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Dodici ore di lavoro, l’Argentina in sciopero: la riforma di Milei passa tra feriti e arresti

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La riforma del lavoro passa con 135 voti favorevoli dopo oltre dieci ore di dibattito. Fuori dal Congresso migliaia di persone protestano, la polizia carica: decine di feriti e arresti. Sciopero generale, trasporti e voli cancellati, ospedali in servizi minimi. Ora la partita si sposta al Senato, ma i sindacati minacciano una mobilitazione permanente
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BUENOS AIRES – La Camera dei Deputati, con 135 voti favorevoli e 115 contrari, ha approvato la controversa riforma del lavoro promossa dal presidente ultraliberista argentino Javier Milei. Il risultato - festeggiato con grande entusiasmo dal governo - è arrivato dopo la mezzanotte di ieri, al seguito di una discussione andata avanti per oltre 10 ore nella Camera dei Deputati. La riforma ha generato grosse critiche nel Paese e, mentre i deputati votavano, di fronte al Congresso sono state migliaia le persone che si sono radunate per protestare. Una manifestazione repressa dalla polizia e finita con oltre 70 cittadini feriti e almeno una decina arrestati. Ora al governo di Milei manca solo un ultimo passaggio per l’approvazione definitiva della riforma: l’approvazione del Senato, che deve approvare nuovamente il testo dopo le ultime modifiche. Un passaggio che sembra essere solo una formalità, ma i sindacati argentini – dopo aver portato avanti uno sciopero nazionale di 24 ore che ieri …

BUENOS AIRES – La Camera dei Deputati, con 135 voti favorevoli e 115 contrari, ha approvato la controversa riforma del lavoro promossa dal presidente ultraliberista argentino Javier Milei. Il risultato - festeggiato con grande entusiasmo dal governo - è arrivato dopo la mezzanotte di ieri, al seguito di una discussione andata avanti per oltre 10 ore nella Camera dei Deputati. La riforma ha generato grosse critiche nel Paese e, mentre i deputati votavano, di fronte al Congresso sono state migliaia le persone che si sono radunate per protestare. Una manifestazione repressa dalla polizia e finita con oltre 70 cittadini feriti e almeno una decina arrestati. Ora al governo di Milei manca solo un ultimo passaggio per l’approvazione definitiva della riforma: l’approvazione del Senato, che deve approvare nuovamente il testo dopo le ultime modifiche. Un passaggio che sembra essere solo una formalità, ma i sindacati argentini – dopo aver portato avanti uno sciopero nazionale di 24 ore che ieri ha paralizzato il Paese – minacciano di continuare a scioperare. Il presidente Milei ha seguito la votazione da Washington, dove si trovava per assistere all’inaugurazione del Bord of Peace voluto da Trump.

In piazza ieri tra chi protestava, mentre i deputati discutevano la nuova normativa, c’era chi alzava un cartello con scritto “Non è una riforma, non è progresso: è precarizzazione” e chi invece indossava una maschera con la caricatura di Milei. A partecipare alla manifestazione, sono stati gruppi eterogenei di lavoratori: insegnanti, infermieri, dottori, camionisti o operai metallurgici. Tutti hanno espresso grande preoccupazione per una riforma che, secondo chi la critica, rappresenta un pericoloso retrocesso nei diritti dei lavoratori. Con la riforma, la giornata lavorativa diventa di 12 ore, i licenziamenti sono molto più facili (e meno costosi) per i datori di lavoro e il pagamento degli straordinari diventa opzionale per le imprese. Il governo sostiene che la riforma sia necessaria per cambiare una normativa ormai “obsoleta” e che le modifiche serviranno per eliminare il lavoro in nero e l’economia informale, che attualmente tocca la cifra record del 43%.

(reuters)

Mentre i deputati votavano la riforma, in piazza c’era Micaela – insegnante di 55 anni – che ha detto: “Lavoro da più di 30 anni e ho sempre lottato per i diritti dei lavoratori. Ho fatto scioperi, proteste, occupazioni. I diritti, noi lavoratori argentini ce li siamo guadagnati con anni di lotte, non posso credere che questo governo ce li voglia portare via quasi tutti”. Poco distante dalla donna c’era Juan Pablo, che teneva tra le mani un grosso ombrello nero su cui aveva scritto – in rosso – “No alla riforma del lavoro”. L’uomo, di 60 anni, ha dichiarato: “Lo scorso anno ho perso il mio lavoro e alla mia età è impossibile essere assunti di nuovo, non mi è rimasto altro che diventare autista con Uber. Ma io con quell’azienda non ho nessun diritto, non ho uno stipendio fisso né un turno lavorativo, quanto guadagno dipende da quanto lavoro. Sono condizioni assolutamente precarie e con questa riforma, la realtà per tanti lavoratori argentini sarà molto simile a quella che sto vivendo io ora”.

