Serbia, gli studenti tornano in piazza e pensano di sfidare il governo alle urne
di Alessia Candito“Lo vedi? Pensi che in quel posto lì sarebbe davvero stato possibile un resort di lusso, con affaccio diretto sui ministeri?”. Sotto il cielo grigio di Belgrado, l’ex quartier generale dell’esercito è un cubo rosso e sbreccato, piazzato nel cuore del quartiere istituzionale della capitale serba. Finestre esplose e scalinate cancellate ricordano le bombe che negli anni Novanta lo hanno distrutto e i morti che quel raid è costato. Un memoriale, a tutti gli effetti. Che con il benestare del presidente Vucic e un paio di leggi speciali emanate ad hoc, Jared Kushner avrebbe voluto cancellare, per tirare su la Trump Tower, un resort extralusso con annessi residence, mall e ristoranti per pochi. Solo mesi di strade assediate dalle proteste degli studenti, che dopo la morte di sedici persone per il crollo della pensilina a Novi Sad non hanno mai smesso di scendere in piazza, sono riuscite a fargli cambiare idea, con gran scorno del presidente, apparso come di consueto in tv per bollarli come “nemici della Serbia e del progresso”.Sono diventati la sua personale bestia nera. Indifferenti ai tentativi di blandirli. Impermeabili alle lusinghe. Ostinati, a dispetto di manganellate e botte in piazza, processi arresti.
Più di un anno di mobilitazioni fra repressione e arresti
“Il presidente dovrebbe cambiare disco, dice sempre le stesse cose – dice Marjia, mentre lavora alla preparazione del prossimo corteo – E non ci fa paura. Del resto, noi siamo i primi a esser riusciti a far scappare il genero di Trump”. Ventun anni, è al terzo di Storia all’Università di Belgrado. O meglio, il terzo bis. L’anno scorso, quando la repressione delle prime proteste ha incendiato il Paese e reso la mobilitazione permanente, per mesi le università sono state chiuse o occupate anche con l’appoggio dei docenti, le sessioni d’esame sono saltate o andate deserte, mentre il movimento degli studenti cresceva fra piazze e assemblee. Una marea umana che ha incendiato il Paese, lo ha percorso a piedi, è arrivata fino a Novi Pazar, al confine con il Kosovo e lì ha ricevuto l’abbraccio non solo figurato anche della comunità degli studenti di religione musulmana che tutt’oggi percorrono mezza Serbia per sostenere le proteste a Belgrado, e adesso si trova di fronte a una prova di maturità. A fine 2026, al massimo inizio 2027 il presidente Vucic dovrà sciogliere le Camere e convocare le elezioni. Non c’è una data, “ma non potrà certo scappare all’infinito”, sottolinea Marjia. “E noi siamo pronti”.
Obiettivo urne
Le liste ci sono. Duecentocinquanta candidati, per lo più nomi noti del mondo della cultura, professori, accademici, salvo pochissime eccezioni, nessuno con tessere di partito e soprattutto nessun politico di professione che abbia avuto anche lontanamente a che fare con il Sns di Vucic o suoi alleati. “La pregiudiziale per tutti è che siano totalmente avulsi dal sistema di corruzione che ha soffocato la Serbia in questi anni”, spiega Andrj, che come Marija chiede di essere indicato semplicemente con il nome. “Non è semplicemente una questione di sicurezza, ma non vogliamo creare personalismi. Per lo stesso motivo abbiamo deciso di tenere al momento riservati i nomi dei futuri candidati. Il nostro è un movimento orizzontale, basato su assemblee”. Per quanto ancora, sarà da vedere. Così come tutta da verificare la capacità di tenere insieme un movimento estremamente composito, che prova a cucire insieme culture politiche diverse e un arco politico che va dalla destra nazionalista alla sinistra che non crede nei confini, più o meno europeista.
