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Ucraina, i 4 anni della guerra più lunga di Putin: tutte le tappe del conflitto

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Il 24 febbraio 2022 le truppe russe attraversano il confine e puntano su Kiev. Lo Zar contava di occupare il Paese in una settimana. Le cose sono andate diversamente
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LONDRA – È la guerra più lunga di Vladimir Putin. Per la Russia, da pochi giorni è diventata più lunga anche della Seconda guerra mondiale: iniziata per Mosca solo nel 1941, quando uno Stalin incredulo fu avvertito dai suoi generali che Hitler aveva invaso il suo Paese e che l’alleanza tra comunismo e nazismo, sancita dal patto Molotov-Ribbentrop, era dunque andata in frantumi.

24 febbraio 2026: la guerra in Ucraina compie quattro anni. In realtà ne ha molti di più, essendo iniziata nel 2014 con la prima invasione russa, quella che si impossessò di una parte del Donbass e della Crimea. Ma da allora, per quasi un decennio, il conflitto era rimasto a bassa intensità, lungo un fronte pressoché inamovibile: travolto dal massiccio intervento russo del febbraio 2022, quando Putin pensava di conquistare tutta l’Ucraina “in una settimana”. Le cose sono andate diversamente.

Quattro anni più tardi, tra Mosca e Kiev sono in corso trattative per un cessate il fuoco, con la mediazione america…

LONDRA – È la guerra più lunga di Vladimir Putin. Per la Russia, da pochi giorni è diventata più lunga anche della Seconda guerra mondiale: iniziata per Mosca solo nel 1941, quando uno Stalin incredulo fu avvertito dai suoi generali che Hitler aveva invaso il suo Paese e che l’alleanza tra comunismo e nazismo, sancita dal patto Molotov-Ribbentrop, era dunque andata in frantumi.

24 febbraio 2026: la guerra in Ucraina compie quattro anni. In realtà ne ha molti di più, essendo iniziata nel 2014 con la prima invasione russa, quella che si impossessò di una parte del Donbass e della Crimea. Ma da allora, per quasi un decennio, il conflitto era rimasto a bassa intensità, lungo un fronte pressoché inamovibile: travolto dal massiccio intervento russo del febbraio 2022, quando Putin pensava di conquistare tutta l’Ucraina “in una settimana”. Le cose sono andate diversamente.

Quattro anni più tardi, tra Mosca e Kiev sono in corso trattative per un cessate il fuoco, con la mediazione americana. Intanto, però, combattimenti e bombardamenti proseguono. La Russia occupa attualmente il 20 per cento circa del territorio ucraino. Il bilancio, secondo una stima del Center for Strategic and International Studies, è di quasi due milioni di vittime fra morti e feriti di entrambe le parti, di cui un milione e duecentomila russi. Ecco gli episodi salienti dell’invasione che ha riportato la guerra in Europa.

Il preludio

Dopo la fuga in Russia di Viktor Yanukovich, il presidente ucraino filorusso contestato dalle manifestazioni di massa ribattezzate Euromaidan, e l’elezione al suo posto di Petro Poroshenko, che ripristina i negoziati per entrare nella Ue, nel febbraio 2014, appena terminate le Olimpiadi invernali che si svolgono in Russia, a Soci, Mosca invade e conquista rapidamente due regioni dell’Ucraina orientale, usando per lo più forze paramilitari e corpi speciali dei servizi segreti: la penisola di Crimea e alcune province della zona mineraria del Donbass. Entrambe sono abitate prevalentemente dalla minoranza di lingua russa della popolazione ucraina. La giustificazione usata da Putin è difendere la minoranza russofona da discriminazioni. Un negoziato fra le due parti a Minsk, in Bielorussia, stipula intese che non vengono rispettate. Ne segue un conflitto intermittente, lungo un fronte che non si muove più di molto.

L’attacco

Dopo mesi di massicce manovre militari lungo la frontiera, durante le quali Putin smentisce categoricamente l’intenzione di invadere il Paese vicino, il 24 febbraio 2022 le truppe russe attraversano il confine e puntano su Kiev. L’intelligence occidentale lo aveva previsto, ma i leader politici di America ed Europa, e della stessa Ucraina, fino all’ultimo non ci credono. Il Cremlino la definisce una “operazione militare speciale”, vietando ai media nazionali di chiamarla guerra: chi si azzarda a farlo, sui giornali, in tivù o in manifestazioni di protesta, finisce in prigione per cinque anni.

