ATLANTA (GEORGIA) – In un disperato paesino del Kentucky chiamato Hazard rischio dentro un ristorante d' autostrada dove soltanto fuggiaschi e uomini politici si fermano, una donna allunga il figlio neonato verso Jackson, venerdì scorso, pochi giorni prima del voto. “Hey, Jesse, attento, gridava una voce dalla strada, quel bambino l'hanno battezzato Ronald, come Reagan”. Il reverendo sgrana gli occhi, grandi e distanti, sorride malizioso, stende le mani e intona: “In nome di Dio ti ordino, Satana, esci da questa creatura”. L' esorcismo, praticato per scherzo in un paesetto, è riuscito sul serio nel corpo politico del Sud. E da martedì notte l' America svogliata di questa elezione '88 contempla, un po' orgogliosa di sé e un po' terrorizzata, l' ascesa di una stella nera nel suo mediocre cielo politico.
L' analisi politica è semplice: in un campo di troppi cani a contendersi lo stesso ossicino democratico, Jackson era l' unico ad avere la sua porzione sicura di voti. Ma l' analisi soci…
ATLANTA (GEORGIA) – In un disperato paesino del Kentucky chiamato Hazard rischio dentro un ristorante d' autostrada dove soltanto fuggiaschi e uomini politici si fermano, una donna allunga il figlio neonato verso Jackson, venerdì scorso, pochi giorni prima del voto. “Hey, Jesse, attento, gridava una voce dalla strada, quel bambino l'hanno battezzato Ronald, come Reagan”. Il reverendo sgrana gli occhi, grandi e distanti, sorride malizioso, stende le mani e intona: “In nome di Dio ti ordino, Satana, esci da questa creatura”. L' esorcismo, praticato per scherzo in un paesetto, è riuscito sul serio nel corpo politico del Sud. E da martedì notte l' America svogliata di questa elezione '88 contempla, un po' orgogliosa di sé e un po' terrorizzata, l' ascesa di una stella nera nel suo mediocre cielo politico.
L' analisi politica è semplice: in un campo di troppi cani a contendersi lo stesso ossicino democratico, Jackson era l' unico ad avere la sua porzione sicura di voti. Ma l' analisi sociale avverte che il successo del reverendo nero fra i democratici del profondo Sud è una pagina misteriosa e importante di storia americana. Ha vinto in cinque stati, tutto il Dixieland. E' stato primo fra i democratici in Mississippi, dove soltanto 25 anni fa i neri non erano neppure ammessi dentro il partito e furono linciati per aver tentato di formarne uno proprio. Ha vinto in stati come la Georgia, dove lui stesso, solo un quarto di secolo fa, non avrebbe potuto neppure cenare nei ristoranti o dormire negli hotel. E Jackson ci è riuscito spendendo solo 200 milioni di lire in pubblicità televisiva a pagamento, contro i 4 miliardi del senatore Gore e i tre miliardi del governatore Dukakis. E avendo avuto, secondo una ricerca della rete televisiva Cbs, meno finestre nei telegiornali di tutti gli altri concorrenti. Non avevo il mezzo, ride, ma in compenso avevo il messaggio.
Qualcosa è accaduto ieri l'altro in America, e non è la vittoria del grigio George Bush. La minoranza nera, divenuta in questi anni maggioranza nelle città del Sud, ha avuto l' audacia, la temerarietà di esprimersi come blocco di voti in una competizione presidenziale attorno a uno dei suoi. E, fatto ancora più notevole, è riuscita ad agganciare a sé un 10 per cento medio del voto bianco nel Sud più razzista, abbastanza per consentire a Jackson di sfondare il guscio del partito nero, come ha detto l' ex candidato democratico Bruce Babbit. Certamente Jackson non sarà il successore di Reagan. Non sarà neppure il candidato democratico e potrà soltanto influenzare, non dominare, il processo di scelta del candidato.
I boss del partito che fu di Kennedy, e oggi è di nessuno, tremano pensando che Jackson porta il segno della polarizzazione etnica e dell'estremismo populista fra i democratici. Ma il successo del reverendo nero passato dal pulpito battista all'ippodromo presidenziale è molto più di un dato politico: è l' effetto della quieta, ma inarrestabile azione di una società libera su se stessa, come scrisse l' immancabile De Tocqueville. La conferma paradossale della grandezza e dei limiti della società americana.
