Ieri sera ho ricevuto un messaggio urgente da uno degli ospedali più importanti della zona centrale della Striscia di Gaza. Non era un aggiornamento amministrativo. Era una richiesta di aiuto.
“Purtroppo, e con grande dolore e tristezza, nonostante i ripetuti appelli a tutte le istituzioni internazionali per fornire olio e pezzi di ricambio per i generatori dell’ospedale, siamo arrivati al punto in cui questi generatori hanno smesso di funzionare e si sono guastati, a partire da quelli principali dell’ospedale Al-Aqsa. Ora si affidano a piccoli generatori. E ciò che verrà sarà peggiore di quanto possiamo immaginare”.
In un ospedale la perdita di un generatore non è un guasto tecnico. È un conto alla rovescia. Significa ventilatori che possono fermarsi. Incubatrici che si spengo…
Ieri sera ho ricevuto un messaggio urgente da uno degli ospedali più importanti della zona centrale della Striscia di Gaza. Non era un aggiornamento amministrativo. Era una richiesta di aiuto.
“Purtroppo, e con grande dolore e tristezza, nonostante i ripetuti appelli a tutte le istituzioni internazionali per fornire olio e pezzi di ricambio per i generatori dell’ospedale, siamo arrivati al punto in cui questi generatori hanno smesso di funzionare e si sono guastati, a partire da quelli principali dell’ospedale Al-Aqsa. Ora si affidano a piccoli generatori. E ciò che verrà sarà peggiore di quanto possiamo immaginare”.
In un ospedale la perdita di un generatore non è un guasto tecnico. È un conto alla rovescia. Significa ventilatori che possono fermarsi. Incubatrici che si spengono. Ossigeno che non arriva. Chirurgie che non possono iniziare. Bambini che dipendono da una macchina per continuare a respirare.
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Questo messaggio non è un’eccezione. È la fotografia esatta dello stato del sistema sanitario di Gaza oggi. Che non è semplicemente sotto pressione. È un sistema che è stato progressivamente smantellato, danneggiato e privato della sua capacità fondamentale di proteggere la vita. A gennaio 2026 solo il 44% delle strutture sanitarie risultava almeno parzialmente funzionante, mentre la maggioranza era distrutta, non operativa o incapace di fornire servizi essenziali. Interi ospedali sono stati resi inutilizzabili, attrezzature vitali distrutte, e reparti critici ridotti a spazi vuoti o improvvisati.
Questa non è una crisi temporanea. È una frattura profonda, strutturale.
La causa principale di questa distruzione non è ambigua: l’insicurezza e le operazioni militari sono responsabili del 99% dei danni agli edifici sanitari e del 98% dei danni alle attrezzature mediche. Non si tratta quindi di un sistema collassato per debolezza interna, ma di un sistema deliberatamente e progressivamente esposto a forze che ne hanno eroso le fondamenta.
Dopo il cessate il fuoco
Il cessate il fuoco ha permesso l’ingresso di alcune forniture mediche, farmaci e attrezzature. Questo ha evitato il collasso totale del sistema.
Ma non lo ha salvato. Ancora oggi la mancanza di forniture mediche, attrezzature e materiali essenziali rappresenta uno dei principali ostacoli al funzionamento delle strutture sanitarie, segnalata come barriera critica nella stragrande maggioranza delle strutture.
Le strutture funzionano spesso al limite, sostenute da scorte minime, riutilizzo di materiali, improvvisazione clinica e dedizione del personale. Il cessate il fuoco ha rallentato il deterioramento. Non ha ripristinato il sistema.
La fragilità resta estrema. E quando anche i generatori iniziano a fermarsi, come sta accadendo ora, diventa chiaro che la sopravvivenza stessa degli ospedali resta appesa a un filo.
