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Nella Lione dell’omicidio Deranque: da capitale della Resistenza a roccaforte dell’estrema destra

(afp)
Reportage da una città politicamente divisa, al centro dei riflettori dopo la morte dell’attivista nazionalista
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LIONE - Il muro scrostato al numero 20 di Rue Victor Lagrange, a meno di 200 metri dalla Facoltà di Scienze politiche nel 7° arrondissement di Lione, quello sotto il quale lo scorso 12 febbraio è stato pestato a morte il militante di estrema destra Quentin Deranque, da una settimana è territorio conteso. Più volte al giorno i militanti di Allobroges Bourgoin, il gruppo neofascista che lo studente di matematica ucciso aveva contribuito a fondare lo scorso maggio, piazzano i loro manifesti con il volto del “camarade” sul blu bianco e rosso del tricolore francese con sotto la scritta: “Assassinato dalle milizie di Mélenchon”. E più volte al giorno militanti antifa li fanno sparire.

Il muro "conteso" (foto di Anna Lombardi) 

Un braccio di ferro invisibile, che però racconta bene la tensione sotterranea che si respira nella città un tempo considerata “capitale della Resistenza”, come la definì il…

LIONE - Il muro scrostato al numero 20 di Rue Victor Lagrange, a meno di 200 metri dalla Facoltà di Scienze politiche nel 7° arrondissement di Lione, quello sotto il quale lo scorso 12 febbraio è stato pestato a morte il militante di estrema destra Quentin Deranque, da una settimana è territorio conteso. Più volte al giorno i militanti di Allobroges Bourgoin, il gruppo neofascista che lo studente di matematica ucciso aveva contribuito a fondare lo scorso maggio, piazzano i loro manifesti con il volto del “camarade” sul blu bianco e rosso del tricolore francese con sotto la scritta: “Assassinato dalle milizie di Mélenchon”. E più volte al giorno militanti antifa li fanno sparire.

Il muro "conteso" (foto di Anna Lombardi) 

Un braccio di ferro invisibile, che però racconta bene la tensione sotterranea che si respira nella città un tempo considerata “capitale della Resistenza”, come la definì il generale de Gaulle, riferendosi alle azioni partigiane contro la Gestapo, che qui, nel maggio 1944, stabilì una sua base articolata e importante. Ma già allora epicentro di contraddizioni: perché fu anche uno dei principali presidi di collaborazionismo con i nazisti. Politicamente amministrata dalla sinistra anche oggi (il sindaco Gregory Doucet è un ecologista), è terreno della destra più estrema fin dalla fine degli anni 80.

All’epoca proprio qui si tenne uno dei più cruciali processi a un criminale nazista, l’ex capo della Gestapo locale Klaus Barbie, i cui metodi d’interrogatorio erano così violenti da essere passato alla Storia come il “Macellaio di Lione”. Giudicato 40 anni dopo – era il 1987 - per crimini contro l’umanità, fu condannato all’ergastolo in un processo che fece giurisprudenza e qui è rimasto impresso nell’immaginario di molti (morì di tumore in cella nel 1991 a 77 anni).

Capitale dei “fachos”

Proprio in quegli stessi anni, però, Lione comincia a trasformarsi in quella che oggi molti chiamano capitale dei “fachos”, i fascisti. All’Università Lyon 3 approdano infatti una serie di professori revisionisti e negazionisti - come l’italianista Jacques Godet e l’esperto di Giappone Bruno Gollnisch, poi esponente di Rassemblement National – che fanno del Dipartimento di linguistica un baluardo di teorie razziste e suprematiste, che esercitano un importante fascino su numerosi studenti. Gli scontri violenti fra fazioni iniziano all’epoca: e arrivano fino ai giorni nostri. Un percorso abilmente ricostruito dal giornalista e scrittore Romain Jeanticou in un libro intitolato Terres de luttes pubblicato nel 2023: dove si analizza, appunto, come la città sia diventata roccaforte dell'estrema destra e culla di movimenti come la Jeunesse Nationaliste e pure l’Oeuvre française di Yvan Benedetti strettamente legata al Fronte Nazionale. E allo stesso tempo "laboratorio d’antifascismo".

I raid nell’era post-Covid

È insomma da almeno mezzo secolo che la città è politicamente divisa. Ed è tornata ad esserlo ancor più durante il Covid, quando le restrizioni riaccesero gli animi destrorsi più estremi che cominciarono a manifestare violentemente contro maschere e vaccini. Da allora, gli scontri tra attivisti di estrema destra e antifascisti sono all’ordine del giorno e finiscono quasi sempre allo stesso modo: con una persona a terra. Così frequenti da aver spinto le autorità – accusate dagli attivisti locali di sottovalutare il fenomeno –a sciogliere negli ultimi anni diversi gruppi: la “Gale, Gruppo antifascista di Lione e dintorni” nel 2022. E nel 2024 il movimento neofascista Lyon Populaire.

«Finora i raid su larga scala sono stati principalmente prerogativa dell’estrema destra», nota lo storico Nicolas Lebourg: «Se diamo uno sguardo cupo alle morti causate da attacchi dal 1986 a oggi gli antifascisti hanno ucciso 6 persone, la destra 59. E il fenomeno sta riemergendo. C’è tutta una nuova area di attivismo violento, che coinvolge la destra, la sinistra e persino gli ambientalisti più radicali». Il giornalista Romain Jeanticou concorda: «Il livello di intensità della violenza politica a Lione è unico. Solo a Lione troviamo almeno 50 declinazioni di estrema destra: cattolici fondamentalisti, identitari, nazionalisti. Sembrerebbero persone che hanno poco in comune, se non l'odio per gli altri», spiega: «Ma quelle attitudini hanno iniziato a coincidere».

Chi era Quentin Deranque

Questo è certo vero per Quentin Deranque, che non solo apparteneva a un gruppo di estrema destra ma si era convertito al cattolicesimo intransigente, secondo quanto raccontato dai suoi stessi amici a Le Figaro: «Era cattolico per ragioni di identità: patriottismo e amore di Dio erano intrecciati per lui». Infatti partecipava regolarmente agli eventi di Academia Christiana, organizzazione integralista, che rifiuta la relegazione della vita cristiana alla sola sfera privata. Non a caso i suoi amici, quelli che non potranno partecipare ai funerali che si terranno domani in forma strettamente privata per volontà della famiglia, ieri hanno affollato la messa in latino celebrata in suo onore nella chiesa tradizionalista di Saint-Georges da lui frequentata. Alla 11 del mattino era stracolma di giovani con i capelli rasati e la giacca della festa da cui emergevano ugualmente i tatuaggi neo-nazi. Inginocchiati a terra recitavano le loro preghiere secondo il rito tradizionalista del Vetus Ordu – caratterizzata appunto del latino, dal canto gregoriano e dall'orientamento verso est non solo dei fedeli ma pure del sacerdote all’altare: “Ave Maria, gratia plena. Dominus tecum. Benedicta tu in mulieribus...”.

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