Sono stato con Jackson dai primi giorni della sua strada, nel bianco assoluto, etnico e meteorologico, dello Iowa, dove i neri sono appena l'1 per cento e Jackson prese il 9 per cento dei voti e nel New Hampshire, dove solo lo 0,4 per cento degli abitanti è nero, ed egli ebbe l' 8 per cento dei voti. L'ho accompagnato attraverso il Sud fino alla votazione di martedì, viaggiando con lui in Alabama, in Georgia e nel Tennessee, sul ponte di Selma dove 25 anni or sono gli sceriffi caricarono a cavallo la marcia di Luther King per i diritti civili. E ho visto Jackson crescere, fra la riluttanza degli stessi neri, che quattro anni fa non lo votarono e ora l' hanno appoggiato con percentuali plebiscitarie nonostante i dubbi, non per la sua tonaca sacerdotale, che nell'universo nero è un semplice segno di autopromozione sociale, ma per la sua personalità. L'ho visto aprire brecce nella barriera dei bianchi, fra i nuovi poveri, gli uomini e le madri sole dimenticate dal reaganismo, che lavorano ma non guadagnano abbastanza per uscire dalla miseria.
E se adesso il risultato gli promette tempi e scrutini meno indulgenti (quante amanti ha avuto, e ha ancora? E' vero che ha fumato e annusato droga? Ha speso sul serio tre milioni di lire a Natale per regalare una linea firmata di valigie e borsette alla moglie?), il Supermartedì gli ha già dato quel che cercava: il rispetto del paese e dell'establishment. E, insieme, la paura di milioni. Prima che la macchina politica lo neutralizzi, come certamente farà togliendosi i guanti con i quali finora è stato trattato, proviamo ad ascoltare la sua voce. In una settimana di viaggio accanto a lui, fra brandelli di domande e risposte rubate alla sua agenda frenetica, nella hall dell' albergo Ritz di Atlanta, in un ospedale per malati di Aids a Houston dove era andato ad abbracciare per le telecamere i lebbrosi già cosparsi delle chiazze orribili del sarcoma di Kaposi, sulle strade di Montgomery dove cercava di indossare il mantello storico di Luther King, ho raccolto un dialogo fratturato, ma illuminante, con lui.
Gli ho chiesto del colore della sua pelle, naturalmente. “E' una grande forza”, mi ha risposto con quella sua cantilena mista di inflessioni sudiste e predicatorie, s”e l' America fosse una monarchia feudale, dovrei essere principe per diventare re, non è vero?”. E' vero. Ma questa è una democrazia e in una democrazia tutti hanno sangue nobile nelle vene. Chi nega il trono per ragioni di nascita, nega la natura stessa della democrazia. In una stazione ferroviara del New Hampshire, bloccati sotto 30 centimetri di neve fresca in febbraio, gli domandai perché mai un non-nero avrebbe dovuto votare per lui. Perché quando arrivano i tecnici del Comune a tagliarti la luce succede un miracolo: tutti, nel buio, diventano scuri di pelle. E lei ha la formula magica per riaccendere la luce economica? Jackson sorrise: "Se c' è stata una formula per farli scomparire, ce ne deve essere una per farli riapparire”.
Riprendemmo il discorso in Georgia, dopo una funzione religioso-politica sulla tomba di Martin Luther King, dove tentò ancora, invano, di avere la benedizione della vedova Coretta, che non lo ama e lo accusa, si mormora, di millantare un' amicizia inesistente col martire nero. Ascoltami: questa è la nazione più ricca della Terra, l' America si può permettere di alzare il salario minimo, di costruire case a prezzi economici, di proteggere la salute della gente dalle unghie delle assicurazioni. E chi paga? Chi ha i soldi: ci sono 400.000 persone in America che guadagnano più di 200 mila dollari l' anno e pagano il 28 per cento di imposte dirette. Possono pagare il 30 per cento senza impoverirsi. E le industrie devono essere tassate in modo da incentivare la produzione, non la ricchezza finanziaria. Lo scorso anno ci sono stati 250 miliardi di dollari di profitti industriali esenti da tasse, che hanno ingrassato i banchieri e gli avvocati.