Belgrado, Kushner costruirà hotel di lusso in ex caserma bombardata dalla Nato. Proteste di piazza
Il nodo della politica estera
“Una cosa è comune a tutti: l’opposizione al regime – argomenta Stefan della facoltà di Storia – il regime non ha nessuna ideologia se non accumulare potere e denaro”. Dopo innumerevoli assemblee, una piattaforma di base c’è. “Lotta alla corruzione, trasparenza, rafforzamento dello Stato sociale e dell’istruzione pubblica”, spiega. Il nodo vero rimane la politica estera, su cui trovare una quadra fra chi guarda alla Russia e chi all’Europa sembra impresa complicata come miscelare acqua e olio. Secondo nodo, strettamente correlato è la ferita sempre aperta del Kosovo, tra chi lo considera parte del Paese a cui è impossibile rinunciare, chi lo dà per perso e chi pensa che una maggiore garanzia dell’autonomia delle comunità serbe nella zona potrebbe essere una valida soluzione di compromesso.
Euroentusiasmo in crescita
Secondo gli ultimi sondaggi Ue, l’euroentusiasmo in Serbia cresce di due punti, con un 45 per cento di favorevoli all’adesione, che sale al 63 per cento fra i giovani. Contrario rimane il 30 per cento, mentre rimane stabile la percentuale di indecisi. “Fortunatamente nella mia vita ho viaggiato, l’anno scorso a Parigi ho parlato con coetanei sinceramente stupiti dal fatto che la Serbia non fosse parte dell’Unione europea. È il nostro partner e interlocutore naturale, lo è sempre stato prima degli anni Novanta, anche se questo non significa dimenticare le nostre radici”, spiega Anja, dottoranda a Belgrado.
“Noi guardiamo all’Europa, ma l’Ue che fa?”
“A Vucic non si chiede da che parte stia, eppure parla con Trump, va a Mosca, poi bussa in Ue. Perché a noi sì?”, si ragiona in un gruppetto che si attarda in un caffè non lontano dall’Università e ricorda le porte in faccia ricevute di recente durante la visita di una delegazione di 15 europarlamentari, così come la scarsa attenzione ricevuta quando un gruppo di studenti ha pedalato dalla Serbia a Bruxelles per chiedere appoggio. “E poi di quale Europa parliamo? Per noi è diritti, trasparenza, eliminazione delle frontiere, ma quello che vediamo oggi non è questo. E qui in Serbia hanno solo inserito tra i progetti strategici la miniera di Jadar che avvelenerebbe un’intera regione”. È un punto dolente.
La ferita di Jadar
Nel cuore agricolo del Paese, c’è uno dei più grandi giacimenti di litio in Europa (10% delle riserve mondiali), il cui sfruttamento è stato da anni concesso in via esclusiva alla multinazionale Rio Tinto. Un’operazione in realtà mai partita per l’opposizione non solo di contadini, imprenditori agricoli e interi villaggi della zona, ma anche della comunità accademica. “Non si comprende la ratio di questo progetto, pericoloso dal punto di vista faunistico, ambientale, sanitario e economico – spiega Bora Babič, direttrice della casa editrice Akademska Knjiga, che da poco ha dato alle stampe una monografia sul progetto – I benefici? Risibil. Alla Serbia andrebbero 17,4 milioni di euro annui, pari a 2,6 euro pro capite, e questo senza calcolare le perdite derivanti dalla distruzione dell’agricoltura”. Formalmente il progetto è in fase di “care and maintenance”, congelato in attesa di valutazioni e sviluppi, ma la protesta non è sopita.
