L’avvertimento di Vance all’Iran: “Rifiuta le linee rosse di Trump”
dalla nostra inviata Rosalba Castelletti , Gabriella ColarussoGINEVRA–ROMA - È la perfetta metafora della “diplomazia navetta”. Avviene tutto sulle due sponde opposte del lago Lemano. Per un giorno Ginevra torna a essere la capitale della diplomazia multilaterale. In mattinata ospita il secondo round di colloqui indiretti su Teheran, il pomeriggio il terzo ciclo di negoziati trilaterali su Kiev che prosegue oggi. Con gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner a incassare uno stallo sul fronte iraniano e «tensioni» su quello ucraino.
Prima tappa, la residenza omanita: una villa immersa nel verde del sobborgo Chambesy, riva Est. I giornalisti tenuti in strada, a distanza. Gli statunitensi parlano col ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi attraverso la mediazione dell’omanita Badr al-Busaidi. L’inizio è già in salita. Da Teheran, la guida suprema Ali Khamenei avverte che l’America non sarà mai in grado di «distruggere la Repubblica Islamica» e, alludendo alle port…
GINEVRA–ROMA - È la perfetta metafora della “diplomazia navetta”. Avviene tutto sulle due sponde opposte del lago Lemano. Per un giorno Ginevra torna a essere la capitale della diplomazia multilaterale. In mattinata ospita il secondo round di colloqui indiretti su Teheran, il pomeriggio il terzo ciclo di negoziati trilaterali su Kiev che prosegue oggi. Con gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner a incassare uno stallo sul fronte iraniano e «tensioni» su quello ucraino.
Prima tappa, la residenza omanita: una villa immersa nel verde del sobborgo Chambesy, riva Est. I giornalisti tenuti in strada, a distanza. Gli statunitensi parlano col ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi attraverso la mediazione dell’omanita Badr al-Busaidi. L’inizio è già in salita. Da Teheran, la guida suprema Ali Khamenei avverte che l’America non sarà mai in grado di «distruggere la Repubblica Islamica» e, alludendo alle portaerei Usa schierate nel Golfo, che «una nave da guerra è certamente un’arma pericolosa, ma l’arma in grado di affondarla lo è ancora di più».
Alle minacce militari americane, gli iraniani rispondono con esercitazioni nello stretto di Hormuz, via marittima strategica per il commercio mondiale di petrolio, che viene parzialmente chiusa per «alcune ore». Eppure, a Ginevra «si è aperta una finestra», dice Araghchi. «Abbiamo concordato su alcuni principi fondamentali e sulla base di questi redigeremo un documento». A sera, il vicepresidente Usa J.D Vance gela le timide aperture: «Per certi versi, è andata bene; hanno concordato di incontrarsi di nuovo. Ma per altri aspetti, è diventato molto chiaro che il presidente ha posto alcune linee rosse che gli iraniani non sono ancora disposti a riconoscere e ad affrontare». Un nuovo incontro potrebbe esserci tra due settimane. Il canale della diplomazia resta attivo, ma il rischio di un conflitto non è scongiurato. «Se le parti decideranno per un’intesa limitata l’accordo si può trovare, se vogliono un’intesa a tutto campo includendo per esempio i missili allora sarà guerra», commenta l’analista Ali Vaez.
La delegazione statunitense va via poco prima dell’una. Un’ora dopo raggiunge l’hotel Intercontinental, una torre di vetro di 15 piani, sulla sponda opposta del lago, non lontano dall’Ufficio dell’Onu. Ci sono anche i “consiglieri” di quattro Paesi europei: Germania, Francia, Regno Unito e Italia. Non siedono al tavolo, verranno «informati» a margine da ucraini e statunitensi. Il formato dei colloqui è triplice con gli statunitensi che siedono faccia a faccia con le delegazioni di Mosca e Kiev e poi con entrambe allo stesso tavolo. A guidare la rappresentanza ucraina c’è l’ex ministro della Difesa Rustem Umerov che non ha «eccessive aspettative», a capo di quella russa invece il consigliere presidenziale Vladimir Medinskij. Porte chiuse, ma in serata una fonte russa dietro anonimato fa sapere che le discussioni durate sei ore «sono state molto tese». Il dato positivo è che «si è concordato di riprenderle» oggi. Stando alla Tass, ci si starebbe muovendo su «almeno cinque binari»: temi «territoriali, militari, politici, economici e sicurezza». Per Kiev, dice Umerov, le priorità sono «le questioni di sicurezza e umanitarie», soprattutto all’indomani dell’ennesimo attacco russo contro 12 regioni ucraine. Ma Trump continua a fare pressioni solo su Kiev. «Farebbe meglio a sedersi al tavolo dei negoziati e in fretta». Volodymyr Zelensky non ci sta. «Affinché la pace sia reale ed equa, dobbiamo agire sull’unica fonte di questa aggressione, la Russia».