NEW YORK – È arrivato poco prima di mezzogiorno alla Corte Superiore di Los Angeles, atteso da una folla di giornalisti e da un momento storico: il volto di un’epoca digitale, Mark Zuckerberg, fondatore di Meta, a cui fanno capo Facebook, Instagram e WhatsApp, ha deposto per la prima volta davanti a una corte, sotto giuramento, sulla sicurezza delle sue piattaforme usate da miliardi di persone. A portare uno degli uomini più ricchi del pianeta in tribunale è stata una ragazza californiana di vent’anni, Kaley, finita nel gorgo della dipendenza dai social. A sei anni utilizzava YouTube, a 11 Instagram, poi TikTok e Snapchat. Negli Stati Uniti circa quattro milioni sotto i 13 anni hanno usato Instagram nel 2025, nonostante la piattaforma indichi “termini e condizioni” secondo cui solo chi ha più di 13 anni può avere un account.
Zuckerberg si è scusato per il fallimento del “filtro”, ma anche difeso, sostenendo che «molte persone mentono sulla propria età». L’avvocato Mark Lanier, che ra…
NEW YORK – È arrivato poco prima di mezzogiorno alla Corte Superiore di Los Angeles, atteso da una folla di giornalisti e da un momento storico: il volto di un’epoca digitale, Mark Zuckerberg, fondatore di Meta, a cui fanno capo Facebook, Instagram e WhatsApp, ha deposto per la prima volta davanti a una corte, sotto giuramento, sulla sicurezza delle sue piattaforme usate da miliardi di persone. A portare uno degli uomini più ricchi del pianeta in tribunale è stata una ragazza californiana di vent’anni, Kaley, finita nel gorgo della dipendenza dai social. A sei anni utilizzava YouTube, a 11 Instagram, poi TikTok e Snapchat. Negli Stati Uniti circa quattro milioni sotto i 13 anni hanno usato Instagram nel 2025, nonostante la piattaforma indichi “termini e condizioni” secondo cui solo chi ha più di 13 anni può avere un account.
Zuckerberg si è scusato per il fallimento del “filtro”, ma anche difeso, sostenendo che «molte persone mentono sulla propria età». L’avvocato Mark Lanier, che rappresenta la ragazza, gli ha risposto: «Lei si aspetta che un bambino di nove anni legga termini e condizioni?». «Ci siamo evoluti nel tempo per poter avere più controllo», ha risposto il miliardario. Due anni fa, in audizione davanti al Congresso, si era scusato con i genitori di adolescenti morti suicidi a causa della dipendenza dai social e garantito di non aver ordinato di progettare le app per massimizzare i profitti legandoli al tempo trascorso dagli utenti. Lanier gli ha mostrato email del 2014 e 2015 in cui Zuckerberg indicava allo staff come aumentare il tempo passato sulle app. E una del 2017 in cui definiva gli adolescenti la «priorità massima» per la compagnia. Uno studio interno del 2018, invece, indicava i bambini tra i 9 e i 12 anni come “quelli che hanno più probabilità di legarsi a lungo” ai social. Il fondatore di Meta ha risposto che adesso «l’approccio è cambiato» e respinto l’ipotesi di aver mentito al Congresso. La posta in gioco, stavolta, è più alta, perché c’è un tribunale di mezzo: i dodici giurati dovranno stabilire entro la fine di marzo se YouTube, di Google, e Instagram siano in parte responsabile dei problemi di salute mentale vissuti da Kaley. Il processo deve stabilire se Google e Meta hanno volutamente progettato le loro piattaforme per favorire un uso irrazionale da parte dei giovani, a scapito della salute mentale.
La settimana scorsa Anna Lembke, psichiatra, aveva spiegato come i social rappresentassero la «droga d’ingresso» per i giovani, programmando la loro corteccia prefrontale ancora immatura verso comportamenti di dipendenza. Questo caso viene considerato pilota per capire come comportarsi con migliaia di denunce presentate da giovani rimasti schiavi dei social. Zuckerberg ha ammesso l’esistenza al mondo di «persone vulnerabili». «Ci sono tre modi per trattare le persone vulnerabili - lo ha incalzato l’avvocato - aiutarle, ignorarle oppure sfruttarle e usarle per i propri fini». «Penso - ha ribattuto freddamente Zuckerberg - che un’azienda ragionevole dovrebbe cercare di aiutare le persone».
Al centro dello scontro legale ci sono app, algoritmi e funzioni di personalizzazione, visto che la legge americana esonera quasi completamente le piattaforme dai contenuti dei video postati. L’11 febbraio il Ceo di Instagram, Adam Mosseri, aveva negato in aula l’esistenza di una dipendenza dai social, preferendo parlare di «uso problematico», il termine usato nella strategia difensiva di Meta. Ma il lato oscuro sembra molto più ampio. La piattaforma è coinvolta in un altro processo, in New Mexico, dove la procura federale ha accusato Meta di privilegiare il profitto a scapito della protezione dei minori dai pedofili.