Istanze che si saldano nelle piazze
“La Rio Tinto ha provato a fare pressione per comprare il mio terreno, sono stato spiato da qualcuno che ha messo dispositivi di sorveglianza in casa mia, durante le proteste più volte mi hanno arrestato per attività sovversiva, ma io non cedo”, giura Zlatko Kokanović, agricoltore e attivista del comitato ecologista Ne damo Jadar. Prima, dice, alla politica non si era mai interessato, da quando si è presentata alla sua porta con le sembianze delle ruspe pronte a smembrare la valle, non perde una manifestazione. “Chi controlla le istituzioni serbe non ha nulla da dare a questo Paese, lavora solo per il mantenimento del sistema di potere. Non so quale sia di preciso la proposta degli studenti, ma è altro da tutto questo e tanto basta perché io sia con loro”. Alla battaglia per Jadar, si sono sommati anche settori della destra nazionalista, storico zoccolo duro di Vucic, che negli anni però ha perso di strada più di un pezzo che gli rimprovera di aver svenduto il Paese – dal Waterfront di Belgrado a stazioni e ferrovie – agli investitori stranieri.
La nuova strategia di Vucic per far implodere il movimento
Alcuni di loro sono finiti a ingrossare il multiforme movimento che si è formato a sostegno della mobilitazione delle Università, provocando non pochi mal di pancia fra i settori e associazioni di sinistra. Vecchia volpe della politica, il presidente serbo sa che per tenere insieme anime tanto diverse ci vogliono mestiere e struttura. Lo fa da una vita. Come un funambolo, siede in prima fila alle cerimonie del Cremlino ma è in coda per entrare in Europa, briga per entrare alla corte di Trump, tanto da offrirgli in dote l’ex quartier generale dell’esercito, ma in patria parla da nazionalista, evocando le guerre ottocentesche contro l’impero Ottomano, mentre compra droni da Erdogan. E adesso su differenze e nodi da sciogliere del movimento ci gioca.
Il presidente serbo: “Gli studenti devono entrare in politica”
Dopo mesi di repressione, agli studenti dice: “sono dalla parte di questi giovani. ora dovranno affrontare quello che chi è al potere ha già affrontato: l'odio di chi vuole arrivare al potere". Con afflato paternalistico distribuisce raccomandazioni, se la prende con non meglio specificati soggetti che avrebbero tentato di strumentalizzarli prendere il potere in Serbia – definizione tanto ambigua da poter essere letta come non meglio specificati “poteri esteri” o i partiti di opposizione – e poi raccomanda: “dovrebbero continuare a lottare, ora che sono finalmente coinvolti in politica”. Gli studenti non hanno tardato a rispondere: “Allora convochi le elezioni”.
Più di 400mila firme a sostegno delle liste
Sono fiduciosi, quasi galvanizzati. “I primi test sono andati ben oltre le aspettative: la raccolta firme a sostegno di un’ipotetica lista ha raccolto in ventiquattro ore oltre 400mila firme certificate, 396mila nel Paese, più di 25mila all’estero, con nome, cognome, documento e numero di tessera elettorale”, dice Milan, attivista di una delle assemblee dell’hinterland di Belgrado. Sono la cinghia di trasmissione fra le facoltà e il resto della società della serba, servito a costruire solidarietà, alleanze e piazze. Dove ci sono alleati del movimento degli studenti che almeno sulla carta non ci si aspetta.
L’ex sindacato dei soldati a sostegno degli studenti
Alto quasi due metri, Novica Antic è un ex alto ufficiale delle Forze speciali, divisione affari interni. Croato di nascita ma cresciuto in Serbia, famiglia mista alle spalle, militare come lo erano stati il padre e il nonno, è stato il primo e più votato presidente del sindacato dell’esercito, arrivato a contare 7.300 iscritti, quasi un soldato su tre. E lo ha pagato, così come ha pagato le denunce su giri di corruzione, sugli attacchi a diritti e salari, ma soprattutto l’aver messo il naso in intrecci e affari – incluso l’uso esclusivo di poligoni militari per addestrare gli affiliati - tra personaggi in orbita Vucic, all’epoca ministro della Difesa, e il clan del boss Veljko Belivuk, costola serba del gruppo dei narcos montenegrini Kavački. Allontanato dal servizio attivo, poi dall’esercito “per aver violato l’obbligo di neutralità” nel chiedere pubbliche spiegazioni sulla morte sospetta di alcuni soldati, qualche mese dopo aver appoggiato il movimento studentesco ha dovuto fronteggiare prima l’accusa di essere una spia russa prima, poi di essere impegnato in “attività eversive dell’ordine democratico costituzionale”, quindi di aver usato il sindacato per scopi e fondi personali. Lui che vigilava sulla correttezza di appalti e procedure, è finito in manette.