Anche gli ospedali ancora in piedi sono, in molti casi, solo gusci di ciò che erano. Solo il 51% degli ospedali risulta almeno parzialmente funzionante, mentre la capacità critica è gravemente ridotta: oltre il 90% degli ospedali non dispone di sufficiente capacità di terapia intensiva, circa i due terzi non dispongono di incubatrici sufficienti, e la maggioranza non ha letti adeguati per emergenze, maternità o ricovero.
Decisioni quotidiane impossibili
Dietro questi numeri ci sono decisioni quotidiane impossibili: quale bambino collegare all’unico ventilatore disponibile, quale neonato non potrà essere ricoverato, quale paziente non potrà essere trasferito.
Il limite non è la competenza dei medici. È la mancanza di mezzi per salvare vite.
Il deterioramento del sistema sanitario colpisce in modo particolarmente crudele i bambini. Servizi essenziali per la sopravvivenza infantile sono oggi largamente compromessi: l’87% delle strutture non è in grado di fornire cure chirurgiche adeguate per neonati e bambini, e oltre l’80% non dispone di centri adeguati per il trattamento della malnutrizione acuta grave.
Questo significa che malattie curabili diventano potenzialmente letali. Che complicanze trattabili diventano condanne. Che la sopravvivenza di un bambino dipende sempre più dal caso, non dal diritto.
Un ospedale non è solo muri e personale. È un sistema complesso, che dipende da acqua, elettricità, igiene, comunicazioni.
A Gaza questi elementi fondamentali stanno venendo meno: oltre il 69% delle strutture non dispone di elettricità affidabile, più della metà non ha accesso adeguato all’acqua, e la maggioranza non dispone di adeguati sistemi di igiene e controllo delle infezioni.
Il messaggio ricevuto ieri sera dall’ospedale Al-Aqsa non è un evento isolato. È la conseguenza diretta di questa fragilità sistemica. Senza elettricità, un ospedale smette di essere un ospedale. Diventa un edificio pieno di persone che aspettano.
Nonostante la riduzione delle ostilità, l’insicurezza continua a rappresentare uno dei principali ostacoli al funzionamento delle strutture sanitarie. Le strutture restano vulnerabili. Il personale opera sotto minaccia costante. L’accesso alle cure resta incerto, in particolare nelle aree vicine alle linee di contatto.
Questo impedisce non solo la piena ripresa, ma anche la semplice stabilizzazione. Un sistema sanitario non può essere ricostruito mentre resta esposto al rischio continuo di distruzione.
Il peso dell’inazione internazionale
Il collasso del sistema sanitario di Gaza non è solo il risultato della guerra. È anche il risultato di ciò che non è stato fatto. Non è stato fatto abbastanza per proteggere le strutture sanitarie. Non è stato fatto abbastanza per garantire accesso continuo e sicuro alle forniture mediche. Non è stato fatto abbastanza per assicurare che i bambini, i neonati, i pazienti critici potessero ricevere cure salvavita. Il diritto alla salute, sancito dal diritto internazionale umanitario, non è un principio astratto. È una responsabilità concreta. E oggi, a Gaza, quella responsabilità resta incompiuta.
Nonostante tutto, medici, infermieri e operatori sanitari continuano a lavorare. Continuano a curare. Continuano a salvare vite quando possono. Ma non possono farlo da soli. Il sistema sanitario di Gaza oggi sopravvive, ma non è ancora in grado di proteggere pienamente la vita della popolazione che serve. Il cessate il fuoco ha aperto uno spazio. Ma senza accesso stabile alle forniture, senza protezione reale delle strutture sanitarie, e senza un impegno concreto della comunità internazionale, questo spazio rischia di richiudersi.
E quando si spegne un generatore, quando si ferma una macchina, quando manca un farmaco, non si ferma solo una tecnologia. Si ferma una possibilità di sopravvivere. E a pagarne il prezzo sono, ancora una volta, i più vulnerabili. I bambini. I neonati. I pazienti più fragili.
Loris De Filippi è un operatore umanitario attivo a Gaza