L’obiettivo dichiarato da Putin è “demilitarizzare e denazificare” l’Ucraina, che in realtà ha un governo civile, eletto democraticamente dal popolo, e un presidente di origine ebraica, Zelensky, la cui famiglia è stata in parte sterminata nell’Olocausto. Il vero obiettivo è impedire l’adesione alla Nato, richiesta da Kiev e messa in agenda dall’Alleanza Atlantica, sia pure soltanto come una possibilità a lungo termine. Mosca si oppone anche all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, pure questo un processo avviato da Kiev. In sostanza, Putin vuole che l’Ucraina rimanga nell’orbita della Russia, come al tempo dell’Urss, nonostante Kiev abbia proclamato l’indipendenza nel 1991. E nonostante il fatto che, quando Kiev nel 1994 accetta di consegnare a Mosca le centinaia di missili nucleari stazionati sul suo territorio, la Russia si sia impegnata, firmando un trattato internazionale insieme a Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, a rispettare e addirittura proteggere “l’integrità e la sovranità dell’Ucraina”.

La resistenza

Indiscrezioni e fonti russe fanno trapelare che il Cremlino si aspetta di concludere l’operazione in una settimana, costringendo l’esercito ucraino e i suoi leader militari e civili ad arrendersi o fuggire. Nelle prime ore dell’invasione, un lancio di paracadutisti russi nei pressi di Kiev sembra una missione per assassinare il presidente Zelensky, che tuttavia riesce a mettersi in salvo. E contrariamente alle previsioni di Mosca, le forze ucraine resistono tenacemente. Dopo pochi giorni, l’avanzata russa rallenta. Una colonna di carri armati lunga 40 chilometri, che cerca di raggiungere Kiev, viene bloccata da assalti stile guerriglia di piccole unità ucraine. Nel mar Nero, sull’Isola del Serpente. navi della Marina militare russa intimano a 13 guardie di frontiera ucraina di arrendersi: “Andate a farvi fottere!” è la risposta dei militari di Kiev. Diventa uno slogan per tutto il Paese.

La ritirata russa

Le forze russe fanno gradualmente progressi sul fronte sud-orientale: il 2 marzo prendono Kherson, una città sulla strada verso Odessa. Ma sul fronte di Kiev, dove Putin aveva concentrato la maggior parte delle sue truppe, una volta arrivati ai sobborghi della capitale i soldati di Mosca vengono bloccati e respinti. Il 29 marzo Mosca annuncia di avere rinunciato all’offensiva su Kiev e inizia a ritirarsi verso i propri confini. Un ripiegamento che diventa una fuga disordinata: le truppe ucraine inseguono gli invasori, bersagliandoli con incursioni improvvise di droni e unità mobili in motocicletta che attraversano le foreste e colpiscono all’improvviso con tecniche da guerriglia. Il 3 aprile le forze ucraine scoprono prove di stupri, torture, esecuzioni sommarie e rapimenti di bambini, a Bucha e in altre cittadine da cui si sono ritirate le truppe russe: accuse che in seguito diventano materia per il mandato di arresto e l’incriminazione per crimini di guerra nei confronti di Putin emesso dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia.

L’affondamento dell’incrociatore

Il 14 aprile l’incrociatore Moskva, ammiraglia della flotta russa nel mar Nero, viene colpito e affondato da un missile Nettuno ucraino. È la nave che intimò la resa alle guardie ucraine dell’Isola dei Serpenti e si sentì rispondere “andate a farvi fottere”. Si tratta del primo di una lunga serie di colpi sofferti dalla Marina militare russa nel mar Nero, il cui assedio della città portuale ucraina di Odessa, pur sottoposta a pesanti bombardamenti, non ottiene i risultati sperati, che sono quelli di togliere all’Ucraina ogni accesso al mare.

Direzione sud-est

Il 18 aprile la Russia annuncia una “nuova fase” della guerra, concentrando truppe e sforzi nella regione russofona del Donbass, allo scopo di conquistarla tutta, e sul fronte sud-orientale per creare una contiguità territoriale fra il Donbass e la Crimea. Sembra definitivamente abbandonato l’obiettivo di raggiungere Kiev e di sfondare il fronte nell’Ucraina centrale.