Antic: “In Serbia governa una mafia”
“In una notte hanno tolto di mezzo me e buona parte del direttivo”, racconta. Quando sono arrivate al vaglio del tribunale, le accuse si sono sciolte come neve al sole, Antic è stato subito liberato, ma in mezzo ci sono stati mesi di sbarre, torture psicologiche, uno sciopero della fame ignorato, mentre all’esterno una campagna stampa lo dipingeva come “un nemico della Serbia” attribuendogli ogni genere di malefatta. “Ho presentato 78 querele, al momento ne ho vinte venti” spiega, quasi rassegnato. “Ma non mollo, non posso farlo, qui non abbiamo altra opzione. Io non ho difficoltà a dire che la Serbia è in mano a una mafia. E finché ci saranno queste persone a governare il Paese non ci saranno speranze per nessuno di noi. L’unica sono gli studenti”.
La ritirata da Chaziland
L’appoggio di Antic e di molti del sindacato, come di frange dei veterani si è concretizzato in piazza. Con la presenza, certo. Ma anche con un discreto servizio d’ordine che li ha protetti dalla repressione violenta dei reparti antisommossa, segnalata con preoccupazione anche nell’ultimo rapporto di Human Rights Watch, come dalle incursioni degli squadroni – ingrossati da volontari arrivati anche in Repubblica Srpska, denunciano media indipendenti e organizzazioni della società civile – più o meno direttamente legati al partito di Vucic.
Per mesi, sono rimasti accampati davanti al palazzo della presidenza, con tanto di gazebo. Nella propaganda ufficiale erano “gli studenti che vogliono mandare avanti il Paese”, ma anche solo per anagrafica i più sarebbero stati nella migliore delle ipotesi pluriripetenti. Per il movimento sono diventati i “Chazi”, i tamarri, con definizione che ha reso immortale lo strafalcione di uno dei fedelissimo di Vucic, che nella foga di attaccare gli studenti con un post, ha fatto scempio dell’ortografia. Per mesi, i chazi e gli studenti (jhazi) si sono guardati in cagnesco da una parte all’altra della strada, adesso rimangono i gazebo ormai sghembi a sgocciolare dietro le transenne e un ampio schieramento di polizia. Tutti sanno che una nuova esplosione delle proteste è solo rinviata.
Nuove proteste all’orizzonte
Nel frattempo si continua a presidiare la piazza. Dopo una serie di mobilitazioni locali in settimana, domenica 15 febbraio ci si prepara a tornare in strada a Kragujevac, dopo la capitale, uno dei cuori pulsanti di una mobilitazione iniziata per chiedere giustizia e verità sul crollo di Novi Sad e adesso mette in discussione gli assetti di potere del Paese. “Per ricordargli che ci siamo, che non molliamo”, spiega un gruppetto davanti all’Università di Belgrado. E con gli ultimi scandali ad alimentare la rabbia.
La riforma della giustizia che ha riacceso la piazza
Mentre nella capitale è iniziato il processo al ministro Selakovic e ad altri tre funzionari accusati di aver truccato le carte per spianare la strada a Kushner e al progetto immobiliare di lusso, un altro membro del governo, Nemanja Starovic, finisce nella bufera per 200mila euro di appalti che la sorella – ha raccontato Balkan Insight - ha avuto in dote, grazie a un bando pubblico fin troppo preciso. Ma a infiammare gli animi e far scendere in piazza pm e avvocati è la nuova riforma della giustizia, che riduce l’autonomia della procura anticorruzione, attaccata frontalmente da Vucic e dal governo per l’inchiesta sulla Trump Tower. Benzina sul fuoco delle proteste che potrebbero tornare a incendiare il Paese per pretendere elezioni.