Gressani: “Serve un nuovo patto per rendere l’Unione europea più forte”
dalla nostra corrispondente Anais Ginori«È un’alleanza solo tattica e densa di contraddizioni». Gilles Gressani va subito al punto. Per il direttore del Grand Continent è un’illusione descrivere come una svolta il nuovo binomio Roma-Berlino. Ma anche il rilancio di Emmanuel Macron è solo un pezzo del puzzle.
Macron rilancia su buy european ed eurobond. È la strada giusta?
«Gli eurobond da soli non bastano. Bisogna immaginare un nuovo deal europeo e soprattutto europeizzare l’esercito e i costi della Difesa. La Germania andrà comunque verso un rafforzamento militare. Bisogna costruire un quadro che renda quella traiettoria benefica per tutti, evitando divergenze logistiche e politiche. Dire che Francia e Germania sono bloccate non significa che non si possa partire da altro. Stiamo raccontando una storia che non coglie il movimento popolare profondo che sta montando. Sta emergendo con chiarezza un’opinione pubblica europea che chiede un nuovo accordo, un nuovo deal».
Che tipo di accordo?
«Per costruire una capacità di resist…
«È un’alleanza solo tattica e densa di contraddizioni». Gilles Gressani va subito al punto. Per il direttore del Grand Continent è un’illusione descrivere come una svolta il nuovo binomio Roma-Berlino. Ma anche il rilancio di Emmanuel Macron è solo un pezzo del puzzle.
Macron rilancia su buy european ed eurobond. È la strada giusta?
«Gli eurobond da soli non bastano. Bisogna immaginare un nuovo deal europeo e soprattutto europeizzare l’esercito e i costi della Difesa. La Germania andrà comunque verso un rafforzamento militare. Bisogna costruire un quadro che renda quella traiettoria benefica per tutti, evitando divergenze logistiche e politiche. Dire che Francia e Germania sono bloccate non significa che non si possa partire da altro. Stiamo raccontando una storia che non coglie il movimento popolare profondo che sta montando. Sta emergendo con chiarezza un’opinione pubblica europea che chiede un nuovo accordo, un nuovo deal».
Che tipo di accordo?
«Per costruire una capacità di resistenza europea. Questa domanda è stata provocata prima dalla guerra russa in Ucraina e poi, ancora più nettamente, dalla seconda presidenza di Donald Trump. Gli italiani che non conoscono il nome del presidente della Camera conoscono invece Trump. È entrato nel nostro quotidiano come una forza predatrice, brutale, percepita come contraria ai nostri interessi».
Convinto che sia chiaro per tutti?
«Il presidente americano è riuscito persino a dividere i trumpisti europei. Nel sondaggio che abbiamo fatto con il Grand Continent la metà degli elettori del Rassemblement National è per Trump e l’altra è contro di lui. È una frattura che si riflette nei discorsi di Bardella e Le Pen, dove si vedono elementi macronisti. Non per conversione ideologica, ma perché i loro elettori hanno elaborato un’altra visione».
Eppure molti leader Ue restano prudenti, attenti a non entrare in rotta di collisione con Washington.
«Il problema è strutturale. Negli ultimi 15 anni a Bruxelles abbiamo avuto uno stile merkeliano. L’ex cancelliera tedesca, da brava fisica, sapeva abbassare la temperatura per ridurre le variazioni. Funzionava in un’Europa fredda. Oggi c’è calore politico estremo e la governance europea non riesce a entrare in risonanza con la realtà. Si discute di micro-posizionamenti tattici, alleanze di corto respiro».
Le recenti intese tra Meloni e Merz rientrano in questo schema?
«Molti leader sono deboli sul fronte interno. Lo vediamo in Italia con Vannacci che esce dalla coalizione o in Germania con la pressione dell’Afd. Meloni e Merz hanno entrambi un problema crescente alla loro destra. La loro alleanza è densa di contraddizioni. E in Francia siamo a fine ciclo, con una capacità di proiezione del futuro ancora più limitata».
Il Consiglio europeo, in queste condizioni, può ancora produrre una linea comune?
«Può funzionare solo se attorno al tavolo siedono leader responsabili e pienamente in funzione. Se ognuno ha una fragilità interna così profonda, non si produce un allineamento strategico. Ho spesso in mente il luogo dove si svolge il Consiglio europeo: una sala senza finestre. Il popolo non può vedere dentro, e i leader non possono guardare fuori».
Macron appare isolato o intercetta questa nuova fase?
«Oggi la richiesta generale non è quella di un’Europa aggressiva, ma di un’Europa difensiva e di resistenza. Macron prova a scuotere il sistema, ma la domanda di fondo è una potenza capace di difendersi e dire di no. Significa costruire un progetto di lungo periodo fondato su un trittico: difesa, investimenti, innovazione. È una prospettiva che può diventare maggioritaria e concretizzarsi forse attraverso uno strappo, un altro formato, magari un nuovo trattato di difesa. La questione centrale è come collegare domanda popolare e offerta politica. Siamo entrati in un’altra fase. Oggi le opinioni pubbliche sono più avanti dei leader».