Svezia e Finlandia nella Nato

Il 18 maggio Svezia e Finlandia chiedono di entrare nella Nato, abbandonando la neutralità mantenuta dalla Seconda guerra mondiale in poi. Stoccolma ed Helsinki citano l’aggressività russa come motivo per mettersi al riparo dell’Alleanza Atlantica: se l’Ucraina fosse stata nella Nato, è il loro ragionamento, Putin non si sarebbe azzardato ad attaccarla, consapevole della norma secondo cui un attacco contro un Paese della Nato equivale a un attacco contro tutta la Nato. Fermare l’espansione dell’Alleanza Atlantica, con la possibile adesione dell’Ucraina in un lontano futuro, era uno degli obiettivi dichiarati dell’invasione russa. Il risultato è una debacle per Putin: a causa dell’invasione, la Nato si allarga non a un solo Paese, come sarebbe stato con l’adesione dell’Ucraina, ma a due, aumentando di 1500 chilometri, lungo la frontiera russo-finlandese, il confine tra Russia e Alleanza Atlantica. Uno smacco per il Cremlino, che risponde cominciando a minacciare l’uso di “armi nucleari tattiche” (meno potenti dei missili intercontinentali ma cento volte più potenti delle bombe atomiche sganciate dagli Stati Uniti su Hiroshima e Nagasaki nel secondo conflitto mondiale) per “difendere la sicurezza nazionale”, nell’area del mar Baltico così come nel conflitto in Ucraina. Pare un bluff per intimorire l’Occidente, ma in Europa un variegato fronte di forze populiste, pacifisti e partiti filorussi cita la minaccia nucleare russa come un motivo per trattare con Mosca e interrompere gli aiuti militari a Kiev.

La strage di Mariupol

Il 20 maggio, dopo un lungo assedio e bombardamenti che radono al suolo buona parte della città, le forze russe conquistano Mariupol, completando il collegamento territoriale con la penisola di Crimea. L’offensiva include il bombardamento del reparto maternità di un ospedale e di un teatro in cui si erano rifugiati migliaia di civili. Gli ucraini denunciano atrocità di massa.

La controffensiva ucraina

Il 29 agosto l’Ucraina lancia una controffensiva a sorpresa nel Donbass, riconquistando in ottobre la città di Kerson e altri centri urbani. Ma al sopraggiungere delle prime nevicate, la controffensiva rallenta e infine si arrestai. Secondo alcuni esperti militari il presidente Zelensky ha aspettato troppo a lungo per un’operazione che sarebbe dovuta cominciare all’inizio, non alla fine, dell’estate.

Nuova offensiva russa

Il 9 febbraio 2023 la Russia lancia una nuova offensiva nel Donbass, utilizzando decine di migliaia di nuove reclute: ma i giovani soldati, male armati e poco addestrati, subiscono gravi perdite e le forze ucraine sostanzialmente resistono all’attacco. Il 21 maggio, tuttavia, le truppe del Gruppo Wagner, l’unità di mercenari formata da Evghenij Prigozhin, un fedele alleato di Putin, conquistano Bakhmut sul fronte sud-orientale, al termine di una cruenta battaglia durata un anno.

Seconda controffensiva ucraina

L’8 giugno, dunque stavolta all’inizio dell’estate, Kiev lancia una seconda controffensiva lungo tutto il fronte, nel tentativo di costringere i russi a un nuovo ritiro. Ma l’offensiva, lungamente annunciata e prevista da Mosca, fallisce: i generali di Putin hanno predisposto tre imponenti linee difensive, a base di campi minati, trincee e ostacoli anti carro, che riescono a fermare la pressione ucraina.

L’ammutinamento della Wagner

Il 23 giugno 2023 le decine di migliaia di mercenari del Gruppo Wagner si ritirano improvvisamente in Russia e marciano verso Mosca senza incontrare opposizione. Il loro capo Prigozhin critica la guerra, lo stato maggiore del Cremlino e implicitamente lo stesso Putin. Circolano voci di un golpe per rovesciare il presidente russo. Ma dopo qualche giorno i mercenari si fermano e Prigozhin non apre più bocca. Non è chiaro cosa lo abbia convinto a desistere. In agosto il capo della Wagner muore in un misterioso incidente aereo. L’unità di mercenari, che il Cremlino aveva usato a lungo in numerose guerre per procura in Africa e in Medio Oriente, si scioglie e viene in parte inglobata nell’esercito russo.

