Morte di Jesse Jackson, Warnock: “Ci ha ispirati, con lui abbiamo capito che nulla è impossibile”
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK – Richiama davvero i giorni più bui della lotta per i diritti civili, quanto viviamo oggi negli Stati Uniti. Perciò dobbiamo raccogliere il testimone di Jesse Jackson e continuare la sua lotta». Fa impressione sentirlo dire da Raphael Warnock, durante una conference call con i giornalisti, perché oltre a essere il senatore nero della Georgia, lui è anche il pastore della Ebenezer Baptist Church di Atlanta, la chiesa dove predicava Martin Luther King.
Senatore Warnock, quale eredità lascia Jackson?
«Ricordo il reverendo come un’ispirazione fin dai tempi della mia infanzia. Ero un ragazzo che cresceva nelle case popolari, e ho potuto assistere a questo uomo nero candidarsi alla presidenza. Mi ha dato un assaggio di ciò che è possibile fare. E mi ha insegnato come si fa a dire: sono qualcuno. Ha sempre messo al centro la dignità umana e ci ha ricordato che il cambiamento non è inevitabile, richiede perseveranza. Bisogna essere coraggiosi, implacabili, e costruire il tipo di coa…
NEW YORK – Richiama davvero i giorni più bui della lotta per i diritti civili, quanto viviamo oggi negli Stati Uniti. Perciò dobbiamo raccogliere il testimone di Jesse Jackson e continuare la sua lotta». Fa impressione sentirlo dire da Raphael Warnock, durante una conference call con i giornalisti, perché oltre a essere il senatore nero della Georgia, lui è anche il pastore della Ebenezer Baptist Church di Atlanta, la chiesa dove predicava Martin Luther King.
Senatore Warnock, quale eredità lascia Jackson?
«Ricordo il reverendo come un’ispirazione fin dai tempi della mia infanzia. Ero un ragazzo che cresceva nelle case popolari, e ho potuto assistere a questo uomo nero candidarsi alla presidenza. Mi ha dato un assaggio di ciò che è possibile fare. E mi ha insegnato come si fa a dire: sono qualcuno. Ha sempre messo al centro la dignità umana e ci ha ricordato che il cambiamento non è inevitabile, richiede perseveranza. Bisogna essere coraggiosi, implacabili, e costruire il tipo di coalizione necessaria per far avanzare tutti noi. Oggi piangiamo la sua perdita, ma c’è un modo per garantire che la sua voce non sia mai messa a tacere: oggi più che mai è necessario come punto di riferimento per il lavoro che dobbiamo ora, mentre assistiamo al regime di Trump-Vance che sequestra le schede elettorali nella contea di Fulton, in Georgia, e mentre vediamo paramilitari non addestrati sorvegliare le nostre strade, creando terrore per intere comunità. Abbiamo bisogno dell’esempio morale di Jesse Jackson, che ci ha insegnato che siamo migliori quando ogni bambino ha una possibilità. Quindi la sua voce ora tace, ma il suo esempio è eterno e quel lavoro adesso tocca a noi».
Ricorda il suo discorso per la candidatura presidenziale alla Convention democratica del 1988?
«Ero uno studente universitario all’epoca. La sua corsa nel 1984 e nel 1988 cambiò per sempre la politica americana, perché non solo si opponeva ai segregazionisti tradizionali, ma doveva affrontare anche gli alleati del Partito democratico e aiutarli a vedere come il loro sistema discriminava elettori e candidati neri. Mentre ampliava il terreno politico, elevava i nostri occhi e la nostra immaginazione affinché potessimo vedere i risultati che si possono attenere. Per me quel discorso è lo standard di ciò che bisogna fare. In quel momento ha canalizzato la sensibilità morale, il vocabolario e il potere spirituale della Chiesa nera sulla scena nazionale, e ha creato il tipo di coalizione multirazziale che lo ha spinto avanti e ha reso possibile l’esistenza di Barack Obama e di me stesso».
Gli elettori neri non hanno mai avuto così tanta influenza nelle primarie presidenziali del Partito democratico, e oggi ci sono più senatori neri che mai. Eppure il “Voting Rights Act” è in pericolo per via della Corte Suprema che potrebbe abolirlo. Come valuta, oggi, il potere politico degli afroamericani?
«Jackson ci ha aiutati a vedere il nostro potere, e ha dovuto affrontare anche molti amici per mostrare che nel Partito democratico alcuni leader neri, abituati a negoziare il potere in un certo modo, sbagliavano. Ha ampliato la gamma di ciò che è possibile ed è questo il lavoro che dobbiamo fare. Perché mentre lui vedeva il nostro potere, anche gli avversari del progresso e della giustizia razziale lo vedevano. Ora stiamo assistendo a un attacco ai diritti di voto che richiama davvero i giorni più bui della lotta per i diritti civili. Io sono arrivato al Senato lottando per i diritti di voto, cercando di far approvare il John Lewis Voting Rights Advancement Act. Siamo stati bloccati in quell’iniziativa, ma devo al reverendo Jackson, e lo dobbiamo alla prossima generazione, far approvare quel genere di legge e garantire che il campo di gioco sia livellato, affinché nella nostra democrazia ogni voce sia ascoltata».
Che ricordi personali ha di Jesse Jackson?
«Ho avuto molte interazioni con lui, dal condividere il pranzo di Pasqua all’invito a predicare dal pulpito della Ebenezer, ad Atlanta. Lo invitai nel mio primo anno come pastore della chiesa, e fu durante quella visita che iniziò a parlarmi della situazione a New Orleans, dove c’erano persone che a causa dell’uragano Katrina erano state evacuate proprio ad Atlanta. Poiché lo stato della Louisiana richiedeva agli elettori di votare di persona, la preoccupazione era che molti di quei cittadini sarebbero stati privati dei loro diritti. Così all’inizio del mio ministero a Ebenezer ho creato la “Freedom Caravan”. La nostra chiesa ha letteralmente portato autobus pieni di evacuati di Katrina a New Orleans, affinché non venissero privati del diritto di voto nella loro stessa città. È stato Jesse Jackson a suscitare in me questa preoccupazione. Me lo ha fatto notare e mi ha messo sulla strada di quel lavoro che ancora oggi continuo a fare per proteggere il diritto al voto».