con Macron. L’Eliseo insiste per adottare un principio “Buy European”, Italia e Germania preferirebbero una lettura meno restrittiva del termine, ad esempio concentrando l’obbligo a comprare europeo a settori strategici o adottando delle quote. Anche perché, fa notare una fonte, "l’industria europea non è ancora pronta per assorbire l’enorme domanda del 5% di spesa per difesa decisa da tutti”.

La tensione si è vista anche nel metodo. Macron ha sciolto la riserva sulla partecipazione al pre-vertice solo dopo aver lasciato planare l’ipotesi di una clamorosa defezione. A Parigi non è piaciuto vedere il binomio Roma-Berlino strutturarsi attorno alla competitività prima con un paper e poi con l’idea stessa di un incontro preparatorio che, di fatto, riduceva lo spazio politico dell’Eliseo. Dietro le formule, il timore è quello di un asse che detti l’agenda e costringa la Francia a inseguire.

Macron, al contrario, continua a spingere per una difesa radicale del made in Europe. È convinto che di fronte al protezionismo dell’amministrazione Trump anche l’Ue debba proclamare il suo “buy european”, trasformando la spesa pubblica in leva industriale, occupazione e reindustrializzazione. È il mandato affidato al “suo” commissario europeo Stéphane Séjourné, incaricato di portare a casa l’Industrial Accelerator Act, un testo più volte rinviato proprio per le divisioni tra stati membri.

Negli ultimi giorni la pressione è salita. Séjourné ha firmato, insieme a una parte del grande capitalismo francese, un appello in favore della regola del “buy european”, presentata come “un principio semplice”. “Ogni volta che si utilizza denaro pubblico europeo, questo deve contribuire alla produzione e a posti di lavoro europei di qualità” ha spiegato Séjourné. Ma la frizione più profonda è tra Parigi e Berlino, e non riguarda solo le regole di mercato. Merz non ha digerito il voltafaccia di Macron sul Mercosur e, soprattutto, ha perso la pazienza sul dossier più simbolico della cooperazione militare franco-tedesca, l’Fcas, il progetto di caccia del futuro che non riesce a decollare. Secondo alcune fonti citate da Politico sarebbe “già morto”, in particolare a causa dei troppi paletti posti dal costruttore francese Dassault. “Aspettiamo solo il certificato di decesso”, ironizza un diplomatico europeo. Per Macron, a quindici mesi dalla fine del mandato, vedere sepolto l’Fcas sarebbe una sconfitta politica, perché è uno dei pochi simboli concreti di quella difesa europea che l’Eliseo invoca da anni.

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