Lo stallo

L’1 novembre il generale Valery Zaluzhny, comandante in capo delle forze ucraine, dichiara che il conflitto è entrato in una fase “di stallo” simile a quella della Prima guerra mondiale, con i due eserciti che si fronteggiano dietro trincee super rinforzate e nessuno dei due che va più avanti o indietro. Il presidente Zelensky rimprovera il generale, accusandolo di “fatalismo”, ma gli strateghi militari americani e britannici concordano con la tesi dell’alto ufficiale di Kiev. Per tutto l’inverno, in effetti, non ci sono grandi cambiamenti nelle sorti della guerra. Zelensky rimuove dall’incarico il generale Zaluzhny e lo nomina ambasciatore a Londra, uno dei suoi numerosi e talvolta controversi rimpasti dei vertici delle forze armate e del governo. Secondo alcuni sondaggi, in una futura elezione presidenziale, Zaluzhny potrebbe rimpiazzare Zelensky.

Gli aiuti Usa

Il 24 aprile 2024 il presidente Biden approva 60 miliardi di dollari di aiuti militari all’Ucraina. Dall’inizio del conflitto, i paesi della Nato, Italia compresa, forniscono aiuti economici e militari all’Ucraina; e i Paesi europei accolgono milioni di sfollati ucraini: donne, bambini, anziani, fuggiti all’estero per cercare riparo dagli intensi bombardamenti russi che colpiscono con missili e droni non soltanto installazioni militari e centri energetici, ma anche abitazioni, supermercati, abitazioni. Dopo oltre due anni di guerra, Washington aumenta il livello dell’assistenza militare a Kiev, cominciando a fornire all’Ucraina, insieme ai propri alleati, il tipo di armi lungamente richiesto da Zelensky: carri armati più moderni, missili a lungo raggio e cacciabombardieri.

L’incursione ucraina in Russia

Il 12 agosto 2024 l’Ucraina lancia un attacco a sorpresa in territorio russo nella regione di Kursk. Fino a quel momento Kiev aveva colpito il territorio russo con droni e attentati, diretti in primo luogo contro basi militari, depositi di carburante e alti membri delle forze armate, uno dei quali viene assassinato a Mosca. L’attacco a Kursk vede entrare in azione truppe ucraine oltre confine: dall’inizio della guerra non era ancora successo. Le forze russe rispondono, ma impiegano un anno e mezzo a liberare la regione. È la prima volta, dopo le invasioni di Napoleone e di Hitler, che un esercito straniero penetra in Russia. “Non vogliamo rimanerci permanentemente”, afferma fin dall’inizio Zelensky: Kursk poteva diventare un gettone da scambiare con Mosca in un negoziato di pace, per riavere almeno una parte dei territori ucraini occupati dalle forze russe.

Arrivano i nord-coreani

Il 4 novembre scorso 10 mila soldati nord-coreani arrivano sul fronte del Donbass e cominciano a combattere in prima linea: frutto di un patto fra Putin e il leader nord-coreano Kim Jong Un, uno dei pochi (insieme all’Iran) che fornisce a Mosca anche gli armamenti necessari per continuare il conflitto. Secondo fonti militari ucraine e occidentali le truppe nord-coreane subiscono ingenti perdite: vengono utilizzate da Mosca come carne da cannone. E’ con questa tattica, già utilizzata da Stalin nella Seconda guerra mondiale, che la Russia finisce per liberare la regione di Kursk occupata dagli ucraini.

Entra in scena Trump

Intanto, nel novembre 2024 Trump vince le elezioni presidenziali: uno dei suoi slogan elettorali è “metterò fine alla guerra in Ucraina in un giorno” e fin dalla fase di transizione allaccia contatti in tal senso con Mosca. Rientrato alla Casa Bianca per il suo secondo mandato, all’inizio di febbraio il presidente americano ha una lunga telefonata con il capo del Cremlino. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth avverte che l’Ucraina non potrà recuperare i suoi territori fino alle frontiere pre-2014 e che non potrà fare parte della Nato. Trump afferma che sarà l’Europa a dover garantire in gran parte la ricostruzione e la sicurezza dell’Ucraina dopo la fine del conflitto. E pretende da Kiev 500 miliardi di risorse minerarie ucraine in cambio degli aiuti che ha ricevuto da Washington. Trump cambia inoltre la modalità degli aiuti militari americani a Kiev: gli armamenti vengono venduti dagli Usa all’Europa, che poi li fornisce all’Ucraina. Il tycoon americano non vuole più spendere soldi per difendere Kiev, perciò li fa spendere agli europei, che non hanno comunque una capacità produttiva militare tale da poter fornire all’Ucraina quelle armi autonomamente.

