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Iran, Trump: cambio di regime. Con Pahlavi 200 mila in piazza a Monaco

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Rally contro gli ayatollah in Germania. Il figlio dello scià si offre per la transizione. Reuters: “Pronta offensiva di diverse settimane”. Martedì colloqui a Ginevra
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«L’obiettivo politico più desiderabile per l’America in Iran è un «cambio di regime: sarebbe la cosa migliore che possa accadere». Donald Trump parla poche ore prima dell’apertura dei lavori della seconda giornata della conferenza sulla sicurezza di Monaco dove il figlio dello scià, Reza Palhavi si dice pronto a «guidare una transizione» democratica nel paese da cui è fuggito 47 anni fa. Nella città tedesca si sono radunati ieri migliaia di iraniani della diaspora – 200mila secondo la polizia – una delle più grandi manifestazioni dell’opposizione iraniana all’estero. «Mi impegno a essere il leader della transizione» verso un «processo democratico e trasparente», ha detto Pahlavi ai manifestanti, protetto da un vetro anti-proiettile e da cecchini piazzati sui tetti per garantire la sicurezza del corteo.

Il principe ha anche chiamato gli iraniani in patria a manifestare urlando slogan dalle finestre, cosa che è accaduta in alcune città al grido di “Morte al dittatore”. La sopravvivenza…

«L’obiettivo politico più desiderabile per l’America in Iran è un «cambio di regime: sarebbe la cosa migliore che possa accadere». Donald Trump parla poche ore prima dell’apertura dei lavori della seconda giornata della conferenza sulla sicurezza di Monaco dove il figlio dello scià, Reza Palhavi si dice pronto a «guidare una transizione» democratica nel paese da cui è fuggito 47 anni fa. Nella città tedesca si sono radunati ieri migliaia di iraniani della diaspora – 200mila secondo la polizia – una delle più grandi manifestazioni dell’opposizione iraniana all’estero. «Mi impegno a essere il leader della transizione» verso un «processo democratico e trasparente», ha detto Pahlavi ai manifestanti, protetto da un vetro anti-proiettile e da cecchini piazzati sui tetti per garantire la sicurezza del corteo.

Il principe ha anche chiamato gli iraniani in patria a manifestare urlando slogan dalle finestre, cosa che è accaduta in alcune città al grido di “Morte al dittatore”. La sopravvivenza del governo iraniano «manda un chiaro segnale a ogni prepotente: uccidete abbastanza persone e rimarrete al potere», ha spiegato riferendosi alla brutale repressione delle proteste di gennaio.

In passato, tuttavia, è stato lo stesso Trump a ridimensionare il possibile ruolo del principe esule, affermando di non essere sicuro che il figlio dello scià abbia consenso reale per guidare una transizione a Teheran. Il presidente americano continua a muoversi con ambiguità sul dossier iraniano. Il segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito che la preferenza resta «arrivare a un accordo con l’Iran» e lo stesso Trump ha detto di essere interessato a un’intesa. Il punto è: quale accordo? Gli americani hanno fatto arrivare messaggi, condizioni e richieste agli iraniani attraverso l’Oman, ma le posizioni sembrano ancora distanti. A cominciare dall’arricchimento dell’uranio: gli iraniani non sarebbero disposti a sospenderlo senza una rimozione delle sanzioni. Gli Stati Uniti, inoltre, vorrebbero limitazioni anche sul programma missilistico iraniano e sul sostegno ai proxies nella regione.

Martedì a Ginevra ci sarà un altro round di colloqui tra la delegazione Usa guidata da Steve Witkoff e Jared Kushner e gli iraniani capeggiati dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi, escluso quest’anno dalla conferenza di Monaco che ha definito «un circo». Gli americani arrivano ai negoziati di Ginevra con un dispositivo militare rafforzato nel Golfo e la minaccia di un intervento militare «molto duro». Fonti del Pentagono hanno detto a Reuters che l’esercito si prepara a una campagna «prolungata, di diverse settimane» se Trump dovesse scegliere la via della forza. Significa che potrebbe colpire non solo i siti nucleari, già presi di mira a giugno, ma anche strutture statali e di sicurezza iraniane.

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