E' vero che lei è un reverendo libertino? "La mia vita privata riguarda solo mia moglie e me”, taglia secco. La moglie non lo segue mai nella campagna. “Resta a casa, a Chicago, a difendere il forte”, dice. A 46 anni, oggi Jesse non è più il novizio di quando corse nel 1984, il tribuno delle tirate antisemite e della demagogia sfrenata, che usava come guardia del corpo i gorilla del razzista nero Farrakhan e disgustò i fratelli neri. Ma gli accenti del populismo, della dannazione evangelica contro i ricchi ancora squillano quando attacca i barracuda, come lui dice, i grandi padroni. “Non è colpa dei giapponesi e dei coreani se l'America ha perso lavoro e competitività commerciale”, spiega, ma è colpa dei barracuda che hanno esportato il lavoro americano ai nuovi schiavi per strappare qualche centesimo in più di profitto. E' già un' analisi meno stolta, se non più profonda, di quanto sia truce il protezionismo di altri candidati, ma anche nella voce di Jesse Jackson si avvertono le stesse tracce di isolazionismo, di ritirata americana che echeggiano a destra.
Quando gli chiedo di politica estera, il palcoscenico sul quale compì colpi di testa, la sua posizione è drastica: "Quarantacinque anni dopo la fine della guerra, spendiamo ancora 150 miliardi di dollari l' anno per difendere l' Europa che è ricca quanto noi”. “E' ora”, mi dice brusco, “che l' Europa paghi di più per se stessa, o rinunci a una parte della propria difesa”. Si capisce che sulla politica estera Jackson cammina a disagio e basterebbe questo, o la sua dichiarata volontà di internazionalizzare Gerusalemme in un paese dove Israele è un tabù politico, a garantire la sua non eleggibilità. Ma fu una sera ad Atlanta, 48 ore prima del voto, che finalmente Jackson mi parlò di quello che davvero gli sta a cuore: la droga. “Gli altri candidati parlano di droga come se fosse l' Afghanistan, un problema lontano lontano. Io l' ho vista, ci sono cresciuto insieme e dico che l' America sta perdendo la guerra contro la droga. Il presidente spende 300 miliardi di dollari l' anno per difenderci dall'Unione Sovietica e non si accorge che il nemico lo abbiamo già dentro casa. Un presidente, un governo, possono impedire che il fiume della droga entri nel paese, e io prometto di cercare di farlo”, lo sentii dire davanti a un liceo in Tennessee, tutto di ragazzi neri, che lo ascoltavano in silenzio, e in colpa. “Ma solo voi potete impedire che la droga scorra nelle vostre vene e su per il vostro naso”.
Fuori dal portone della scuola, nella sera già tiepida del Sud, mi parlò del dramma delle gravidanze fra le adolescenti, terribile soprattutto fra le donne nere. Nella palude di ipocrisie untuose, di frasi fatte che compongono la campagna elettorale, ascoltai le prime parole sincere. "Nel mondo della miseria, dell'umiliazione quotidiana, mi diceva Jackson, i ragazzi credono di essere uomini solo perché mettono incinta una ragazza e le donne si sentono rispettabili solo quando partoriscono un figlio. Lo so perché io sono figlio di un' adolescente che non era sposata, e lei era figlia di una ragazza sola e così, di madre in madre. Non ho mai trascorso una notte nella stessa casa con mio padre”. E' il messaggio della disperazione materiale che diventa devastazione morale. Esattamente il rovescio di quel che predica il reverendo repubblicano Pat Robertson.
Martedì sera, mentre dai venti stati del Supermartedì arrivavano i risultati, nell'albergo di Houston dove sostava quella notte, Jackson era serio, quasi scioccato dall'ampiezza del suo successo nel Sud. Non aveva molta più voce, e neppure voglia di parlare, lui dall'eloquenza facile e scorrevole. Che cosa cerca, reverendo, una poltrona di ministro, forse una candidatura alla vicepresidenza? "Cerco di portare dove posso, senza soldi, il messaggio che l' America è stanca della violenza economica del reaganismo e della violenza fisica della droga”. Solo a fine sera, quando i suoi sostenitori lo hanno travolto, Jackson ha concesso qualcosa. March on, march on, marciamo avanti. Sorrideva forse pensando all'Illinois, la prossima primaria, con la sua industria arrugginita e le migliaia di neri e di bianchi sottoproletarizzati dalla crisi, mentre gli altoparlanti suonavano l' inno della sua campagna Run, Jesse, run, “corri, Jesse, corri”. Ma correre dove, Jesse?