L’avanzata russa nel Donbass

Nel corso del 2025 le forze russe riescono a compiere piccoli progressi in Donbass, ma avanzano molto lentamente, pagando un prezzo esorbitante in vite umane. Ciononostante, entro la fine dell’anno ampliano il proprio controllo ai quattro quinti della regione, ricca di miniere e abitata prevalentemente da una popolazione ucraina di etnia e lingua russa. Putin afferma che la guerra finirà solo dopo che l’intero Donbass sarà nelle sue mani, ma un quinto della regione resta in mano ucraina, che continua a difenderlo accanitamente, giudicandolo una linea di difesa cruciale per impedire un’ulteriore penetrazione.

La trappola nell’Ufficio Ovale

Il 28 febbraio 2025, poco più di un mese dopo l’inaugurazione del secondo mandato di Trump, il presidente americano riceve Zelensky nell’Ufficio Ovale della Casa Bianca. Lo scambio di battute iniziale tra i due leader, in genere di pochi minuti, si prolunga e viene trasmesso in diretta dalla tivù. Al fianco di Trump ci sono il vicepresidente Vance e altri plenipotenziari Usa. A un certo punto, irritato da una risposta del presidente ucraino, Vance gli dà dell’“ingrato”. Zelensky prova a rispondere, ma Trump lo interrompe affermando che con il suo modo di fare rischia di trascinare il mondo verso la terza guerra mondiale. Il colloquio finisce malissimo. Il negoziato allargato che dovrebbe fargli seguito, per concordare la cessione agli Usa di diritti sulle terre rare ucraine in cambio del prolungato impegno americano a sostenere militarmente l’Ucraina, viene annullato. Zelensky riparte immediatamente per Kiev. È un disastro diplomatico, a cui Kiev e i suoi alleati europei mettono gradualmente riparo nei mesi successivi, con un breve colloquio in Vaticano fra Trump e Zelensky a margine dei funerali di papa Francesco in aprile; e successivamente i leader europei accompagnano Zelensky agli incontri con Trump, come per proteggerlo e per tenere a bada l’umore del capo della Casa Bianca. Trump appare generalmente più propenso a criticare Zelensky che Putin.

Il summit in Alaska

Il 15 agosto 2025 Trump riceve Putin in Alaska per un summit. Il presidente americano crea forti aspettative di un accordo: “La pace è possibile”, dichiara, stendendo un tappeto rosso per il capo del Cremlino all’arrivo all’aeroporto di Anchorage e facendolo salire al suo fianco nella limousine americana. Ma il colloquio dura meno del previsto e si conclude senza accordi. Prima e dopo il vertice, Trump invia più volte a Mosca il suo negoziatore di fiducia, l’immobiliarista Steve Witkoff, già impegnato nei negoziati per un cessate il fuoco anche a Gaza, talvolta accompagnato da Jared Kushner, il genero del presidente. Witkoff dà spesso l’impressione che un accordo sia vicino, ma la guerra continua. Ucraina ed Europa premono per un cessate il fuoco, a cui fare seguire una trattativa; Mosca vuole prima mettersi d’accordo su tutto, e solo a quel punto è disposta a un cessate il fuoco.

L’inchiesta sulla corruzione

Accuse di corruzione rincorrono a lungo governo e forze armate dell’Ucraina: lo scandalo esplode nel novembre 2025 con le dimissioni di Andrej Yermak, potente capo dello staff di Zelensky, descritto dai media come “il cardinale di Kiev”. Altri due membri dell’amministrazione presidenziale perdono il posto. Collaboratore di Zelensky da sempre, Yermak sostiene di essere innocente, ma contro di lui circolano critiche anche per avere accentrato troppo potere su di sé e allontanato chiunque potesse fare ombra al presidente. Ma la corruzione dei potenti, a cominciare da Putin, impazza anche in Russia: la differenza è che a Kiev la società civile reagisce e, anche per le pressioni degli alleati occidentali, cerca di fare pulizia, mentre a Mosca i corrotti rimangono intoccabili. La differenza tra una democrazia e una dittatura.

