Asafov: “Il Donbass non è sufficiente, per la pace è necessario riscrivere le alleanze di Kiev”
dalla nostra inviata Rosalba CastellettiGINEVRA – Al politologo russo Aleksandr Asafov non stupisce che la seconda giornata ginevrina del terzo round di colloqui trilaterali per la pace in Ucraina si sia chiusa dopo due ore. «L’agenda costruttiva è stata esaurita. Restano da affrontare soltanto le questioni sulle quali è impossibile progredire in questo formato. O che meritano discussioni approfondite», dice a Repubblica in videocollegamento da Mosca. Membro della Camera civica della Federazione russa, 48 anni, Asafov è professore presso l’Università statale di Mosca Lomonov e membro dell’Associazione russa dei consulenti politici, nonché commentatore molto richiesto da stampa e tv di Stato. «Il nodo, sia chiaro — aggiunge — non sono soltanto i territori, ma il futuro status dell’Ucraina».
Si è parlato di colloqui “tesi” e “difficili”, ma non sono trapelati molti dettagli.
«È positivo. Quanto più c’è riserbo, tanto più si fanno progressi. Ma per l’Ucraina è sempre tutto negativo indipendentemente dalla piattaforma, …
GINEVRA – Al politologo russo Aleksandr Asafov non stupisce che la seconda giornata ginevrina del terzo round di colloqui trilaterali per la pace in Ucraina si sia chiusa dopo due ore. «L’agenda costruttiva è stata esaurita. Restano da affrontare soltanto le questioni sulle quali è impossibile progredire in questo formato. O che meritano discussioni approfondite», dice a Repubblica in videocollegamento da Mosca. Membro della Camera civica della Federazione russa, 48 anni, Asafov è professore presso l’Università statale di Mosca Lomonov e membro dell’Associazione russa dei consulenti politici, nonché commentatore molto richiesto da stampa e tv di Stato. «Il nodo, sia chiaro — aggiunge — non sono soltanto i territori, ma il futuro status dell’Ucraina».
Si è parlato di colloqui “tesi” e “difficili”, ma non sono trapelati molti dettagli.
«È positivo. Quanto più c’è riserbo, tanto più si fanno progressi. Ma per l’Ucraina è sempre tutto negativo indipendentemente dalla piattaforma, che sia Istanbul, Miami o Ginevra. Ma a prescindere dal formato dei colloqui, vediamo tre costanti. La prima: le trattative proseguono nonostante i nodi più controversi, come i territori e la demilitarizzazione ucraina. La seconda: gli inviati del presidente statunitense Donald Trump continuano a dare slancio. Terzo: la posizione russa resta immutata».
Gli ucraini attribuiscono la difficoltà dei negoziati ginevrini al ritorno come capo-negoziatore di Vladimir Medinskij.
«Dopo Istanbul, i negoziati sono proseguiti su cinque binari diversi: temi territoriali, militari, politici, economici e legati alla sicurezza. Erano stati fatti passi avanti in alcuni di questi ambiti e ci voleva qualcuno che portasse a termine il lavoro. I militari che erano stati coinvolti ad Abu Dhabi avevano finito la loro parte. E credo anche che, a dispetto di quel che si creda, fossero più rigidi sulla questione territoriale».
A proposito di territori, è solo questo a interessare a Mosca? Il ritiro ucraino dal Donbass?
«La questione territoriale è importante, ma non è la chiave del successo dei negoziati. Esiste un elenco di richieste russe a cui talvolta si fa riferimento parlando di “preoccupazioni diplomatiche” che comprendono la non adesione ucraina alla Nato, l’assenza assoluta di truppe straniere o di armi di distruzione di massa sul territorio ucraino, nessuna ideologia nazista all’interno del governo ucraino e lo stop a ogni genere di pressione sulla lingua russa e sulla Chiesa russa ortodossa in Ucraina. Sono queste le priorità per la parte russa. Perché, sì, la questione territoriale è importante, ma l’obiettivo sarà raggiunto o militarmente o diplomaticamente. Un altro tema fondamentale, che finalmente sta diventando chiara anche agli americani a giudicare dalle ultime indiscrezioni, riguarda la legittimità di chi dovrà firmare un eventuale accordo di pace».
Giorni fa il viceministro degli Esteri Mikhail Galuzin ha rilanciato la proposta di “una governance esterna sotto l’egida dell’Onu”. È questo che vuole Mosca?
«Avrebbe sicuramente più legittimità del Consiglio di Pace. Va ricordato che il prossimo novembre Trump dovrà affrontare le elezioni di mid-term e le potrebbe perdere. Perciò ha smania di presentare agli elettori qualche successo, come una pace in Ucraina. Suggerisce di usare il Consiglio di pace che ha istituito per la ricostruzione della Striscia di Gaza anche in uno scenario post-bellico ucraino. Ma per la Russia è chiaro che questo Consiglio non ha alcun potere reale, ma è soltanto uno strumento di autopromozione di Trump. Perciò punta a coinvolgere l’Onu».
Quali sono le linee rosse per Mosca? E in quali aree è disposta a un compromesso?
«Le linee rosse sono quelle “preoccupazioni diplomatiche” di cui ho parlato e riguardano lo status dell’Ucraina. Purtroppo sono anche quelle su cui è difficile raggiungere un’intesa con l’Ucraina. Bisogna dire che Volodymyr Zelensky inventa sempre nuovi stratagemmi per respingere le nostre richieste, come la necessità di una tregua prima di indire elezioni. Punta così a consolidarsi al potere. Crede che, rinnovato il consenso degli ucraini e ottenuto il denaro europeo, potrà tirarla ancora per le lunghe fino alla scadenza del mandato di Trump. Ma il suo problema è che Trump lo incalza in vista di mid-term».
Quindi, quando si arriverà alla pace?
«Vorremmo tutti che il conflitto finisse il prima possibile. Molti citano maggio come la scadenza intimata da Trump. Ma vorrei ricordare quanto disse un anno fa il segretario di Stato Marco Rubio: “Ci aspetta un lavoro complesso”. E io sono d‘accordo. E credo che, anche dopo i negoziati di Ginevra, tante questioni siano rimaste irrisolte e che sarà difficile venirne a capo».