Ma non solo proteste: i sindacati argentini per il giorno della votazione – giovedì 19 febbraio – hanno organizzato uno sciopero nazionale, riuscendo a paralizzare effettivamente buona parte del Paese e la capitale Buenos Aires. Le metropolitane sono rimaste chiuse fino alla mezzanotte di giovedì in tutta la città di Buenos Aires, così come le stazioni dei treni. Sono stati sospesi anche i voli su tutto il territorio nazionale (ben 400 sono stati cancellati nella giornata di ieri) e le fermate dei bus erano deserte. Sono rimasti chiusi anche gli sportelli dell’amministrazione pubblica e quelli delle banche, non ha funzionato la raccolta della spazzatura e nemmeno la consegna della posta.

Sulle porte d’ingresso e sui cancelli degli ospedali pubblici della capitale, sono stati appesi cartelloni in cui il personale dichiarava di aderire allo sciopero: medici e infermieri hanno eseguito solo le operazioni e attività strettamente necessarie per salvare la vita dei pazienti. Lo sciopero, il quarto organizzato dai sindacati dall’inizio del mandato di Milei, è riuscito – secondo la CGT, uno dei più grandi sindacati del Paese – a paralizzare il 90% delle attività lavorative durante la giornata di giovedì, con la perdita di 489 milioni di dollari, equivalenti al 20% della produzione giornaliera del Paese. Un successo che ha infastidito il governo di Milei, sentimento espresso dal capo del Gabinetto Manuel Adorni che ha criticato lo sciopero dicendo che “l’unico che si ottiene è complicare la vita dei lavoratori, di chi vuole andare a lavorare ma non può farlo per la mancanza di trasporti”.

E, mentre il voto dei deputati è iniziato alle 14, la giornata per chi ha protestato e per i sindacati è iniziata molto prima. Dalle 10 a Plaza de Mayo, la piazza che si trova davanti alla Casa Rosada (il palazzo governativo argentino) sono iniziati ad arrivare i primi gruppi per affiggere i cartelli contro la riforma. Mentre i rappresentanti di alcuni tra i principali sindacati argentini, alle 11 hanno tenuto una conferenza stampa nella storica sede delle Madres de Plaza de Mayo, le madri che dai tempi della dittatura militare di Videla fanno le ronde in piazza per richiedere giustizia per i propri figli desaparecidos. Le Madri da sempre lottano al fianco dei lavoratori e, anche questa volta, sono scese in piazza con loro. Un sostegno che si nota ovunque nella storica sede: dalla parete in cui sono stati orgogliosamente appesi caschetti e tute da lavoro degli operai delle principali fabbriche argentine, fino alle foto delle madri che marciano a braccetto con gli operai. Dalla sala conferenza, il messaggio dei sindacalisti è stato chiaro: “Il rifiuto dei lavoratori argentini per questa riforma è totale. Il governo e i deputati devono capire che se verrà approvata, noi siamo pronti a dichiarare uno sciopero permanente a livello nazionale”.

La votazione nella Camera dei Deputati alla riforma è arrivata proprio il giorno dopo un evento che ha fatto molto discutere in Argentina e che racconta bene le condizioni che le imprese e gli operai stanno vivendo durante il governo di Milei: quello del licenziamento in massa degli operai della Fate, storica fabbrica di pneumatici argentini, che hanno scoperto di aver perso il lavoro con un cartello affisso al cancello della fabbrica. Sono stati oltre 900 gli operai licenziati e i dirigenti della fabbrica (nata nel 1940 e sopravvissuta alle numerose crisi economiche del Paese) in un comunicato stampa hanno spiegato che la decisione si deve ai “cambiamenti nelle condizioni di mercato”, alludendo alle politiche di libero mercato portate avanti dal governo di Milei e che hanno gettato nella crisi molte imprese nazionali, che non possono molto spesso competere con i prezzi proposti dalle imprese straniere che ora possono importare i propri prodotti in Argentina.

Ma quello di Fate non è certamente un caso isolato. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato da Fundar, uno dei più riconosciuti centri di studio argentini, dall’inizio del mandato di Milei hanno chiuso quasi 22.000 fabbriche: un ritmo raggiunto solamente durante la pandemia da Covid-19. Un dato impressionante, soprattutto se si pensa al consenso internazionale che le politiche portate avanti da Javier Milei hanno scatenato, come per esempio quello di Julie Kozack, portavoce del Fondo Monetario Internazionale (FMI) che in una conferenza stampa organizzata mentre i deputati argentini votavano, ha sostenuto la riforma e le politiche economiche di Milei. Secondo Fundar, dall’inizio di questo governo, a chiudere è stato ben il 4,3% delle imprese totali presenti in Argentina e solo nell’ultimo mese lo hanno fatto in 892. Dall’inizio del mandato fino ad oggi, in due anni sono state 290 mila le persone che hanno perso il proprio lavoro.

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