La guerra dei droni

Nell’inverno 2025-’26, la Russia intensifica i bombardamenti delle città ucraine con missili e droni, distruggendo abitazioni civili e centrali energetiche, con il chiaro intento di lasciare l’Ucraina al freddo. L’intensità dei bombardamenti è tale che le difese antiaeree ucraine non possono fermare tutti i razzi, anche perché i rinforzi di batterie Patriot promessi da Washington non arrivano. È l’inverno più rigido dall’inizio della guerra e gli attacchi russi dal cielo creano forte disagio a Kiev: ma la popolazione in qualche modo resiste. Anche l’Ucraina attacca la Russia con lanci di droni: in un’occasione più di sessanta droni colpiscono Mosca, facendo sentire per una notte alla capitale russa l’atmosfera in cui gli abitanti di Kiev vivono da quasi quattro anni. Un drone colpisce anche il villaggio di dacie di lusso tra Mosca e San Pietroburgo dove è situata una delle residenze presidenziali di Putin. Il Cremlino accusa Kiev di avere cercato di assassinare il presidente. Kiev e analisi indipendenti smentiscono, affermando che non solo Putin non si trovava lì, ma la sua dacia non è nemmeno stata colpita.

Le esecuzioni dei generali

L’altra arma che l’Ucraina usa per colpire il nemico che l’ha invasa sono le esecuzioni di generali russi, uccisi con ordigni esplosivi o a pistolettate nel centro di Mosca, di solito al mattino, appena usciti di casa. Un modo per dimostrare alla Russia che nessuno può sentirsi al sicuro. Nel dicembre 2025, il generale Fanil Sarvarov, capo dell’addestramento dello stato maggiore russo, muore quando una bomba esplode sotto la sua auto. Due mesi dopo, nel febbraio 2026, il generale Vladimir Aleksiev, capo delle forze nucleari, chimiche e biologiche russe, viene gravemente ferito in un attentato con colpo d’arma da fuoco.

Il negoziato diretto

All’inizio del 2026 parte per la prima volta un negoziato diretto fra Russia e Ucraina o, meglio, un negoziato a tre, perché al tavolo, come mediatore, sono presenti anche gli Stati Uniti. I ministri dei due belligeranti si confrontano con i soliti Witkoff e Kushner, gli emissari di Trump. La trattativa produce uno scambio di prigionieri. Poi delinea le grandi linee di un possibile accordo: l’Ucraina rinuncia, almeno per il momento, a chiedere l’adesione alla Nato ma accelera le procedure per entrare nell’Unione Europea: gli Usa, la Ue e il Regno Unito offrono a Kiev garanzie sul piano della sicurezza, impegnandosi a intervenire in sua difesa se in futuro verrà di nuovo attaccata da Mosca; il conflitto dovrebbe arrestarsi sull’attuale linea del fronte, concedendo di fatto alla Russia la Crimea, l’80 per cento del Donbass e il territorio sud-orientale dell’Ucraina che collega le due regioni. Zelensky si impegna inoltre a organizzare a breve elezioni e un referendum sulla sostanza dell’eventuale accordo con Mosca. Rimane il punto irrisolto del 20 per cento del Donbass ancora in possesso dell’esercito ucraino.

Putin pretende che le forze ucraine si ritirino e glielo lascino. L’Ucraina si oppone a ritirarsi da zone per le quali combatte da quattro anni e che sono ancora sotto il suo controllo. Un possibile compromesso sarebbe creare in quel 20 per cento di Donbass una zona demilitarizzata a statuto speciale, con incentivi economici per entrambe le parti. Secondo Trump, è l’ultima questione che impedisce la pace. O, perlomeno, la fine della guerra. Finora, ogni volta che la pace sembrava possibile, all’ultimo momento Putin si è tirato indietro. Le sanzioni occidentali e le spese militari cominciano a pesare sull’economia russa. Ma è difficile prevedere quanto durerà la trattativa. È il caso di ricordare che i negoziati per mettere fine alla guerra in Vietnam durarono cinque anni, dal 1968 al 1973, quando fu firmato l’accordo che fece vincere il Nobel per la pace a Henry Kissinger e al nordvietnamita Le Duc Tho. La guerra, tuttavia, andò avanti fino al 1975.

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