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Crescono le basi tra i monti: qui la Cina costruisce il nuovo arsenale atomico

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Le immagini satellitari confermano l’accelerazione impressa da Xi al riarmo di Pechino. E ora l’America è pronta a fare altrettanto
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I nidi dove il Dragone cova le sue uova più mostruose sono nascosti nelle montagne del Sichuan, nella Cina sudoccidentale. Lì sorgevano gli impianti creati da Mao per la produzione delle prime bombe nucleari, poi ridimensionati e in parte chiusi dagli anni Ottanta nel clima di disgelo globale. Dal 2019 è cambiato tutto e alcune foto satellitari analizzate dal New York Times documentano la rinascita delle infrastrutture: rispetto alle immagini scattate dallo spazio negli scorsi anni, sono sorti edifici colossali con gomitoli di tubature all’interno di un perimetro difensivo reso ancora più blindato. Nella base di Pitong è spuntata una torre di raffreddamento alta 115 metri, le industrie in quella di Zitong sono raddoppiate ma molti dei nuovi laboratori sono stati costruiti in caverne scavate nella roccia.

Sono queste le fucine del grande balzo in avanti dell’arsenale di Pechino, che oggi conta su 600 ordigni nucleari ma sta crescendo con una rapidità mai vista nella Storia: secondo il…

I nidi dove il Dragone cova le sue uova più mostruose sono nascosti nelle montagne del Sichuan, nella Cina sudoccidentale. Lì sorgevano gli impianti creati da Mao per la produzione delle prime bombe nucleari, poi ridimensionati e in parte chiusi dagli anni Ottanta nel clima di disgelo globale. Dal 2019 è cambiato tutto e alcune foto satellitari analizzate dal New York Times documentano la rinascita delle infrastrutture: rispetto alle immagini scattate dallo spazio negli scorsi anni, sono sorti edifici colossali con gomitoli di tubature all’interno di un perimetro difensivo reso ancora più blindato. Nella base di Pitong è spuntata una torre di raffreddamento alta 115 metri, le industrie in quella di Zitong sono raddoppiate ma molti dei nuovi laboratori sono stati costruiti in caverne scavate nella roccia.

Sono queste le fucine del grande balzo in avanti dell’arsenale di Pechino, che oggi conta su 600 ordigni nucleari ma sta crescendo con una rapidità mai vista nella Storia: secondo il Pentagono, saranno mille entro il 2030 e addirittura 1.500 nel 2035. Numeri ancora lontani da quelli di Russia e Usa, che rispettivamente ne hanno oltre cinquemila, di cui poco più di un terzo operative. Ma l’innovazione tecnologica cinese nel campo dei missili intercontinentali imbarcati sui sottomarini, posizionati nei silos o trasportati sui lanciatori semoventi, oltre che delle armi ipersoniche a lungo raggio per i bombardieri, fa sì che queste testate nucleari potranno colpire gli Usa con una pioggia apocalittica. E così la Repubblica Popolare sta spezzando gli equilibri del terrore che hanno garantito la pace dall’inizio della Guerra Fredda in poi.

Per la Casa Bianca infatti questa non è più una minaccia secondaria: ora la considera una priorità assoluta. E per quanto le foto del New York Times siano state scattate da satelliti commerciali europei, da una settimana gli Stati Uniti stanno moltiplicando i segnali che indicano l’inizio di una nuova corsa agli armamenti nucleari: una sfida concentrata tutta sulla Cina. Non a caso, all’inizio del mese, dopo il mancato rinnovo del Trattato Start per limitare gli ordigni strategici a 1.550 per nazione - il pilastro dell’architettura di accordi siglati tra Mosca e Washington per frenare il conto alla rovescia verso l’Apocalisse - Donald Trump ha respinto ogni proposta avanzata da Vladimir Putin. Oggi l’America è disposta a discutere solo un negoziato che metta vincoli anche all’arsenale di Pechino. Le direttive di Xi Jinping però sono tutte indirizzate a colmare il gap atomico rispetto alle altre due potenze, in modo da ottenere il riconoscimento della parità cinese anche in questo settore, e questo porta i due presidenti in rotta di collisione.

Il duello è iniziato lo scorso ottobre con una mossa a sorpresa: l’ordine della Casa Bianca di riprendere i test nucleari dopo 34 anni «su una base uguale» rispetto a russi e cinesi. «Loro non vanno in giro a dirlo – ha dichiarato Trump - . Li fanno sottoterra, in un modo che la gente non sappia esattamente cosa sta accadendo. Senti un po’ di vibrazioni…». E ha concluso: «Loro fanno i test e noi no. La Russia fa i test, la Cina fa i test e allora li faremo anche noi».

Frasi sibilline che hanno trovato sostanza nell’accusa formalizzata lo scorso 6 febbraio dal sottosegretario di Stato Thomas DiNanno: «Posso rivelare che la Cina ha condotto test nucleari e ne sta preparando altri con una potenza distruttiva di centinaia di kiloton. L’Esercito di Liberazione Popolare ha usato il decoupling (un metodo per ridurre l’efficacia del monitoraggio sismico, ndr) per nascondere al mondo la propria attività. La Cina ne ha condotto uno il 22 giugno 2020». Il discorso pronunciato davanti al congresso Onu di Vienna, come ha sottolineato DiNanno, «segna la fine di un’era: la fine dell’autolimitazione statunitense».

Gli analisti sono convinti che l’amministrazione Trump stia già compiendo passi concreti. Non solo la preparazione di un’esplosione sotterranea sperimentale. Si ipotizza la costruzione di nuovi ordigni; il ripristino dei tubi di lancio per missili intercontinentali chiusi sui sottomarini nel rispetto del Trattato Start; la produzione di armi ipersoniche con testate tattiche, ossia di potenza limitata ma comunque micidiali. I mostri che l’umanità sperava di avere sepolto sotto le macerie del Muro di Berlino stanno tornando condizionare il nostro futuro con l’ipoteca della distruzione totale.

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