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Iran, Trump studia l’attacco: “Khamenei tra gli obiettivi”

(reuters)

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Dopo la sconfitta sui dazi, raid più vicini: “Il presidente si deve rilanciare”. Ma il Gop frena in vista di midterm. I pasdaran pronti a diluire l’uranio
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NEW YORK – La macchina militare americana prosegue i preparativi per l’attacco all’Iran, diventato più probabile secondo alcuni dopo la sentenza della Corte Suprema sui dazi. Nello stesso tempo però Teheran e Washington discutono un compromesso che potrebbe risolvere la crisi senza guerra, lasciando agli ayatollah la via d’uscita di conservare il diritto ad un arricchimento «simbolico» dell’uranio, non sufficiente a costruire armi.

Il Pentagono continua lo spiegamento per colpire, come confermano le foto satellitari pubblicate dal New York Times che mostrano la presenza di almeno 60 caccia americani nella base giordana Muwaffaq Salti. La portaerei Ford si avvicina al Golfo Persico e secondo il sito Axios i militari hanno consegnato al presidente Trump la lista dei possibili obiettivi, che includono l’ipotesi di eliminare la guida suprema del Paese Ali Khamenei. Il capo della Casa Bianca non ha ancora deciso di attaccare, ma a questo punto potrebbe farlo in qualsiasi momento. Lui stess…

NEW YORK – La macchina militare americana prosegue i preparativi per l’attacco all’Iran, diventato più probabile secondo alcuni dopo la sentenza della Corte Suprema sui dazi. Nello stesso tempo però Teheran e Washington discutono un compromesso che potrebbe risolvere la crisi senza guerra, lasciando agli ayatollah la via d’uscita di conservare il diritto ad un arricchimento «simbolico» dell’uranio, non sufficiente a costruire armi.

Il Pentagono continua lo spiegamento per colpire, come confermano le foto satellitari pubblicate dal New York Times che mostrano la presenza di almeno 60 caccia americani nella base giordana Muwaffaq Salti. La portaerei Ford si avvicina al Golfo Persico e secondo il sito Axios i militari hanno consegnato al presidente Trump la lista dei possibili obiettivi, che includono l’ipotesi di eliminare la guida suprema del Paese Ali Khamenei. Il capo della Casa Bianca non ha ancora deciso di attaccare, ma a questo punto potrebbe farlo in qualsiasi momento. Lui stesso ha ammesso di considerare un’operazione preventiva limitata, da lanciare allo scopo di convincere gli ayatollah a superare le ultime resistenze e accettare le richieste americane per un accordo. Wilbur Ross, amico di Trump e segretario al Commercio durante il primo mandato, ha avvertito che la sentenza della Corte Suprema contro i dazi ha avvicinato la guerra, perché il presidente «non può incassare insieme questa sconfitta e indietreggiare sull’Iran. Sarebbe un segnale eccessivo di debolezza».

Sul piano teorico è probabile che abbia ragione, ma su quello pratico non mancano i repubblicani che in privato consigliano prudenza al capo della Casa Bianca, incluso il suo ex consigliere Steve Bannon. Il loro timore è che non ci sono garanzie di poter contenere gli effetti di un attacco contro la Repubblica islamica, che peraltro secondo le indiscrezioni trapelate finora non avrebbe il carattere di un raid isolato come quello lanciato a giugno, ma sarebbe un impegno prolungato, anche per indebolire il regime fino al punto di favore la sua caduta, sotto la spinta delle nuove proteste. Se le cose non andassero come in estate o come in Venezuela, il Gop correrebbe il rischio di presentarsi alle elezioni midterm con una nuova guerra in corso in Medio Oriente, ordinata proprio dal presidente che era stato eletto anche grazie alla promessa di mettere fine a simili interventi.

Questa fazione punta sulla soluzione diplomatica, incoraggiata dai colloqui in corso. Secondo il Guardian la proposta che sta scrivendo il ministro degli Esteri iraniano Araghchi prevede di mantenere i circa 300 chili di scorte di uranio arricchito, diluendolo però dal 60% al 20%, sotto la supervisione dell’Aiea. Teheran così potrebbe sostenere di aver conservato il diritto di proseguire il suo programma nucleare, anche se le turbine sono ferme dopo essere state colpite nell’attacco di giugno, mentre Washington potrebbe dire di averlo neutralizzato perché questa soglia simbolica non consentirebbe di costruire bombe.

Israele forse non sarebbe felice di questo compromesso, ma la chiave è se Trump sia disposto ad accettarlo. Gli Usa hanno chiesto all’Iran di limitare anche il programma missilistico e delle armi convenzionali, e vogliono la fine delle azioni destabilizzanti di gruppi alleati come Hezbollah. Senza concessioni su questi fronti, il presidente potrebbe comunque decidere di attaccare.

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